The Dreamers: l’illusione di un momento irripetibile

Prima dell’immaginazione al potere, il potere dell’immaginazione. Così probabilmente è nato il Sessantotto ed il Maggio francese, da cui Bernardo Bertolucci ha pescato per raccontare non soltanto una storia di tre ragazzi, ma anche di come lui stesso ha percepito quel periodo: così pieno di aperture ed opportunità, ma anche di contraddizioni per chi l’ha vissuto in prima persona, e che in paesi come il nostro alla fine ha rinnegato se stesso, pensando più al tornaconto personale che alla effettiva “Liberazione” di cui tanto paventavano per le strade.

Perché le prime generazioni occidentali del dopoguerra, quelle che hanno avuto tutto dai rispettivi Paesi, ancora sono saldamente al comando, se non direttamente in varie forme alternative, e non hanno assolutamente intenzione di mollare lo scranno. In pratica, si sono trasformati nei tanto vituperati “tromboni” che schernivano. Come spesso succede nel cinema Bertolucciano, lo sfondo dove si sviluppa la storia lo fanno gli spazi chiusi: dal memorabile e censuratissimo Ultimo tango a Parigi al recente Io e te, non fa eccezione la Parigi del Sessantotto, anche se, il cortometraggio si svilupperà in varie fasi, facendo presagire solo nella conclusione la rivolta armata imminente. Perché Théo, Isabelle e Matthew, così pieni di sé ed assorti nel loro mondo fatto di lettura, musica e piaceri della carne, creeranno un piccolo mondo dove chiunque almeno una volta avrebbe voluto cimentarsi.

Un film criticatissimo sin dalle prime proiezioni, cose a cui il regista emiliano ci ha ampiamente abituato. Come spesso accade, però, questo genere di critiche generano l’effetto opposto, consacrandolo già come cult di inizio secolo. Le critiche si appoggiavano principalmente sul rapporto semi–incestuoso tra fratello e sorella, ma anche sulle nudità dei tre giovani o su scene particolari come quella della masturbazione che Théo improvvisa dinanzi Marlene Dietrich ne L’angelo azzurro. Ma la cosa che più ha toccato i “maldicenti” è la presunta mediocrità attoriale dei protagonisti, che in realtà danno veramente qualcosa in più alla sceneggiatura, facendo percepire appieno quel turbamento, quella voglia (apparente o reale, non ci è dato saperlo) di ribaltamento dello status quo.

Quello che avrà sicuramente spinto Bertolucci alla realizzazione di questa pellicola è l’amore incondizionato per la Nouvelle Vague, quando il cinema era realmente fonte di ritrovo per appassionati, fomentatore positivo di passioni ed idee. Da condividere: verbo così deturpato in questa epoca da avere perso quasi ogni significato. Un amore talmente morboso e passionale quello tra i tre ragazzi, da costringere a rinunciare anche attori del calibro di Jake Gyllenal per le scene di nudo troppo esplicite. Al suo posto ci sarà Michael Pitt (Matthew) e oltre a lui Louis Garrel (Théo), figlio del famoso regista transalpino Philippe Garrel, nel ruolo di un giovane della media borghesia, istruito e molto pieno di sé che a volte straparla di Maoismo e preferenze registiche e che possiede una predilezione innata per le attrici degli anni Trenta.

La sorpresa però la rivela quella che sarebbe diventata la femme fatale Eva Green, attrice all’epoca del film molto giovane e che proveniva da ruoli teatrali. Una vera e propria scoperta del regista, che regala al film attimi di pura estatica ed affascinante purezza giovanile: già per il solo vederla danzare mentre fuma una sigaretta con in sottofondo Charles Trenet, varrebbe la pena di guardare il film. La Green da lì in poi avrebbe letteralmente spiccato il volo, acclamata e richiesta da registi del calibro di Roman Polański, Ridley Scott e Tim Burton, senza dimenticare il ruolo di Bond girl che il regista Martin Campbell ha cucito apposta per lei con il personaggio della tormentata Vesper Lynd, nel primo capitolo che vede come agente segreto l’attore britannico Daniel Craig.

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La pellicola in sostanza si apre a diversi livelli interpretativi con una dirompenza da potersi permettere un citazionismo quasi infinito su opere della Nouvelle Vague stessa, come la corsa all’interno del Louvre in Band à part o i rimandi a Cappello a cilindro e Venere bionda che vengono utilizzati dai ragazzi in quiz che in caso di risposta negativa portano a delle “penitenze”. La rottura dell’equilibrio, che per forza di cose Matthew opera tra fratello e sorella, li riporterà necessariamente alla realtà della turbolenza attraversata dalla città, dividendoli inesorabilmente ma con la certezza su da che parte stare.

La pellicola come l’epoca in cui è ambientata richiede, è piena zeppa di musica rock, dai Doors all’intro spensierato di Bob Dylan con Queen Jane Approximately, da Janis Joplin a Jimi Hendrix: “Io non credo in Dio, ma se ci credessi sarebbe un chitarrista nero e mancino”, afferma con orgoglio Matthew. La sceneggiatura, curata dall’autore stesso del libro a cui si ispira il film (Gilbert Adair, The Holy Innocentes) non inciampa mai alla lusinga di orientarsi solo su un pubblico giovane, ma abbraccia diversi aspetti, anche stuzzicanti che ampliano il bacino di spettatori.

Così dopo tutto questo ardore, tra discorsi politici e d’arte il maestro di Parma si congeda sulle note di Édith Piaf con Non, je ne regrette rien, che ci riporta alla realtà tra interrogativi di quello che poteva essere realmente il Sessantotto, ma anche sull’amore e sull’impeto della gioventù che consacra e ricorda il Secolo breve in modo eccezionale.

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