Uscire illesi dall’inferno: l’amore secondo i Deafheaven

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Più ci avviciniamo alle frange musicali estreme, più affiorano problemi di natura identitaria e di appropriazione culturale. Fino a che punto siamo disposti a limitare il potenziale espressivo di un genere, per difenderne quei confini che ne definiscono l’essenza? Si tratta di conciliare due tendenze contrastanti, che pure partecipano a costituire ciò che è musica: la sperimentazione da una parte, la natura dei generi dall’altra – riuscirvi è un’operazione prettamente postmoderna.

A detta di molti, il black metal è un genere che rimane strettamente legato alle proprie radici ottantiane e novantiane, ai suoi stilemi rigidi ed esclusivi – nel senso più letterale del termine. C’è chi va fiero di una simile refrattarietà, perché interpreterebbe l’origine antisociale del movimento (il fatto che intorno a esso si radunino milioni di persone è un felice paradosso, realizzabile in pochi mondi oltre alla musica). Altri, invece, vedono quegli stilemi come inutili catene, e preferiscono mantenere la continuità del genere attraverso i suoi elementi più profondi, quelli che di rado traspaiono dalle apparenze. Basta fare un giro nei principali gruppi di discussione sull’argomento per accertarsi di quanto sia viva la diatriba. Poi inseriamo nell’equazione un gruppo come i Deafheaven, e ci rendiamo conto che il dilemma è faccenda da appassionati più che da musicisti. Non è un caso che proprio dentro le mura del black metal, meno claustrofobiche di come vengono descritte, siano germogliati fenomeni avantgarde di assoluta qualità come Ulver e Arcturus, che col black metal dei primordi condividono la paternità scandinava e le suggestioni folk. Coi Deafheaven però ci spostiamo in America, non poteva essere altrimenti, e parliamo di ben altro tipo di contaminazioni.

Fin dall’esordio nel 2011 con Roads to Judah, i Deafheaven corrono su una linea sottile, ma con una faccia tostissima e senza guardarsi mai indietro. La critica spesso si è divertita, trovando pure i propri vantaggi, a scollinare dall’uno e dall’altro lato. Sunbather, del 2013, fu salutato come un album epocale (registrò il voto più alto dell’anno su Metacritic), il primo in cui i Deafheaven mostravano la pienezza delle loro influenze in un amalgama efficace, e che difatti li proiettò a un livello di popolarità da cui non sono tutt’ora scesi. Mentre nei chiostri del metal si disquisiva se accettarli o meno nel canone, la critica di stampo indie seminava zizzania calcando la mano sulla narrativa che dipingeva i Deafheaven come band “controversa”, votata a un immaginario hipster. Pitchfork guidava l’iniziativa, e dietro a titoli come “Hate it or love it: the return of Deafheaven” o definizioni come “la band metal per chi non ama il metal” c’era il chiaro intento di cooptarli all’interno del manifesto indie facendo leva sull’antipatia dei metallari più intransigenti.

Ecco, ad esempio, cosa dice di loro un utente di reddit raccogliendo critiche e consensi in egual misura:

“Al di là della musica, noiosa e poco originale, e dei testi, che sono hipsterismi ridicoli, la ragione principale per cui odio così tanto questa band è che si tratta, essenzialmente, di un esercizio di appropriazione culturale. Il black metal dovrebbe essere inaccessibile, una musica antisociale scritta da pazzi per altri pazzi, e i Deafheaven hanno fatto la tipica cosa da hipster – l’hanno saccheggiato per la sua aura di autenticità e poi ne hanno minato le fondamenta creando un prodotto che si rivolge a dilettanti e progressisti che reputano offensivo e grottesco tutto ciò che si avvicina al vero black metal”.

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Eppure, come dicevamo, basterebbe allargare le vedute oltre queste dinamiche di costume per apprezzare l’ampiezza espressiva del metal estremo. Gli esempi abbondano, sia precedenti che contemporanei ai Deafheaven: dall’avantgarde dei succitati Ulver alle declinazioni jazz degli Shining, passando per le sonorità elettroniche del cosmic black metal e per il caos sonoro dei recenti Oathbreaker. A conferma di quanto sia sterile la polemica, conviene ascoltare quanto hanno da dire gli stessi Deafheaven: “Quelli che si preoccupano di come ci vestiamo e di come ci poniamo al pubblico”, ha detto il frontman George Clarke, “devono svegliarsi e crescere. Non c’è niente di falso nella nostra idea di metal. Ci sono cresciuto in questa comunità, so di cosa parlo”. Le parole di Clarke colgono il punto. È legittimo non apprezzare il lato emotivo della band, i suoi echi shoegaze e post-rock, se i propri gusti suggeriscono altrimenti: ma se c’è un aspetto della musica dei Deafheaven che investe l’ascoltatore è proprio la sua totale onestà, tanto da apparire ingenua nei primi, ambiziosi tentativi di ibridazione. Ecco perché l’ultimo album della band, Ordinary Corrupt Human Love, uscito lo scorso 13 luglio per Anti-, fornisce una sponda indispensabile per affrontare un viaggio nel sound dei Deafheaven: è la realizzazione compiuta di un percorso che a sua volta apre una strada nuova, con tutti gli elementi finalmente imbrigliati in un unico, maestoso flusso. Una coscienza musicale rotonda, matura, che non ha più bisogno di dare un nome alle proprie influenze né di rispondere alle critiche.

Per quanto i puristi debbano tapparsi il naso, la matrice dei Deafheaven è il black metal, ormai l’abbiamo intuito. Sono gli stessi George Clarke e Kerry McCoy, chitarrista e principale compositore, ad affermarlo. Si identificano, per esempio, nei caratteristici blast-beat di batteria che contribuiscono, quando reiterati, alle sfumature ipnotiche dei loro brani più lunghi, quelli che veleggiano intorno ai dieci minuti: “L’idea è arrivare alla fine come se il tempo non fosse mai passato”, teorizzano loro. Eppure, l’apertura di Ordinary Corrupt Human Love è quanto di più alternativo si possa immaginare. You without end è una ballata dal vago sapore anni ’70, condotta con delicatezza dal pianoforte mentre le spoken words dell’attrice Nadia Kury si appoggiano su radi riff di chitarra recitando un racconto dello scrittore Tom McElravey, un’escursione sognante sulle strade di Oakland, California. La voce di Clarke entra a metà del discorso, devastando lo scenario. È il solito screaming abrasivo a cui siamo abituati, un’altra delle più evidenti matrici black metal della band, ma l’arrangiamento non si piega ad assecondarlo. Resta lì, un alter ego mostruoso che racconta la parte nascosta della storia. Il contrasto è audace, quasi stridente, ma funziona. Dopo il primo ascolto c’è il sospetto che i Deafheaven abbiano ceduto alla provocazione, che abbiano aperto l’album con quel pezzo così inusuale proprio per strizzare un occhio alle critiche: più ci dite che siamo hipster, più facciamo la parte degli hipster. In realtà, arrivati in fondo alle sette tracce appare chiaro che You without end è lì per un motivo preciso, con un suo messaggio da comunicare. Ordinary Corrupt Human Love non è un concept album come lo si intenderebbe nel progressive, ma pone grande attenzione alla struttura: un tratto che si riflette nei testi di Clarke.

Le composizioni dei Deafheaven sono da sempre una teoria del contrasto, che è la chiave per raccontare qualsiasi tipo di storia attraverso qualsiasi medium. Un contrasto a livello microscopico, realizzato con l’alternarsi di aperture melodiche e sfuriate black metal, e un contrasto macroscopico che sta nei collegamenti stridenti tra le idee: l’emotività genuina che filtra tra le linee di un genere di norma poco introspettivo, le strofe di George Clarke che parlano di un amore, sì, ma urlato. Prendiamo come esempio Dream House, da Sunbather del 2013, il loro pezzo più famoso e probabilmente più riuscito, chiusura fissa di ogni concerto. Gli e alti e i bassi del pezzo ricalcano quelli dei Pink Floyd in Careful with that axe, Eugene, e seguendo quel nobilissimo esempio i Deafheaven toccano il picco emotivo nella memorabile coda:

“I’m dying
Is it blissful?
It’s like a dream
I want to dream”

Ordinary Corrupt Human Love, dicevamo, è invece un album più gentile, che ha arrotondato gli estremi per meglio miscelare gli elementi del sound. Non porta l’ascoltatore sulle montagne russe come in Dream House; piuttosto lo ipnotizza in un flusso di coscienza ricco di assalti emotivi, come nei migliori romanzi postmoderni. L’immaginario da cui pescano gli ultimi Deafheaven è caldo, prettamente californiano, come vogliono le loro origini. L’album ha una forte impronta chitarristica, col batterista Daniel Tracy che è bravissimo a stemperare l’atmosfera lasciando spazio agli assoli di McCoy, mai così incisivi. C’è un sapore surf rock nei suoi fraseggi, persino un’eco dream pop. Ascoltare Canary Yellow per credere, con un intermezzo ottimamente costruito che spezza la tensione di uno dei pezzi più violenti dell’album.

La ricerca sonora dei Deafheaven li ha spinti verso toni spiccatamente anni ’90, e loro non si vergognano di recuperarli persino nei loro tratti più ruffiani. La pienezza delle chitarre e delle voci (c’è anche un intervento di Chelsea Wolfe che duetta con Clarke – entrambi in clean vocals – nella suggestiva Night People) riempie in parte quella rarefazione di derivazione post-rock/shoegaze che in molti riconoscevano come marchio di fabbrica dei Deafheaven, al punto da includerli nello stretto circolo blackgaze insieme agli Alcest – di cui gli stessi Deafheaven hanno riconosciuto la pesante influenza fin dagli esordi, al pari di quella dei Wolves in the Throne Room. I rimandi a gruppi come Mogwai e Slowdive sono presenti, ma spesso isolati e cristallizzati, come nell’eterea Near.

Allontanarsi dalle minuzie che separano i generi per instaurare un dialogo con la tradizione rock, ecco un’altra prova della maturità del gruppo. Ordinary Corrupt Human Love è un album che suona nuovo, lo abbiamo detto, spesso sorprendente, ma mai forzato. È anche un album longevo, che si presta a un ascolto prolungato, perché molti suoi pregi risiedono nei dettagli. In quei versi urlati da George Clarke ad esempio, ulteriore segno dell’eredità black metal, volutamente incomprensibili senza il testo davanti agli occhi. “Mi piace che le persone debbano investigare per capirli”, ha detto. “Rende l’esperienza più immersiva”.

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Per capire come mai i Deafheaven cantino di sentimenti ed emozioni con uno stile estraneo al loro genere di riferimento, occorre rinvenire un altro frammento delle loro dichiarazioni d’intenti. “Il black metal si presenta feroce all’apparenza” ha detto Clarke, “ma possiede anche una tenerezza e una grazia sorprendenti. Le progressioni di accordi sono molto orchestrali, c’è molta bellezza e grandiosità, nascosta là sotto”. I Deafheaven, insomma, hanno guardato negli occhi il mostro senza paura, fino a metterlo a nudo. Hanno trovato un confidente fedele e comprensivo, con cui aprirsi a loro volta in un doloroso dialogo tra anime ferite: non gridano la rabbia, bensì le ragioni e le paure dietro a quella rabbia. Se non lo si fosse intuito da queste argomentazioni elaborate o da certi indizi disseminati in passato (L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, citato in Please Remember) il titolo dell’ultimo album svela quanto Clarke sia un bookworm, un lettore vorace e al passo coi capolavori contemporanei. Ordinary Corrupt Human Love è la frase di un romanzo di Graham Greene, mentre in Honeycomb si cita lo scrittore argentino Julio Cortàzar, nel senso che Clarke ne urla il nome – in quello che è verosimilmente un unicum nel panorama musicale.

Shadows exted east
And Cortàzar stares at women
Shuffling by who blot their lips
From violent men and say “God bless you”

Allo stesso modo, è ugualmente raro sentire una voce in screaming interrogarsi sul linguaggio dei fiori, come in Canary Yellow:

I have wondered about the language of flowers
And you, elaborate mosaic, greeting me
Gentle, the swamp takes my ankles

Gli stessi fiori che ritornano in Honeycomb, ma con toni più cupi:

My love is a nervous child lapping
From the glowing lagoon of their presence
A field of flowers
My love is a bulging, blue-faced fool
Hung from the throat by sunflower stems

Qua e là, intanto, si ritagliano spazio immagini altamente evocative, descrizioni frammentate che parlano di sensazioni, più che di esperienze visive:

With all life profane
The ladles cradling
Streams of buttermilk
Current stretch out
And alabaster lips unseal
So I may recall
The soft timbre of
Whisper in its stillness
Still

O ancora:

Staring out onto the earthly pottery of existence,
Climbing light vines to heaven
Clay ribbons descend,
Swirl downward against metallic swell

Clarke scrive con un elaborato gusto letterario, devoto alla prosa oltre che alla poesia. La scelta dei vocaboli è audace, puntuale, mai scontata. Il tema non è mai dichiarato, spesso sfugge, ma traspare dai dettagli o in negativo: si delinea intorno al vuoto lasciato dalla sua assenza, come in un romanzo di William Faulkner. Le strofe restano in sospeso, si dilatano, a volte cadono nel nulla e altre volte si riprendono e si chiudono repentine. Anche la scrittura di Clarke si allinea a quell’idea di flusso di coscienza che permea l’intero album, dal suo sound alle sue strutture, e da qui a definire Ordinary Corrupt Human Love un’opera postmoderna il passo è breve. I Deafheaven sono postmoderni perché rigettano il pensiero unico e praticano quel sincretismo che conduce, per dirla con l’antropologo David Harvey, a “sguazzare, immergersi nelle frammentate acque del cambiamento come se non esistesse che cambiamento”. Sono postmoderni perché hanno digerito le proprie fonti e hanno imparato a guardare al passato con ironico distacco. Sono postmoderni perché hanno compreso come il punto di vista sia il fulcro di una narrazione, pur cui anche urlare d’amore e di Julio Cortàzar diventa perfettamente credibile: sta tutto negli occhi di chi guarda. C’è una vena sadomasochista, mai esplicitata, che percorre l’idea di amore in Ordinary Corrupt Human Love, una declinazione fisica del sentimento che sfuma nella contrapposizione con la morte. Per restare su un autore tra i più amati da Clarke, David Foster Wallace, si potrebbe dire che “il senso dell’amore sta tutto nel tentativo di infilare le dita nei buchi della maschera della persona che ami”.

Prendiamo la già citata Canary Yellow, che si conclude con un coro dove i due innamorati soffocano nel loro stesso sangue.

On and on we choke on an everlasting
Handsome night
My lover’s blood rushes right through me
Wild, fantastic

Glint, invece, racconta di un amore che invecchia. C’è la dolcezza del tempo che scorre:

Imagining us clasping hands in holiday
Imagining you growing older,
Somehow more beautiful,
Surrounded by your children and children’s children
The midnight blue of your calmness like evening
Chamomile, peppermint.
Eyes as morning rosewater

Eppure, nel finale, irrompe la paura della separazione e della morte, riconciliabile solo con un ritorno al ventre materno. L’amante diventa madre e la madre diventa vita eterna, ma l’operazione che rende possibile questa nascita inversa è sanguinante, dolorosa.

I’m shrinking into your gown, tearing the pink linen
Of your belly, burying into your abdomen, and
Sewing the seam of your skin

Worthless Animal chiude l’album e chiude, in un certo senso, anche il cerchio. La linea ferale che attraversa Ordinary Corrupt Human Love si concretizza in un cerbiatto, accecato dalla bellezza della natura,

When a fawn stumbles into the raid,
Honeydew high and deep in afterglow,
Mind swarming on purple sand verbena,
I forgive its delusion

e in un cane selvaggio che lancia grida di guerra. La voce narrante lo inchioda al suolo e lo trafigge.

I bury a blade between its ribs,
Bear hug the soft canine frame,
Then smear ash on its brow
All who have forgotten remember now

Se nelle tracce precedenti l’amore era la misura necessaria a rendere tale un essere umano, qui si assiste alla fine dell’amore nel ritorno a una prospettiva atavica, naturale. Non si cerca più l’approvazione degli altri; senza amore l’uomo è schiacciato dalle proprie paure, ridotto a meno che un animale.

C’è una sofferenza nobile, che merita toni più alti di un lamento in stile emo, genere a cui spesso i Deafheaven sono stati associati in senso dispregiativo. Si ritorna all’importanza tutta postmoderna del punto di vista. Se lo screaming degli originali gruppi black metal come Mayhem, Emperor o Immortal nasceva per suggerire l’immagine di un demone scatenato, di un essere infernale che parla di distruzione e altre materie disumane, quello di George Clarke, che formalmente è simile, suggerisce tutt’altra interpretazione. Anche la sua condotta sul palco lo conferma, mai distaccata, sempre rivolta al pubblico nel tentativo di affascinarlo e catturarlo in un legame sciamanico. Lo screaming di Clarke è l’urlo di chi ha preso coscienza della propria insicurezza e vuole farla esplodere, espandendo con essa le proprie paure, rigettandole dal corpo e dirigendole verso entità superiori – o verso la comunione con l’ascoltatore. Nella testa di Clarke risiedevano anche demoni prettamente terreni da allontanare, come la dipendenza da sostanze, in una battaglia che illumina i momenti più solari di Ordinary Corrupt Human Love coi toni della vittoria e della guarigione.

Le storie umane dei Deafheaven sono incubi, gli attori sono manichini così come li intende l’autore horror Thomas Ligotti: esseri alle prese con l’orrore soprannaturale dello scoprirsi nudi, svuotati del sé. L’amore è soffocato dalla paura che nulla sia reale; la musica è lì per prendere quella paura, leggerci attraverso e demistificarla. Per tornare alle parole di George Clarke: “Ho imparato ad apprezzare quanto siano meravigliose le emozioni umane. Coi Deafheaven celebro la mia capacità di sentire, perché la maggior parte del tempo, invece, io non sento niente”. I Deafheaven raccontano questo: di come piccoli frammenti di bellezza, a volte, sappiano passare attraverso l’inferno e uscirne illesi.

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