Bastardi Senza Gloria: quando la guerra diventa spettacolo

Chi definirebbe la settima opera di Quentin Tarantino un film in pieno stile con il suo cinema farebbe un grave errore, perché questo lungometraggio ha sviluppato una sorta di scissione dal Tarantino del passato, pur mantenendo una buona dose di inconvenienti che come spesso accade nelle sue pellicole fanno andare le cose a rotoli. Oramai la sua continua mescolanza di generi e linguaggi ha raggiunto un livello talmente alto da racchiudere in poche ore di film omaggi a mostri sacri del cinema del passato, amalgamandoli alla perfezione. A cominciare dai primi piani “Leoniani” riservati a Brad Pitt e soci, ma anche all’amore della sua vita Uma Thurman nei precedenti Kill Bill.

Un film concepito nel duemilacinque alla Mostra di Venezia, dopo la visione di Quel Maledetto Treno Blindato con il regista e autore della pellicola, Enzo G. Castellari. All’inizio, come lo stesso regista romano affermerà, Tarantino stava pensando di creare un’opera che riunisse il suo film a Quella sporca dozzina di Aldrich, e leggendo l’embrione dell’opera, doveva iniziare con lo scontro tra un commando di SS e dei Marines di origini Sioux (da lì l’idea degli scalpi “pretesi” dal tenente Aldo Raine). Con una sceneggiatura che sfiorava le centosettanta pagine, si era anche valutato di farlo uscire proprio in due capitoli, come nei film con la Thurman.

La pellicola è chiaramente di matrice ucronica, anche se i fatti si amalgamano benissimo nel contesto storico della occupazione della Francia da parte dei nazisti. Qui si scoprirà un attore che, anche se a livello europeo ha lavorato molto, era semisconosciuto ai più: Christoph Waltz, che estrae dal cilindro una scena di fronte a due bicchieri di latte che dovrebbero insegnare nelle scuole di recitazione. Il prologo iniziale, supportato dal bravo Denis Ménochet, coagula tutto quello che un attore dovrebbe essere, un misto di espressività e sicurezza che quasi ci obbligano a credere che quegli eventi siano realmente accaduti. Nel cinema del nuovo secolo, se per caso si dovesse fare un paragone, se la giocherebbe con Michael Fassbender e Liam Cunningham in Hunger di Steve McQueen, un’interpretazione che lo ha portato non solo all’Oscar come miglior attore non protagonista, ma gli ha aperto le dorate porte di Hollywood: lavorerà nuovamente con Tarantino in Django Unchained, che tra l’altro gli è valsa la seconda statuetta, sempre nei panni dell’attore non protagonista.

Inizialmente il ruolo del colonnello Hans Landa doveva essere affidato a Leonardo Di Caprio, che però rifiutò. Gli sliding doors della vita hanno riservato a Waltz addirittura la stella sulla famosa “Walk of Fame” che corre tra la Hollywood Boulevard e Vine street. Il cast, oltre ai già citati, comprende lo stesso Fassbender, Mélanie Laurent (eccelsa nei panni di Shosanna Dreyfuss), l’Elena di Troia di Wolfgang Petersen, Diane Kruger e Daniel Brühl.

Come dicevamo, diversi sono gli omaggi al cinema italiano, tra cui spicca il generale Ed Fenech, interpretato da Mike Myers proprio in onore dell’attrice francese Edwige, ma anche alcuni interpreti-cardine del cinema horror come Hugo Stiglitz, attore messicano famoso per cult come Tintorera e Incubo sulla città contaminata, da cui l’attore Til Schweiger prende in prestito il nome nell’interpretazione del sergente. La semi-parodia che viene generata da alcuni episodi (chiedete ad esempio al tenente Pitt perché non bisognerebbe mai fare un rendez-vous in uno scantinato) crea una deformazione folle di emozioni, che grazie alle finezze catilinarie del regista dona al film veramente un altro passo in relazione ad altre dello stesso genere. Basterebbero solo poche scene per consegnare questa pellicola ai posteri definendola un cult: ad esempio la sequenza in cui la Laurent, vestita come Danielle Darrieux e con il volto “dipinto da guerra” come gli indiani Apache, contribuisce alla vendetta contro tutto l’alto comando Hitleriano.

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Un altro elemento che va ricordato sta nelle spiegazioni dietro ogni concetto che la voce guida (nell’originale il narratore è Samuel L. Jackson) ci regalano, un’ulteriore prova di quanto il regista del Tennessee stia attento ad ogni più insignificante dettaglio ai fini del risultato. Anche la colonna sonora omaggia il nostro Paese, coinvolgendo brani composti dal maestro Ennio Morricone, impossibilitato però ad occuparsi direttamente del film per via dell’impegno compositivo in Baarìa di Tornatore. Per i titoli di coda Tarantino sceglie le musiche composte da Morricone per Allonsanfàn dei Fratelli Taviani, strizzando l’occhio anche a David Bowie con Cat People (Putting Out Fire), scritta a quattro mani con Giorgio Moroder per la colonna sonora del remake dell’Ottantadue di Paul Schrader: Il bacio della pantera.

È l’ennesimo elemento che dona ulteriore lustro ad un regista capace di assorbire il cinema che ama, questa volta riuscendo ad imprimere quasi uno stile più placido alla sua opera, con più realtà e minore artefazione. Stavolta, la nuova svolta Tarantiniana genera quella che rimane, nonostante gli infiniti successi, la sua migliore opera.

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