Un mercoledì da leoni: l’epopea surf di John Milius

Com’è che ha la sua genesi un film cult? Certo, voi direte, deve soddisfare una grande platea, esatto, ma non necessariamente. Le parabole generazionali hanno sempre colpito l’immaginario collettivo nel mondo occidentale, e poi si sa, custodiscono in sé un altro sapore. Ma soprattutto quelle delle prime generazioni del Dopoguerra, che possiedono quell’aura di libertà mista ad un mondo ritornato alla vita e tutto da riscoprire. Gli anni giovanili, vissuti tra la spensieratezza che può dare una West Coast ancora incontaminata dalle mille luci e dal turismo ai limiti del sopportabile, e che ha donato linfa ispirativa ad innumerevoli scrittori.

Da San Francisco a Los Angeles, senza tralasciare la mitologica Big Sur che ha ispirato veri e propri eroi della letteratura americana, o come la chiamavano “Controcultura”. Parafrasando lo studente universitario Théo in The Dreamers: “Voi americani non capite un cazzo della vostra cultura!”, ciononostante si fecero strada i vari Fante, Miller, Steinbeck e soprattuto Kerouac, che definì il Golden State un vero e proprio miraggio stravagante. Un posto niveo come bucato e con la testa leggera, con il Messico delle “evasioni emotive” a soli due passi.

Secondo il poeta e filosofo In- Umanista Robinson Jeffers, la California rappresentava un vero e proprio albero della cuccagna, dove addirittura gli “sconfitti” del premio Nobel per la Letteratura John Steinbeck nel suo Furore avevano la possibilità di ricostruirsi una vita in una terra ricca di risorse. Oltre a loro, anche innumerevoli musicisti si sono fatti accarezzare dalle notti brave, decisamente visionarie e sregolate alla ricerca di una esistenza al di fuori dei canoni prestabiliti dall’allora società conservatrice americana.

Sotto quel cielo così pieno di sorprese, si sviluppa l’epopea semi- autobiografica del regista John Milius, che coglie l’occasione per dedicare un’ulteriore omaggio al mondo del surf. Gli anni giovanili del regista trascorsi a Malibù fanno da apripista a delle tappe fondamentali della storia americana in quattro frammenti temporali che vanno dall’estate del 62’ alla primavera del 74’, con in mezzo l’autunno del 65’ e l’inverno del 68’. Le quattro stagioni fanno da cardine non soltanto nelle vite dei tre amici, Matt Johnson, Jack Barlow e Leroy Smith, ma sono fondamentali per quel pantano della guerra del Vietnam, in cui il governo americano si buttò, sacrificando innumerevoli giovani da entrambi i frangenti. La perdita dell’innocenza del governo americano, visto da sempre agli occhi degli europei come liberatore, cambierà molto le vite anche dei tre amici, che si divideranno in chi accetterà di fare a suo dire il proprio dovere, a chi tenterà con buoni risultati a farsi riformare.

La pellicola è pregna delle conoscenze giovanili del regista di Saint Louis, infatti la comunità di surfisti che frequentò da giovane funge da vero e proprio pozzo da cui attingere per tessere una storia epica e di un vago sapore romantico. Il personaggio di Matt Johnson, interpretato dal recentemente scomparso Jan-Michael Vincent, è ispirato a Lance Carson, surfista tra i migliori al mondo in quegli anni, che come uno dei protagonisti ebbe seri problemi con l’alcool. Carson fondò anche un suo brand di tavole da surf, proprio come Bear nel film (tra l’altro la Bear stessa, brand ispirato al nomignolo del fondatore che ha come effige l’orso californiano, venne creata appositamente per il film, ed ha addirittura attraversato la cosiddetta quarta parete diventando un marchio reale di attrezzature da surf).

Il personaggio però che più di tutti possiede in se quella vena di follia tipicamente dell’epoca è certamente Gary Busey. Infatti l’attore nativo del Texas è -come dire- parecchio entusiasta di quello che fa e lo dimostra ampiamente anche nella pellicola impersonando uno squattrinato con la mania delle risse. Busey ritornerà ad “occuparsi di surf” nel poliziesco del 91’ Point Break – Punto di rottura, dove affianca un giovanissimo Keanu Reeves, ed i due tenteranno di sgominare una banda di surfisti rapinatori di banche. Proprio in questa pellicola di grande successo, la regista Kathryn Bigelow utilizzerà per la scena finale alcuni fotogrammi del film di Milius, così da ricreare l’ennesimo arco temporale, che rappresenta uno dei maggiori pregi della settima arte.

La trascendentalità delle onde, con il loro incedere incerto e maestoso, e l’uomo che irrimediabilmente tenta di cavalcarle, fa si che il regista riesca a riprodurre una sorta di unione con il divino. Quasi a rappresentare in chiave moderna la Creazione di Adamo del Buonarroti. Le influenze per sua stessa ammissione gli sono donate da uno dei romanzi cardine della cosiddetta “American Renaissance”: Moby Dick di Herman Melville, ma anche dallo stesso autore di On the Road. Tra quelli che invece sono stati influenzati da questo film ci sono invece i fratelli Coen, che ne trarranno ispirazione per il personaggio di Walter Sobchak ne Il grande Lebowski.

La perfezione stilistica di Milius raggiunge lo spettatore in sordina, con l’eleganza e la forza di un Hemighway (altro temerario), che con il suo Il vecchio e il mare rappresenta allo stesso modo l’ostacolo della natura stessa che difficilmente si fa modellare a piacimento. L’eterno ritorno che si spera ci riservi la vita varrà anche per i tre ragazzi, in un finale da groppo in gola che si congeda lasciando allo spettatore il compito di pensare alla volubilità della vita e al senso del tempo stesso. Finalmente i tre amici riusciranno a passare all’età adulta senza rimpianti.

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