François Truffaut, la scommessa del metacinema e la Nouvelle Vague

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Ci troviamo tra gli anni ’50 e gli anni ’60 del Novecento, un periodo di profondi cambiamenti, in cui il cinema contemporaneo francese perviene a un’innovazione assoluta, tradotta in un fenomeno complesso, sfaccettato e circoscrivibile a un insieme di autori, di film, di idee e di concezioni della regia rivoluzionari. Questo nuovo movimento assume la denominazione di Nouvelle Vague: un’espressione nata come etichetta giornalistica e all’interno di un contesto estraneo al mondo del cinema, ma presto adottata anche nel settore cinematografico in seguito a un’inchiesta (1958) a opera di Pierre Billard, allora caporedattore della rivista Cinéma 58, che aveva pubblicato un elenco dei cineasti francesi tra cui erano menzionati Bernard Borderie, Henri Verneuil, Jack Pinoteau e Robert Hossein.

Individuare i tratti comuni che legano gli esponenti e le opere della Nouvelle Vague è un’impresa piuttosto ardua anche per i critici più esperti, tuttavia è fuor di dubbio che il movimento si basi sulle competenze degli autori formatisi presso la scuola critica dei Cahiers du cinéma come Claude Chabrol, Jean-Luc Godard, Eric Rohmer, Jacques Rivette e François Truffaut.

Truffaut in particolare è uno degli elementi più interessanti del gruppo. Cosa sappiamo su di lui? Dove possiamo rintracciare le radici della sua arte? Come ha interpretato il metacinema?

Cominciamo con una breve descrizione dell’autore: nato a Parigi il 6 febbraio 1932, Truffaut deve la sua formazione in età adolescenziale al grande critico André Bazin che, dopo averlo preso sotto la sua ala, gli permette dapprima di lavorare nella sezione dedicata al cinema di Travail et culture e poi, dal 1953, al Service cinématografique del Ministero dell’agricoltura. Da lì a poco, Truffaut entra come critico nella redazione delle riviste Arts e Cahiers du cinéma, dalla quale, come sopra accennato, darà vita a una fruttuosa collaborazione con altri cineasti francesi. Poco tempo dopo passa dalla critica militante alla regia vera e propria, realizzando alcuni cortometraggi, come Une visite (1954), Les mistons (1957; L’età difficile), e Histoire d’eau (1958) -diretto insieme a Godard- fino a raggiungere il successo con un lungometraggio fortemente autobiografico, Les 400 coups, dedicato alla memoria del suo mentore Bazin, oltre che alla propria memoria infantile. E’ in questo film che ritroviamo le prime vicende del personaggio Antoine Doinel -una sorta di alter ego del regista stesso- interpretato dall’attore Jean-Pierre Léaud. L’inatteso successo di Les 400 coups porta Truffaut a inserirsi nell’universo dei grandi maestri che tanto aveva ammirato e lo spinge a far sue quelle tecniche e quelle conoscenze di cui prima era stato critico: da Rossellini impara il gusto della chiarezza e della logica, mentre da Lubitsch riprende l’arte della comunicazione indiretta e da Renoir apprende che l’attore è più importante del personaggio, infine da Hitchcock impara che il cinema debba in realtà essere considerato non come un’esperienza a due ma “a tre”, cioè come un meccanismo che coinvolge autore, opera e spettatore (Truffaut sarà sempre grande fan di Hitchcock, dedicandogli uno dei libri di cinema più famosi di sempre, Le cinéma selon Hitchcock, 1966, scritto dallo stesso Truffaut dopo una lunga intervista a Hitchcock).

Allora come descrivere la concezione cinematografica di Truffaut? Stiamo parlando di un regista per cui il cinema si presenta come una sfida: è un’arte essenzialmente visiva, nella quale non è ciò che si dice il vero focus delle riprese, quanto piuttosto ciò che si vede. Nell’immaginario di Truffaut il film deve sempre avere quel quid in più, quel dettaglio che lo pone in diretto collegamento con la magia del cinema classico. Il film diventa lo specchio, il riflesso più fedele, in positivo o in negativo, del regista che l’ha ideato. Con una precisone e un’accuratezza insuperabili, Truffaut si attiene a questa concezione incarnando un perfetto esempio di autore-studioso, di regista che riflette sul cinema mentre lo fa. È interessante notare come ognuno dei suoi film sia anche una metafora sul cinema stesso: arriviamo allora a parlare di metacinema, il cinema che e si interroga sulle sue stesse leggi e sui suoi stessi meccanismi.

Il metacinema è qualcosa che si capisce con un esempio lampante tra le opere di Truffaut: La Nuit américaine (Effetto Notte). Questo film, che deve il suo nome a un effetto cinematografico grazie al quale, inserendo un filtro blu davanti all’obiettivo, è possibile rendere notturne le scene riprese in pieno giorno, esce nel 1973, con la sceneggiatura di Truffaut, S. Schiffman e J. L. Richard. Solo l’anno successivo il film vincerà il premio Oscar come miglior film straniero (Francia).

La trama si propone di mostrare il retroscena nella realizzazione del film Je Vous Présente Pamela (Vi presento Pamela), girato negli studi della Victorine a Nizza: sono resi visibili allo spettatore la vita e il lavoro degli attori, dei membri della troupe cinematografica e del regista, Ferrand (interpretato dallo stesso Truffaut), mettendo a nudo i loro capricci, le loro aspirazioni e i tratti nascosti del loro carattere, le loro passioni, gli intrecci e le difficoltà amorose al di fuori del set. Durante le riprese i problemi della lavorazione s’alternano con i rapporti personali tra i vari componenti della troupe così da inserire la storia del film nel film. Ed ecco cosa intendiamo per metacinema: La Nuit américaine è il cinema che si interroga sulle problematiche del cinema stesso, che mostra come un film sia complesso nella sua realizzazione e sia costruito da incastri e incroci, da citazioni, autocitazioni e allusioni.

Il vero distacco dal cinema precedente lo ritroviamo nel fatto che, se il cinema classico aveva tentato di nascondere il più possibile l’artificio, ponendo in primo piano la storia raccontata -resa come perfettamente naturale agli occhi del pubblico- i film della Nouvelle Vague spezzano bruscamente l’incanto cinematografico e sostituiscono alla fascinazione il discorso diretto con lo spettatore. Nel metacinema è l’artista a riflettere sulla sua stessa arte: l’elemento essenziale è l’autoriflessività, ossia la riflessione che ogni forma d’arte compie su se stessa, percepita come parte integrante della produzione di senso sia nella letteratura sia nel teatro o nella pittura.

Il cinema arriva all’autocelebrazione tramite un percorso di cui W. Shakespeare in Amleto era stato precursore, nell’ambito dei classici -mettendo in scena il teatro nel teatro. Attraverso l’apprendimento, l’imitazione e il commento dei classici, il cinema diventa un gioco fatto con gli strumenti e la memoria di un repertorio, cioè traendo il materiale  dalle opere girate fino a quel momento. La strada seguita dai registi cinéphiles della Nouvelle Vague porta il cinema a farsi tema primario della narrazione: la presenza del mezzo dentro il mezzo, della strumentazione, delle troupe e degli operatori sulla scena,  la riflessione sul linguaggio e sul racconto filmico in sé sono elementi costitutivi del metacinema di cui film come La Nuit américaine sono manifesti ben definiti.

Grazie al movimento fondato da Truffaut e compagni, in breve tempo il metacinema si configura come un tentativo concreto da parte degli autori di autodefinirsi, di offrire una percezione più precisa di sé stessi al publico, oltre che una visione consapevole del proprio operato.

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