Transformer: la rinascita artistica di Lou Reed

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Quando si parla di Lou Reed a un neofita il primo disco che viene consigliato è sempre e solo uno: Transformer. Scelta facile, dato che l’album contiene i quattro brani più famosi della sua carriera solista e vanta la presenza in veste di produttori di due pezzi da novanta come David Bowie e Mick Ronson, ma ci sono tanti altri motivi per cui chi è interessato a scoprire Lou Reed dovrebbe partire proprio da questo disco. Questa è la sua storia.


Antefatto

Gennaio 1971. Un giovane David Bowie è da poco arrivato negli Usa per la prima volta per promuovere il suo terzo album, The Man Who Sold The World. La promozione del disco non dà i risultati sperati ma una sera, appena arrivato a New York, gli viene segnalato da un conoscente un concerto dei Velvet Underground all’Electric Circus e lui ci si fionda. Il pubblico sarà composto al massimo da cento persone e Bowie riesce a posizionarsi in prima fila: durante tutto il concerto cerca di farsi notare dal suo idolo, il frontman del gruppo Lou Reed, cantando tutte le canzoni che la band esegue. A fine concerto riesce ad avvicinare Reed, gli parla per un quarto d’ora, gli racconta di essere stato uno dei primissimi ascoltatori in assoluto di The Velvet Underground & Nico e di essere il loro più grande fan inglese. Reed pare divertito e particolarmente affabile. Alcuni giorni dopo, parlando con un amico, Bowie farà una scoperta imbarazzante: Lou Reed ha lasciato i Velvet Underground da mesi e quello con cui ha parlato lui è Doug Yule, il nuovo leader del gruppo, che lo ha preso in giro per tutto il tempo.

Lou Reed (quello vero) sta attraversando una brutta fase in quel momento, dopo la rottura coi Velvet si trova senza un contratto discografico e senza denaro: tornato a Long Island dai suoi genitori, Lou passa qualche mese lavorando nell’azienda di famiglia e nel frattempo, armato di chitarra acustica e registratore, realizza le demo di una serie di brani che torneranno utili nel corso di tutto il decennio appena iniziato. Tra le altre cose, Andy Warhol è interessato a produrre un musical teatrale tratto dal romanzo A Walk On The Wild Side di Nelson Algren e chiede all’amico ed ex pupillo Lou di scrivere qualche brano per l’opera, ma il progetto fallisce prima che lui riesca ad andare oltre la title track.


Il vero incontro

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David Bowie, Iggy Pop e Lou Reed, foto di Mick Rock, 1972, Londra

Londra, 1972. Lou ha ottenuto un contratto con la prestigiosa RCA e nel mese di aprile arriva nei negozi di dischi il suo album d’esordio, intitolato semplicemente Lou Reed, che si rivela un doloroso flop. Dei dieci brani che compongono il disco otto sono ripresi dal repertorio dei Velvet Underground, anche se in quel momento le versioni incise dai Velvet sono inedite e quando saranno pubblicate, qualche anno dopo, si scoprirà che sono nettamente migliori di quelle apparse sull’album ufficiale. Il grande problema di questo esordio un po’ incerto non sono certo le canzoni, tutte ottime, ma la produzione svogliata e la scelta dei musicisti di supporto: Caleb Quaye (Elton John Band, collaboratore tra gli altri di Mick Jagger e Paul McCartney), Rick Wakeman e Steve Howe (Yes) sono strumentisti sopraffini ma i loro stili non si adattano a quello di Lou e il risultato è un album dal sound piatto, quasi impersonale e senza particolari guizzi.

La brutta performance commerciale del disco sembra il preludio ad una nuova battuta d’arresto per la carriera del futuro Rock ‘n’ Roll Animal, che però può contare sull’aiuto di un fan della prima ora che non lo ha mai dimenticato: David Bowie, che ora è in procinto di diventare una star planetaria grazie al suo Ziggy Stardust Tour, è infatti sicuro che dietro all’uomo che coi Velvet ha dato voce nel rock a quel sottobosco culturale che ora grazie al glam domina le classifiche ci sia ancora un potenziale enorme ed è intenzionato a farlo fruttare. Oltre ad eseguire nei suoi concerti delle ottime versioni di I’m Waiting For The Man (già eseguita live anche dagli Yardbirds di Jimmy Page, anni prima) e White Light White Heat, Bowie non perde occasione per parlare in pubblico di Lou (che nel frattempo ha conosciuto dal vivo, questa volta per davvero) e dell’influenza che la sua musica ha avuto su di lui; indice conferenze stampa congiunte per presentare Reed alla stampa inglese e lo invita con lui sul palco come super ospite di un suo concerto per farlo conoscere al suo pubblico. La strategia di marketing funziona alla grande e attorno a Lou Reed si crea una nuova e sempre crescente curiosità: è il momento di chiudersi nei Trident Studios ed iniziare a lavorare ad un album che possa finalmente portare Lou nell’Olimpo dei grandi del rock.


Il disco

Le registrazioni di “The Transformer” (questo era il titolo provvisorio) cominciano all’inizio di agosto e vanno avanti per tutto il mese. Lou, come suo solito, ha già alcuni brani pronti: quattro sono ripresi dal repertorio Velvet ancora inutilizzato, come Andy’s Chest (dedicata all’attentato alla vita di Andy Warhol ad opera della squilibrata Valerie Solanas), Satellite of Love, New York Telephone Conversation e Goodnight Ladies (queste ultime due eseguite solamente live fino ad allora), mentre altri pezzi come Walk On The Wild Side, Hangin’ Round e I’m So Free provengono dal suo periodo sabbatico dell’anno precedente. Tutto è progettato per dare scandalo: Andy Warhol gli suggerisce di scrivere un brano d’apertura in grado di rimanere impresso fin da subito, qualcosa come la storia di un uomo che frusta il suo amante con un fiore, Lou lo prende alla lettera e compone Vicious, che inizia proprio così (“Vicious! You hit me with a flower!“).

L’apertura è folgorante come doveva essere; Mick Ronson (indimenticabile chitarrista degli Spiders from Mars e vero artefice del sound dell’album) suona la chitarra con un pedale wah-wah premuto a metà e la distorce sempre di più con l’incedere del brano, mentre Lou canta il testo di questa perversa storia d’amore con fare volutamente sopra le righe, quasi effeminato: la prima portata è servita ed è chiaro che stiamo per addentrarci in un territorio nuovo, ben lontano dal disco di pochi mesi prima. La nuova Andy’s Chest appare rallentata rispetto alla versione dei Velvet: apertura con chitarra, basso e voce prima dell’esplosione del ritornello in cui fanno capolino le backing vocals guidate da Bowie; nettamente superiore alla prima versione, si comincia a fare sul serio.

È vero che bisogna dare scandalo, ma per assicurarsi il successo commerciale occorre anche qualcosa di rassicurante e bellissimo e infatti è il turno di Perfect Day, il suo inno all’essenza della vita, che è il brano che segna il punto di non ritorno dalla leggenda: il pianoforte e gli arrangiamenti orchestrali di Ronson fanno volare alto uno dei testi d’amore più belli mai concepiti, come già era successo meno di un anno prima con Life on Mars?

Dopo il rock ‘n’ roll travolgente (ma oggi un po’ invecchiato) di Hangin’ Round è il turno del cavallo di battaglia definitivo, di quel marchio di fabbrica rinnegato a più riprese da Lou, nel corso della sua carriera salvo poi essere ripreso nel suo ultimissimo tour del 2012 in una versione a dir poco commovente: Walk On The Wild Side si basa su due accordi, un giro di basso semplice e travolgente suonato dal grandissimo Herbie Flowers, la chitarra acustica di David Bowie e… Lou Reed, che modifica il testo rispetto alla demo dell’anno precedente e trasforma il brano in un inno, un manifesto programmatico di quella che è stata e che sarà la sua carriera.

La canzone narra le storie di alcuni ex-membri della Factory di Warhol (tra i quali Candy Darling, già protagonista della sua Candy Says) tra sesso, prostituzione maschile, travestitismo, abuso di farmaci e altro, ma lo fa con una leggerezza di tono che ha dell’incredibile (leggerezza che tornerà spesso nei suoi album meno noti di quel decennio, da riscoprire), inframezzata da un coretto irresistibile nel ritornello e portata alla conclusione dal sublime assolo di sax barirono di Ronnie Ross, ex insegnante di Bowie. Nonostante il testo, Walk On The Wild Side diventerà  una hit radiofonica in tutto il mondo (persino in Italia, il ché è ironico considerando che parliamo di una canzone che a un certo punto fa: “lei non ha mai perso la testa, nemmeno quando faceva pompini”).

Make Up apre la seconda facciata dell’album, che vede una presenza più massiccia degli strumenti a fiato e un’atmosfera lievemente diversa, più teatrale. Il brano è un altro inno all’omosessualità e al travestimento: Lou canta ad un uomo come se fosse una donna (“You’re a slick little girl“) e inserisce nel ritornello lo slogan del Gay Freedom Front (“Now we’re coming out, out of our closets, out of the streets, now we’re coming out..“), accompagnato dalla tuba suonata da Flowers.

È ora il turno di Satellite Of Love, altro capolavoro: il rock ruvido e spontaneo dei Velvet viene viene filtrato dal piano di Ronson, dai backing vocals “spaziali” di Bowie e dal basso di Klaus Voorman (storico collaboratore dei Beatles) e si trasforma in una ballata romantica imperdibile, uno dei brani più rappresentativi e irrinunciabili del glam rock: dal testo emerge una storia di gelosia, argomento che sarà trattato con ben altri toni nell’album successivo (ma anche questa è un’altra storia).

Si ritorna al rock ‘n’ roll puro, semplice e imbattibile con due dei tre brani successivi. L’attacco di Wagon Wheel (una fan theory circolata per anni afferma che il brano sia in realtà stato scritto da Bowie ma non esiste alcuna prova in merito) fa pensare inizialmente a Bang a Gong (Get it on) dei T-Rex prima che il brano prenda direzioni diverse e inaspettate, mentre la più rumorosa I’m So Free è dedicata alla marjiuana (“Mother Nature“) e ai suoi consumatori (sons): i due brani sono inframmezzati dalla filastrocca al pianoforte New York Telephone Conversation, dedicata alla passione smodata di Andy Warhol per le lunghe telefonate e guidata dalla voce di Reed cui viene sovrapposta quella di Bowie che canta ad un ottava superiore.

Il gran finale è affidato alla bellissima Goodnight Ladies: tra citazioni shakespeariane e tanta ironia nel testo, la canzone che chiude Transformer sembra il numero di chiusura di un vecchio spettacolo di cabaret degli anni venti o trenta e sembra quasi di vederlo, Lou, su un palcoscenico (magari truccato da donna) mentre saluta il pubblico che sta per andarsene accompagnato da una piccola orchestra di fiati (guidata da Tevor Bolder, bassista degli Spiders From Mars).


Il grande successo

L’uscita del disco è preceduta da interviste, lunghi articoli e concerti: il look di Lou viene ripensato in chiave glam aggiungendo trucco bianco in faccia e cerchiando gli occhi di nero: nasce il mito fantasma del rock, una creatura che fa discutere e che durante le sue performance porta il pubblico in un mondo dove non potrebbe mai entrare (“Come andare a vedere un film horror o western o chissà cosa, solo che quando tornano da una mia esibizione voglio che non siano più gli stessi”). Per la copertina dell’album viene chiamato Mick Rock, forse il più grande fotografo della scena rock degli anni settanta, che decide di usare una foto venuta male: a causa di un errore in camera oscura, una sua foto frontale di Lou è rimasta accidentalmente sovraesposta quindi rovinata, ma l’effetto è così particolare che Rock decide di utilizzarla ugualmente. Una scelta felicissima perchè quella foto “rovinata” diventerà in poco tempo l’immagine di Lou Reed più famosa in assoluto.

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La fotografia originale da cui è tratta la cover

Transformer esce nel novembre del 1972 e si rivela un successo enorme, che convince la stampa, galvanizza il pubblico e apre la strada alla piena rivalutazione dei Velvet Underground, da band cult per pochi “eletti” a gruppo imprescindibile: Lou Reed non è più un artista di nicchia ma una rockstar talmente affermata da potersi concedere della totale libertà artistica per il resto della carriera, che sarà eccezionale. È l’inizio di una grande storia.

In Transformer c’è il dna artistico di Lou Reed: certo, è un album (quasi) costruito a tavolino per scalare le classifiche ed inserirsi in un abito glam che a lui andava un po’ stretto e da solo non è sufficiente per poter dire di conoscere la produzione del grande NYC Man, ma dentro di sè contiene i semi di quasi quello che Lou farà col rock ‘n’ roll negli anni a venire. Non solo, con Transformer viene resa immortale l’immagine definitiva di Lou Reed: quello strano animale da palcoscenico con la giacca di pelle e gli occhiali da sole anche quando è notte, che canta storie di ordinaria follia con fare decadente e ironico. È inoltre l’unica vera grande collaborazione tra Lou Reed e David Bowie (eccetto qualche sporadica e breve comparsata a cavallo tra gli anni novanta e duemila), due personalità troppo ingombranti per poter lavorare insieme a lungo, ma che quando hanno unito le forze hanno prodotto risultati incredibili, che oggi rivivono per sempre tra i solchi di questo vinile.

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