It’s No Good: il significato dell’amore secondo i Depeche Mode

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I testi di Martin Gore sono spesso delicati e romantici, e non è un caso che una delle tracce minori della fase matura dei Depeche Mode sia finita tra le migliori canzoni sentimentali selezionate da noi. Eppure, scorrendo la poetica all’interno della discografia dei Depeche, l’amore è spesso dipinto in maniera meno idealizzata, più aderente alla visione materialistica, e di frequente visto come qualcosa di inevitabile.

I’m going to take my time
I have all the time in the world
To make you mine

Mi prenderò il mio tempo
Ho tutto il tempo del mondo
Per farti mia

L’inevitabilità dell’amore. Immaginate di avere la certezza che l’oggetto dei vostri desideri sia destinato irrimediabilmente ad innamorarsi di voi. Immaginate la sensazione di potere che tale certezza vi darebbe, e come questo cambierebbe il vostro punto di vista. Sarebbe come restare alla foce del fiume, ad aspettare in tranquillità l’arrivo del vostro destino. Qualsiasi cosa succeda. È qualcosa di molto simile all’onnipotenza.

Nell’immaginario dei Depeche Mode dunque, soprattutto in casi come questi, scatta una molla che vede l’amore come segno di ineluttabilità, e quindi i versi diventano un modo di rivolgersi all’amata, quasi spiegandole quel che accadrà. C’erano stati altri testi simili in passato, a partire da A Question of Time. È come volerle illustrare ciò che ancora lei non ha capito, come se chi parla è il maestro e chi ascolta un giovane allievo a cui ancora manca esperienza.

I’ll be waiting patiently
Till you see the signs
And come running to my open arms
When will you realise
Do we have to wait till our worlds collide

Aspetterò pazienzemente
Finché tu vedrai i segni
E correrai a braccia aperte verso di me
Quando capirai?
Dobbiamo aspettare finché i nostri mondi si scontreranno?

Da qui, stacco. Provate ora a identificarvi con il destinatario di tali parole e ragionate sulla reazione istintiva: rifiuto, secco rifiuto. Nessuno potrà mai accettare di sapere la propria vita indirizzata verso un binario già segnato, senza che si possa far nulla per esercitare il libero arbitrio. Se il maestro è onnipotente, l’ascoltatore qui è l’immagine dell’impotenza, quasi a percepire il messaggio della canzone come qualcosa di aggressivo. Il ritornello è semplicemente il modo di calmare l’altro, ponendo una mano possente su di lei, tacciando ogni protesta sul nascere.

Don’t say you want me
Don’t say you need me
Don’t say you love me
It’s understood
Don’t say you’re happy
Out there without me
I know you can’t be
‘cause it’s no good

Non dire che mi vuoi
Non dire che hai bisogno di me
Non dire che mi ami
Quello è sottinteso
Non dire che sei felice
Lì senza di me
So che non è possibile
Non è niente di buono

Nel video, esteticamente ideato dal Anton Corbijn che negli anni definirà l’immaginario visivo legato ai Depeche Mode, la band è rappresentata come un gruppo di bassa lega, che si esibisce in locali di dubbio prestigio, circondati da donne poco eleganti che fuggono via non appena si accorgono che non ci sono più i soldi. Una autoironia paradossale, per una band che ha sempre giocato molto su eleganza e fascino visivo. Il 1997 era l’anno di Ultra, il ritorno dopo il crollo fisico di Dave Gahan, che quasi muore in ospedale per un’overdose. I Depeche Mode di It’s No Good non sono i veri Depeche Mode, ma possono ben rappresentare l’immagine al di là di uno specchio che non si vuole attraversare.

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