7 Sconosciuti a El Royale, il grande ritorno del cinema pulp

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7 Sconosciuti a El Royale è il nuovo film di Drew Goddard, interpretato da Jeff Bridges, Dakota Johnson, John Hamm e Chris Hemsworth. La storia è ambientata nel 1969 e si svolge in un hotel ed ex-casinò situato precisamente sulla linea di confine tra California e Nevada, caduto in disgrazia dopo essere stato per anni un importante punto di ritrovo delle maggiori celebrities degli Stati Uniti, tra le cui mura si ritrova per caso un gruppo di sconosciuti: un agente in incognito che indaga sui segreti dell’albergo, un finto prete alla ricerca di un bottino nascosto sotto il pavimento, una cantante afroamericana alla vigilia di un’esibizione in un locale della zona, una ragazza hippie che ha rapito la sorella minore e infine il custode tossicodipendente dell’albergo. Naturalmente le varie storie si intrecciano, come nella migliore tradizione del noir.

Secondo il drammaturgo Anton Chechov, se nel primo atto di un’opera viene mostrato un fucile appeso alla parete esso dovrà per forza sparare nel secondo o nel terzo atto, altrimenti la sua presenza in scena è inutile: è bello notare che i fucili di 7 Sconosciuti sparano tutti prima della fine del film, non solo metaforicamente.

Il regista Drew Goddard è una personalità molto interessante nel panorama hollywoodiano: si è formato come scrittore televisivo sotto l’ala protettiva di un pezzo da novanta come Joss Whedon, che lo ha voluto nel team di sceneggiatori di Buffy l’ammazzavampiri quando era poco più che un ragazzo, per poi passare a stretto giro sotto quella di J. J. Abrams lavorando nei team di Alias e Lost; la sua prima sceneggiatura per il cinema è stata quella di Cloverfield (aka il miglior monster movie dell’ultimo decennio, prodotto da Abrams), che gli ha permesso in seguito di lavorare a blockbuster di ampio respiro come World War Z e di vincere una nomination all’Oscar per The Martian, mentre nel frattempo sviluppava il serial di Daredevil per Netflix. Un curriculum di tutto rispetto, cui si aggiunge la sua seconda vita come regista: nel 2012 esordisce dietro la macchina da presa con Quella casa nel bosco, un film estremamente ambizioso che prende tre decenni e quattro sottogeneri di cinema horror per smontarne le strutture, distruggerli e ricostruirli completamente: una pellicola geniale che ha reso obsoleti molti schemi collaudati del genere. Oggi, a distanza di sei anni dalla sua opera prima, torna nelle sale con un film completamente diverso che affonda le radici nel miglior pulp e nel miglior noir dell’ultimo quarto di secolo e che, inevitabilmente, supera i confini di un terreno estremamente rischioso di proprietà dell’autore contemporaneo più importante in questo campo: Quentin Tarantino.

Di tentativi di imitazione dello stile di Tarantino, i famosi film “alla Tarantino”, se ne sono visti tanti negli anni ma quasi sempre mancava qualcosa, come se talvolta si cercasse di imitarne l’estetica o la sagacia dei dialoghi senza però centrare davvero il punto: con 7 Sconosciuti invece, Goddard si riferisce sì in modo palese alle lezioni tarantiniane ma, a differenza di tanti semplici cloni, dimostra anche di aver compreso a fondo i meccanismi e l’essenza del cinema di Tarantino e di saperli riadattare in base al proprio stile. Non ci sono i dialoghi fulminanti e le folli divagazioni di Pulp Fiction e Bastardi senza Gloria in questo film (sarebbe un suicidio provarci) ma c’è gran parte di ciò che, sotto la corazza scintillante, tiene in piedi le opere del regista di Knoxville: tutti i personaggi di 7 Sconosciuti sono bloccati in un edificio (le premesse di The Hateful Eight e Le Iene, l’influenza più superficiale) e tutti quanti hanno qualcosa da nascondere; alcuni di loro devono recitare una parte per sopravvivere e, come sempre, i più bravi a recitare sono destinati a morire piuttosto in fretta, mentre gli attori peggiori sono quelli che riescono a cavarsela. Come in Pulp Fiction c’è un oggetto del mistero (ma meno misterioso), una bobina che contiene un filmato in grado di distruggere irrimediabilmente la reputazione di un personaggio integerrimo assassinato poco tempo prima (Martin Luther King? Bob Kennedy? Non lo scopriremo mai) ma la svolta più sorprendente del film arriva all’inizio del terzo atto quando Goddard gioca d’anticipo e introduce come elemento di disturbo Charles Manson, o meglio, non proprio Charles Manson ma un personaggio di nome Billy Lee (un ottimo Chris Hemsworth) che è ricalcato in tutto e per tutto sulla figura di Manson, anticipando di diversi mesi Once Upon a Time in Hollywood.

Su questo scheletro tarantiniano Goddard costruisce un noir impeccabile che ha il suo punto di forza nel rapporto tra i personaggi e l’ambiente chiuso in cui devono muoversi: la macchina da presa segue Dwight Broadbeck (John Hamm, un poliziotto in incognito che deve indagare sui torbidi segreti dell’El Royale) nei meandri dell’albergo, dove scopre che attraverso i falsi specchi delle stanze si possono spiare, filmare e ricattare tutti gli ospiti delle stanze nei loro momenti compromettenti. Padre Flynn (Jeff Bridges) sposta le assi del pavimento in cerca di qualcosa, Emily Summerspring (Dakota Johnson) nasconde nella stanza la sorella minore Rose nel tentativo disperato di strapparla alla morsa del mefistofelico Billy Lee/Manson che l’ha plagiata, Darlene Sweet (Cynthia Erivo) allena la voce per il concerto del giorno successivo. Il montaggio dei primi due atti suddivide il film in capitoli, con un flashback per dare spessore ad ogni personaggio, e rimanda indietro gli avvenimenti per mostrare come le azioni di ogni singolo ospite dell’albergo si incastrino con l’omicidio di Broadbeck, l’avvenimento che fa precipitare il film verso le rivelazioni del terzo atto, quando tutte le maschere cadono e tutti gli sfortunati avventori dovranno affrontare il loro destino e compiere una difficile scelta tra bene e male.

In questo gioco ad incastro c’è spazio per tratteggiare due caratteri complessi come quelli di Padre Flynn e Darlene, il primo un ex rapinatore che mostra segni di Alzheimer precoce, capace di scatti di violenza inaudita ma dotato di una moralità ferrea, la seconda una donna che ha passato l’intera vita a lottare e che ora non cede di fronta a nulla: i due sono il fulcro del film, si incontrano all’inizio, si smascherano a vicenda nella parte centrale, iniziano a collaborare prima che la situazione degeneri (fantastica la scena dello stratagemma per cercare il bottino di Flynn senza farsi scoprire da Emily, che osserva dall’altra parte dello specchio) e concludono insieme la loro vicenda, con la consapevolezza che a volte le persone più malvage possono essere artefici di atti di estremo altruismo (e viceversa).

Il resto del fascino del film è dato dalla regia di grande livello di Goddard, che gioca con gli spazi e che con l’aiuto di Seamus McGarvey alla coloratissima fotografia compone inquadrature in cui ci si vorrebbe perdere, come quando il volto di una splendida Dakota Johnson, spettatrice inosservata, si riflette su un vetro o come quando l’inizio di un violento temporale visto dal vetro di una cabina telefonica dà il via allo spettacolo. Il tutto è costantemente scandito dalla musica, che proviene o da un Juke Box che trasmette classici intramontabili dai The Crystals ai Deep Purple o direttamente dalla splendida voce di Cynthia Erivo: la musica che porta alla redenzione.

L’andamento al box office di 7 Sconosciuti è stato sfortunato, col film schiacciato dalla concorrenza di altri titoli più appetibili sul piano commerciale: a fronte di un budget di 36 milioni di dollari il film è riuscito a raccoglierne ad oggi soltanto 27 in tutto il mondo, certificando l’impossibilità di raggiungere il pareggio. Un vero peccato, perchè un film così raffinato merita sicuramente la visione in sala e l’apprezzamento di chi ama il cinema d’autore che gioca col genere: ancora non si sa con certezza quale sarà e quando arriverà la prossima regia di Goddard (anche se pare debba occuparsi di un film su Deadpool, finendo direttamente nella rete dei cinecomics), ma sicuramente si può ipotizzare che si tratterà di qualcosa di inaspettato e (si spera) spiazzante.

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