Amore Tossico: la lezione di Caligari che la società non ha mai colto

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Nell’ombroso settembre di esattamente 35 anni fa, alla mostra del cinema di Venezia veniva presentato il più controverso e discusso film di Caligari, Amore Tossico. Vinse un premio speciale nella sezione de Sica, ma venne accolto con forte indignazione e numerose polemiche, smontato da un becero perbenismo. Il lungometraggio con cui il regista ha esordito, è uno sguardo neorealista limpido e senza filtri su un’Ostia struggente degli anni ’80, divorata dall’eroina. Un prodotto cinematografico sovversivo e rivoluzionario per linguaggio e atteggiamento, che ha portato nelle sale la crudeltà della periferia romana dimenticata.

Caligari, un regista coraggioso, underground e controverso, non era certo un personaggio che poteva essere apprezzato dal grande cinema ufficiale nella giusta misura. Come ha brillantemente messo in luce Enrico Lancia nella biografia sul regista:

“Claudio Caligari entra nell’ambiente cinematografico non dalla porta principale, ma da una laterale, sebbene sempre importantissima, quella del cinema indipendente, esordendo come documentarista ed eccellendo da subito intorno alla seconda metà degli anni Settanta, nell’affrontare i problemi della gioventù di quel periodo, sia dal punto di vista politico, sia da quello esistenziale, la droga, la difficoltà del vivere alla giornata, il disinteresse totale di chi sta loro attorno.”

Fin dalle sue opere iniziali, che rappresentano i primi veri documenti in circolazione sulla piaga della droga, ha dato voce a tossicodipendenti, mostrando l’incomunicabilità con una società che non ha saputo cogliere il disagio dell’emarginazione. Ha posto l’attenzione con una regia provocatoria, ma sempre amoralista, sul mondo dimenticato del disagio.

Nel ’77 si lasciò passionalmente travolgere dal movimento politico, puntando così l’occhio della sua telecamera nei successivi documentari su lotte studentesche e operaie, sulle questioni sociali, in un’indagine sul sottoproletariato giovanile. Come egli stesso ha dichiarato: “Mi piaceva entrare a contatto con aspetti estremi della vita e riprenderne le dinamiche e quindi la forma documentaristica era l’ideale per manterne viva la veridicità e la portata.”

Amore Tossico rappresenta il primo lungometraggio di un artista che ha lavorato tenendosi per tutta la vita ai margini del sistema. Un film lontano da qualsiasi tipo di stereotipo, guidato da un realismo disarmante e sporco, in grado di liberare la tematica della droga e della tossicodipendenza dalla drammatica banalità con cui troppo spesso viene raccontata.

La storia ruota attorno a otto ragazzi: Cesare, Enzo Roberto detto Ciopper, Massimo, Capellone, Michela, Loredana, Debora e Teresa, che vivono tra un’Ostia divorata dalla tossicodipendenza e il quartiere di Centocelle a Roma, dove il SERT distribuisce metadone. Otto ragazzi, vomitati da una società pressapochista e ipocrita, senza alcun obbiettivo all’infuori dell’eroina.

Il film può essere colto nella sua completezza solo se rapportato al particolare contesto storico sociale del periodo in cui è stato prodotto. Nel passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80 in Italia si assisteva alla diffusione delle droghe pesanti, le quali erano al centro della comunicazione mediatica. Giornali, televisione ne parlavano con filtri pietistici che svuotavano di senso l’intera fenomenologia della sostanza. Non veniva spiegato perché la gente si drogasse, l’effetto di immediato piacere che le droghe pesanti provocano. Si osservavano le sostanze stupefacenti parzialmente, solo dall’esterno.

Da qui l’idea del film: ridare veridicità e voce a una questione, quella della dipendenza da eroina, svuotata di significato e ridicolizzata a un semplice stile di vita dannoso e insensato, mettendo in scena tutta quella parte di disagio, emarginazione delle borgate che dai media non era stata raccontata.

In piena conformità con i canoni del neorealismo gli attori impiegati sono tutti non professionisti, ma anche in questo caso Caligari, regista dell’eccesso, si spinge oltre: i ragazzi del film sono tutti ex-tossicodipendenti o tossicodipendenti provenienti dai bassifondi ostiensi.

L’incontro con i futuri attori del film avvenne nel momento della stesura della scenografia, realizzata assieme al sociologo Guido Blumir. Caligari sentiva la necessità di un riscontro concreto per la verosimiglianza dei dialoghi, si sottopose a un’immersione totale della situazione vivendo mesi a stretto contatto con la periferia romana. In un primo momento i ragazzi del film operarono come collante linguistico tra il copione del film e il reale gergo del mondo della periferia, della droga e della malavita. Entrato in confidenza con i ragazzi e con l’ambiente,  il regista si rese conto che il mondo raccontato era talmente particolare, talmente specifico nei gesti, nei comportamenti, nel modo di parlare, che nessun attore sarebbe stato in grado di far rivivere quel mondo in una pellicola con completa veridicità. A quel punto decise di girare il film con i ragazzi che già aveva conosciuto nella periferia romana.

Vi furono numerose difficoltà nella produzione: in primis un budget bassissimo, la cui carenza si può riscontare soprattutto nel finale, che seppur caratterizzato da un riuscito studio simbolico, sembra una chiusura che procede troppo rapida rispetto al ritmo narrativo del resto del film.

Inoltre capitava non di rado che alcuni personaggi del film venissero arrestati per reati derivanti dalla loro situazione o fossero colti da improvvise crisi di astinenza proprio durante le riprese. Oltre a ciò, non potendo circolare droga sul set, fu difficile convincere i neo-attori a farsi iniezioni in vena di sostanze neutre.

Come in Amore tossico non vi è lieto fine, non vi è stato nemmeno per molte delle vite dei personaggi del film. Il protagonista Cesare Ferretti, riuscì a disintossicarsi dall’eroina, ma morì di AIDS il 17 marzo 1989. Patrizia Vicinelli che nel film interpreta una pittrice e che in realtà era una poetessa, che aveva fatto parte del Gruppo 63 (avanguardia letteraria del 900), morì anche lei di AIDS nel 1991. La protagonista femminile Michela Mioni ebbe guai giudiziari pochi mesi dopo l’uscita del film.

Erede del pasolinismo, in cui per molti aspetti però si discosta, Amore Tossico, è un film in cui la visione del mondo fino ad allora conosciuto viene completamente scardinato, una pellicola che irrompe senza chiedere permesso. Il completo annichilimento di un’Ostia che muore ai piedi del monumento di Pasolini, una spasmodica ricerca dell’eroina incastrano i ragazzi in una narrazione ciclica da cui non riescono a uscire: ricerca dei soldi, dello spacciatore, assunzione della dose, crisi di astinenza e nuova disperata ricerca della droga.

Il prodotto di Caligari è esente da qualsiasi tipo di estetismo, se nel sottoproletario pasoliniano è possibile rivedere una poetica evasione dal conformismo, in Amore Tossico non c’è più niente di poetico, i personaggi sono egoisti, cinici. Girato in un periodo in cui l’eroina stroncava la vita di molti giovani, Amore Tossico è scioccante, forte, fastidioso, nudo. I volti dei ragazzi sono veri, scavati dai segni di una reale tossicodipendenza.

Si potrebbe quasi affermare che l’accoglienza in parte negativa che il film ha avuto sia in piena conformità con l’idea che ne è alla base: certe scene come l’iniezione nel collo di Michela e i primi piani sull’assunzione dell’eroina hanno scioccato molti. Il film è così crudo da spingere diverse persone in certi punti a distogliere lo sguardo dallo schermo, esattamente come esse cambierebbero lato del marciapiede, procedendo spedite, se dovessero trovare sul ciglio della strada un ragazzo che sta assumendo una dose.

“Questo sì che ‘n quadro vero. Fatto de vita. Fatto de morte. Fatto de sangue, de sangue nostro.”

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2 comments

    1. Brava Greta Gorzoni, bell’articolo da leggere, hai colto punti importanti del lavoro di #Caligari.”un realismo disarmante e sporco, in grado di liberare la tematica della droga e della tossicodipendenza dalla drammatica banalità con cui troppo spesso viene raccontata.”

      Mi permetto solo di aggiungere un elemento quasi mai nominato del film e che invece riveste secondo me un ruolo importante, sopratutto per la percezione dell’intero lavoro, ossia la musica. In realtà la musica, fatta eccezione per alcune canzoni cantate dai protagonisti, non c’è. E se c’è è una tremenda sequenza di suoni da sintetizzatore che determinano e accompagnano la drammaticità delle sequenze in modo unico e inconfondibile.

      Tecnicamente ed esteticamente si tratta di un suono orribile, ma estremamente funzionale alla resa finale della pellicola. “Amore tossico” è anche quel #suono lì…

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