Todo Modo: il significato simbolico del film-accusa di Elio Petri

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di Todo Modo, il film di Elio Petri del 1976, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Quante volte si può chiedere perdono per gli stessi errori? In che modo possiamo purificarci da tutti i nostri peccati? E che cos’è davvero il peccato? Per diversi secoli la Chiesa ha cercato ed è riuscita ad avere il controllo sulla vita delle persone influenzando i loro pensieri, le loro parole, opere ed omissioni  e, attraverso un atteggiamento  tirannico e inquisitorio, è stata capace di indicare l’unica strada possibile per raggiungere il Divino separando in modo manicheo ciò che è bene e ciò che è male.

Ciò su cui però bisognerebbe porre maggiore attenzione è il fatto che la religione cristiana ha ripreso e modificato profondamente  il concetto di catarsi adattandolo quanto meglio ai suoi precetti  e ai suoi dogmi. Si nasce già peccatori (di una colpa altrui!) e solo attraverso il battesimo si può diventare figli di Dio. I figli però non sempre riescono a seguire la retta via, troppo spesso sono deboli, distratti dai piaceri corporei, disposti naturalmente verso il peccato; per questo serve un vademecum che attraverso delle prescrizioni possa riportare la pecorella smarrita dal buon pastore. Con questo proposito infatti Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ha elaborato, tra il 1522 e il 1535 i famosi  “Esercizi Spirituali” e cioè, a detta del Santo, “ogni modo di esplorare, di meditare… per cercare la volontà divina , in lingua originale “Todo modo para buscar la voluntad divina”.

Questa è la tagline di uno dei film più complessi, più controversi e più significativi della storia del cinema: Todo modo, diretto da Elio Petri nell’ormai lontano 1976. Elio Petri, uno dei più grandi cineasti della storia della settima arte, ispirandosi liberamente al romanzo di Sciascia, ci mostra attraverso un viaggio metafisico, spirituale ma soprattutto metaforico, ambientato in un albergo-eremo-prigione dalle apparenze post-moderne, chiamato Zafer, la disintegrazione ideologica e carnale di un sistema politico corrotto e stantio che indisturbato aveva governato l’Italia per trent’anni. Questa creatura, fino a quel momento incontrastata e incontrastabile, prende il nome di Democrazia Cristiana.

Petri nella sua carriera, breve ma estremamente intensa, ha affrontato ciò che spesso il cinema comune ha evitato o ha trattato in modo velatamente ironico, quasi per non disturbare, e cioè il potere, l’alienazione, lo sfruttamento e la nevrosi che a questi si associano e lo fa attraverso una tecnica e una scrittura di rara qualità, sostenuto da un montaggio e da una fotografia da far invidia a chiunque. Dopo aver affrontato nei tre film precedenti il tema della nevrosi sotto tre punti di vista differenti (la nevrosi del potere in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto con cui nel 1971 ha vinto anche un Oscar per il miglior film straniero; la nevrosi del lavoro ne La classe operaia va in paradiso e la nevrosi del denaro ne La proprietà non è più un furto) e dopo aver subito critiche da ogni fazione politica e diversi tipi di boicottaggi, decide di girare un film ancora più nevrotico, un’opera che pone la pietra tombale sul “cinema politico” e mette alla gogna quella società consumistica, borghese, ipocrita, cattolica, tanto disprezzata e combattuta da Petri.


La trama

Il film è ambientato, come scritto pocanzi, in una sorta di romitorio post-moderno, denominato Zafer, in cui si riuniscono diversi esponenti politici, dirigenti d’azienda, industriali, banchieri aderenti a diverse correnti di quel partito di governo, secolare e corrotto che si cerca di cambiare per non rischiare il disfacimento. Mentre la società si interroga su una misteriosa epidemia che lascia dietro di sé una lunga scia di vittime, i potenti-peccatori si sottopongono agli annuali riti spirituali (sulla base degli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola), intervallati da segrete riunioni di partito, sotto l’egida di Don Gaetano, un prete molto autorevole ma contaminato anche esso dai godimenti corporali, che con il suo prestigio governa sugli ospiti. Durante le tre giornate in cui vengono svolte le pratiche spirituali (non senza litigi e accuse infamanti) affinché avvenga quel tanto aspirato rinnovamento di cui tutti gli esponenti di partito si riempiono la bocca, si succedono una serie di inspiegabili delitti che provocano la morte dei rappresentanti più rilevanti del partito.

Tra questi spicca la figura del Presidente, leader politico affabile, mite, dove dietro quel suo essere sempre tranquillo e pessimista si annida un profondo desiderio di potere e di comando. Personaggio che, per la sua fisionomia, il modo di atteggiarsi, il ruolo ricoperto, segue apertamente la figura di Aldo Moro. E chi meglio poteva interpretare un ruolo così scomodo e così complesso se non Gian Maria Volonté, uno dei più grandi attori della storia del cinema che tanto ha fatto la fortuna di Petri nei film precedenti, andando ad impersonare ruoli tragicamente emozionanti come per esempio l’autoritario dirigente di polizia in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni  sospetto o l’operaio stakanovista Lulù ne La classe operaia va in Paradiso. Volonté per interpretare questo personaggio aveva cominciato a studiare in modo quasi stanislavskiano Moro nei comportamenti, nella mimica, nell’intonazione tanto da portare il regista a scartare i primi due giorni di riprese in quanto, a detta di Petri “la somiglianza era imbarazzante”: fu lì che Petri spronò Volonté a forzare ancora di più alcuni aspetti del personaggio sembrando più una caricatura, una deformazione, poiché se fosse stato Moro senza sottintesi la pellicola probabilmente non sarebbe mai stata consegnata al grande pubblico.

Fin dal suo arrivo a Zafer il Presidente si mostra sconsolato e turbato già da quando recita il primo Pater Noster alla maniera ignaziana cioè con respiro profondo ad ogni verso. In tutta la preghiera si nasconde la paura di un uomo che vorrebbe un cambiamento ma sa benissimo che questo non può avvenire tra coloro che sono portatori di corruzione, impudicizia e inverecondia e sa che se il potere rimane nelle mani di chi ha sempre dominato, di chi non ha mai nutrito amore per il popolo, di chi non ha mai avuto un ideale che non fosse legato al denaro e al piacere edonistico, l’unica soluzione possibile per quel tanto divulgato cambiamento è la distruzione fisica e morale di quei carnefici di cui lui stesso fa parte.

Il Presidente porta su di sé il fardello del potere rappresentando la faccia più pulita del partito: l’uomo mite, sommesso, che non desta sospetti e che cerca sempre di accontentare tutti, anche attraverso un compromesso. Proprio quel compromesso storico tanto ricercato invano in quegli anni da Moro e Berlinguer, leader delle due principali forze politiche del paese,  DC e PCI, così tanto diverse e così contrastanti  da ritenere quasi distopico questo possibile avvicinamento.


I dialoghi

Ciò che meglio descrive la personalità del Presidente è uno dei dialoghi più incisivi e paradossali, tra lui e Don Gaetano, interpretato da uno straordinario Marcello Mastroianni che aveva già lavorato precedentemente con Petri  (come non  ricordarlo nei panni di un giovane antiquario  ne L’assassino e soprattutto nelle vesti di Marcello Poletti nell’opera fantascientifica La decima vittima).

Il dialogo in questione si svolge privatamente tra i due dopo essere stati sottoposti insieme a tutti gli altri ospiti ad un interrogatorio “collettivo” in cui il procuratore cerca di ricostruire fisicamente la scena del delitto dando vita ad un grottesco siparietto in cui ognuno dei presenti nel disporsi “alla destra” o “alla sinistra” di un altro si accusa vicendevolmente di appartenere ad una corrente piuttosto che ad un’altra. Il Presidente, nel confessare a Don Gaetano di aver sognato una scena di stupro passivo che lo ha considerevolmente turbato, assicura il prete di non aver commesso atti: “come in politica, penso di fare, ma poi non agisco, è come un’erezione mancata”.

Un’erezione mancata, quella di un uomo talmente potente da non riuscire però ad agire per non scontentare nessuno, pensando di non sporcarsi le mani quando l’ignavia e la sete di potere nella sua essenza più pura sono peccati imperdonabili  per Dio e per il popolo. Quello stesso Dio che Don Gaetano invoca durante il primo esercizio spirituale, proprio sul peccato: “Dio vorrà ascoltarvi? Voi siete privilegiati. Coloro che governano questo paese in nome di Dio. Io vedo sgomenti nelle vostre anime. Avete paura di perdere il vostro potere. Ripeto:  Dio vorrà ascoltarvi?”. Ogni monologo del sacerdote è una pugnalata in pieno petto, le sue parole non suonano come un monito ma come una condanna. Sono parole tragiche che distruggono lentamente le torri d’avorio del potere sulle quali i peccatori hanno i piedi ben saldati.

Durante lo stesso esercizio spirituale Don Gaetano dà vita ad un flusso di coscienza  talmente colmo di pathos che non può non lasciare sconcertato lo spettatore, sentendosi  accusato direttamente dal prete che quasi rompe la quarta parete: “Guardate le vostre mani, il potere che esse stringono le sta bruciando… Confessus est et non negavit et confessus est. Perché se confessò aggiunse e non negò e perché se confessò e non negò dopo aggiunse e confessò? Se ciò che è stato rubato agli altri può essere restituito e non viene restituito, la confessione per questo peccato non è valida!”.

Quest’incantevole soliloquio, impreziosito da una straordinaria performance attoriale di Mastroianni, è seguito da una delle scene più violente di tutta la pellicola ossia l’autoflagellazione dell’onorevole Voltrano, interpretato da un insolito Ciccio Ingrassia che ha abituato il grande pubblico a ben altri ruoli. L’onorevole Voltrano rappresenta la faccia più grezza e più sporca della Democrazia Cristiana, colui che accusa gli altri di peccati di cui lui è il più volgare esponente, che esordisce disertando la prima cena in quanto non riesce a mangiare con dei ladri simili ed esce di scena con una frase enigmatica quanto tragica: “Piangete, siete morti senza saperlo, il popolo lo vuole, Dio lo vuole”. Una frase che sa di profezia, dalla quale lui stesso insieme a tutti gli altri sarà fagocitato. Tutti, nessuno escluso, perché Petri non vuole salvare nessuno, non c’è nessuno più meritevole di redenzione di qualcun altro, sono tutti la stessa faccia di una medaglia sporca e insanguinata.


I simboli

Sangue, corpi incandescenti, l’immensità delle fiamme, le anime dei dannati, tenebre senza fine, zolfo rovente sono questi gli elementi su cui si sofferma il sacerdote durante il secondo esercizio spirituale che ha come tema l’inferno, invitando i presenti ad immaginare quanto sia profondo e disumano l’inferno chiudendo il monologo con una sentenza angosciosa: “Il peccato degli uomini del potere è degno dell’inferno più di ogni altro”. Se l’inferno per i poveri è quello terreno, fatto di sfruttamenti, ingiustizie e sciagure, per i potenti è una sofferenza che va oltre il conoscibile umano, così parla Petri per bocca di Don Gaetano.

I potenti soffrono per paura di perdere i loro domini, le loro “sigle”, poiché tutti, chi più chi meno, sono dei “siglati”, tutti possiedono aziende e compagnie che fatturano milioni l’anno e si scambiano poltrone senza abbandonarle mai. Così come il Presidente, flebile, pacato e così rispettato è accusato da tutti i dirigenti di partito di essere stato sempre al governo ma di non aver mai fatto nulla per cambiare quel sistema. Questo avviene subito dopo che il Presidente convoca il procuratore mostrandogli la soluzione a tutti quei delitti indefinibili: tutte le vittime possedevano delle aziende le cui sigle, se sommate alle sigle dei superstiti, andavano a comporre la frase di Ignazio di Loyola “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Non si capisce chi abbia riferito ciò al Presidente e da questo suo modo di fare oscuro e misterioso sembra paragonabile maggiormente alla figura di Giulio Andreotti, il diabolico demiurgo della Dc.

Come ogni grande uomo di potere che si rispetti è accompagnato da un fedele servitore, completamente atarassico ed apparentemente estraneo agli eventi ma proprio per questo suo atteggiamento desta più di un semplice interesse nello spettatore. Interpretato da un gelido Franco Citti, attore feticcio tanto amato da Pasolini, questo accompagnatore impassibile sembra essere l’incarnazione stessa dell’epidemia che uno ad uno strappa dal mondo dei vivi tutti quei peccatori imperdonabili, compreso il suo padrone. Un vendicatore che idealmente può rappresentare la morale di Dio o del popolo o più semplicemente lo spettro oscuro del comunismo che mai era stato così forte in quel periodo, almeno a livello di elettorato.

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Mariangela Melato e Gan Maria Volonté in Todo Modo

Agisce nell’ombra ed è nascosto da tutti, così com’è nascosta un’altra figura significativa legata visceralmente al Presidente e cioè sua moglie Giacinta impersonata da una straordinaria Mariangela Melato, già compagna di Volonté ne La proprietà non è più un furto, che si mostra visibilmente invecchiata e inquietata per la sorte del marito. Non è semplicemente moglie, ma anche madre e serva per il Presidente con il quale ha condiviso il peso della croce, il fardello del potere. Il loro è un rapporto quasi incestuoso, nel quale il Presidente si rifugia per trarre nutrimento e protezione come un bambino spaventato dalle insidie del mondo esterno. Come moglie concede il suo seno allo sposo attratto fortemente da lei, come madre si assume delle responsabilità che probabilmente non ha, affermando di essere lei il peccato e non suo marito-figlio.

È proprio questo ciò che emerge durante la confessione con Don Gaetano, una donna divisa in due parti su cui grava l’emblema del marito verso il quale riversa sia una pulsione di vita che una di morte:

“Non ho altri peccati se non quelli di desiderio per lui. Desidero per lui il comando, il potere. Come una madre io lo vedo alla testa della nazione. Io sono come l’Italia e lui è Cavour, Garibaldi… e lui è Cristo, è in alto, ecco, lui per me è Cristo. Forse è questo il mio peccato: io mi lascio succhiare perché diventi più forte, ma una madre non può fare l’amore col proprio figlio. Io desidero, forse desidero che muoia. Desidero che diventi un monumento, cioè un morto e io una donna”.

Una madre che vuol vedere suo figlio trionfare e tornare saldamente al comando della Nazione e una serva ormai stanca che desidera solo la caduta del suo creatore. Un creatore fallibile che vuole solo essere redento ma che non sente di essere come gli altri, credendo di essere un po’ meno peccatore di tutti gli altri. Eppure sempre di un peccatore si tratta e Petri non fa sconti a nessuno, la fine è la stessa anche per il Presidente e questa è sentenziata chiaramente da Don Gaetano che non gli dà alcun tipo di assoluzione e mostra finalmente la faccia più sporca del leader politico che con una frase rigetta la sua reale natura: “Pensa a ciò che rappresentiamo non a quello che siamo”. Purtroppo per il regista romano ciò che il Presidente e i suoi compagni d’armi rappresentano è anche ciò che sono concretamente e tutti i modi per cercare una purificazione non bastano.


Il significato

Todo modo è una vera e propria esecuzione verso quella classe politica corrotta, cinica e depravata che per tanti anni ha governato l’Italia e l’unico modo che aveva Petri per non incorrere nella censura immediata è stato quello di rappresentare tutto ciò nel modo più grottesco possibile. Il film si inserisce in un periodo storico caratterizzato da instabilità politica e dal terrorismo nero e rosso, da stragi (come non ricordare quella di Piazza della Loggia, quella dell’Italicus e la successiva strage di Bologna), da scandali come quello Lockheed che aveva fatto temere seriamente un sorpasso del PCI sulla DC, da rapimenti come quello di Mario Sossi fino a quello di Aldo Moro il cui consecutivo omicidio, oltre a mutare completamente la società, rese la pellicola impresentabile, abbandonandola a sé stessa per anni, intentando quel processo alla Dc e alla società in generale che, secondo Sciascia, Pasolini non era riuscito a portare a termine perché morto prematuramente.

Petri aggredisce la realtà, preferendo decostruire piuttosto che costruire avvalendosi di una tecnica straordinaria, interpreti spettacolari, dialoghi sopra le righe in particolar modo quelli tra Volonté e Mastroianni,  una colonna sonora morriconiana irrequieta ma mai invasiva, un montaggio esemplare e una scenografia che fa sprofondare lo spettatore in un mondo in cui il reale e l’onirico si confondono liberamente.

Concludendo questa lunga digressione, che rimane comunque incompleta per descrivere la ricchezza di questo film, Todo modo è l’espressione più pura della settima arte, dove il fine ultimo non è solo il mero intrattenimento ma anche la denuncia, o meglio la “rivelazione”. Petri, pur sperando il contrario, in cuor suo sapeva che i potenti non sarebbero mai caduti, ma questo è il suo sogno e noi possiamo sognare con lui, almeno per due ore. D’altronde, come afferma Don Gaetano, “Tutto non è che una lunga caduta, come nei sogni”.

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