David Bowie, nascita di una leggenda: il tour inglese di Ziggy Stardust del 1972

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Quarantacinque anni fa il Regno Unito fu attraversato da uno dei live show più innovativi della storia del rock: un cantante venticinquenne dai capelli rosso fuoco, il volto pallido e uno stravagante guardaroba di costumi di scena, si apprestava non solo a diventare una celebrità ma anche a lasciare un segno indelebile nell’immaginario collettivo, mostrando nuove possibilità di contaminazione tra musica e altre forme d’arte. In parole più semplici, David Bowie stava costruendo passo dopo passo i motivi per cui oggi lo ricordiamo.

Naturalmente la costruzione di un alter ego fittizio come l’alieno Ziggy Stardust fu un’abile trovata commerciale, così come molti dei momenti cardine di questa tournée e del successivo Aladdin Sane Tour (culminato con la “morte” del personaggio di Ziggy, nel concerto del 3 luglio 1973 all’Hammersmith Odeon di Londra), ma fu anche e soprattutto uno di quei momenti in cui diventa molto difficile stabilire il confine tra arte e marketing: vestiti come Alex e i suoi Drughi, ma con tessuti ultracolorati che sembravano usciti da un fumetto pulp/sci-fi, David Bowie e gli Spiders From Mars si lanciarono in un tour che, partito quasi in sordina tra pub e campus universitari, era destinato a cambiare per sempresempre il concetto di spettacolo rock e le loro stesse vite.

“Ero certo che la nostra musica fosse perfetta per la generazione di Arancia Meccanica, e volevo riproporre la durezza e la violenza di quegli abiti ma ammorbidirla utilizzando dei tessuti assolutamente ridicoli: era ultraviolenza in tessuto liberty” dirà Bowie vent’anni dopo in un’intervista, e non è un caso quindi che ogni data dello Ziggy Stardust Tour si aprisse sulle note dell’Inno Alla Gioia di Beethoven, volendo palesemente ricollegarsi al capolavoro di Stanley Kubrick uscito nelle sale appena un anno prima.

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La celebre fellatio sulla chitarra di Mick Ronson. Per scatti come questo la famiglia di Ronson fu vittima di intimidazioni.

Gli show di Ziggy avevano una scaletta strutturata in modo abbastanza preciso, con una prima parte del concerto che conteneva i brani più famosi (pezzi come Hang On To Yourself, Ziggy Stardust, Life On Mars?, Changes e Five Years) un set acustico nella parte centrale dedicato a brani più impegnati (Space Oddity, le cover di My Death ed Amsterdam di Jaques Brel, Andy Warhol) e un’esplosione elettrica nella parte finale, in cui gli Spiders (la cui potenza sonora nell’album The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars era tenuta a freno dalla produzione) erano liberi di sfogare il proprio potenziale su brani come Queen Bitch, Moonage Daydream, The Jean Genie e Suffragette City.

C’era spazio anche per cover illustri come Round and Round di Chuck Berry e This Boy dei Beatles ma il posto d’onore in scaletta era riservato ai Velvet Underground, con Waiting For The Man e White Light White Heat che erano presenza fissa negli show. Tra trovate sensazionalistiche (come la fotografia della “fellatio” alla chitarra di Mick Ronson apparsa sul Melody Maker, che trovate sopra) e ospiti d’eccezione in apertura (Roxy Music) e chiusura (Lou Reed) di alcuni concerti, il tour divenne sempre più popolare non solo per i costumi, le movenze ambigue di Bowie e le voci, confermate dal diretto interessato, di una sua presunta omosessualità: mai come allora infatti uno spettacolo rock era stato così multimediale, con proiezioni di foto e video durante il concerto, effetti scenici di ogni tipo e numeri di danza e mimo ispirati al teatro Kabuki.

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Il momento clou del tour fu la doppia data del 19 e 20 Agosto 1972 al Raibow Theatre di Londra, per la quale Bowie ottenne l’aiuto del suo vecchio maestro di danza Lindsay Kemp nella cura di scenografia e coreografie, che prevedevano la presenza sul palco di una compagnia di ballerine, le Astronettes, che si sarebbero esibite in alcuni numeri sperimentali di danza durante l’esecuzione dei brani. Aperto dai Roxy Music (con Brian Eno in formazione) e con ospiti tra il pubblico del calibro di Mick Jagger, Lou Reed, Elton John, Andy Warhol e Alice Cooper, il concerto al Rainbow fu il momento in cui la stampa specializzata smise di considerare David Bowie come un fenomeno temporaneo che si sarebbe sgonfiato nel giro di un estate: lodando la teatralità dei concerti e l’intensità drammatica che riusciva a sprigionare da alcune interpretazioni (come Rock ‘N’ Roll Suicide, in chiusura di molti concerti) la stampa inglese cominciò a definire David Bowie come una sorta di reincarnazione rock di Judy Garland, capace di portare il cabaret, la decadenza, il glamour e il musical all’interno di un genere musicale che fino a quel momento era stato ben lontano da quel mondo.

A new star was born. E una nuova trasformazione stava investendo il rock.

 

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