Woody Allen, un letterato prestato al cinema

Non troppo tempo fa il Nobel a Bob Dylan fece discutere moltissimo. Anche chi vi scrive, nonostante l’amore incondizionato per il grande cantautore, trovò per certi versi il premio azzardato; poi arrivano i riascolti dei suoi album, la visione del suo western, e pian piano ci si ricrede, finendo per accettare il Nobel (anche se possono ancora esserci riserve circa l’accostamento dei suoi testi alla poesia – nessuno paragonerebbe Dylan a Eliot).

Ora, prima di proseguire questo articolo che farà simili paragoni tra mostri sacri, suggeriamo di mettere su Gershwin (qui sopra) per poter continuare la lettura nella giusta atmosfera. Vi servirà a entrare meglio nel contesto.

Fatto? Bene. Ora pensate ad un uomo (o un ragazzo, o addirittura un bambino) non troppo bello, anzi particolarmente brutto, dotato come pochi di una così innumerevole serie di difetti. Tutto un controsenso, il suo stesso muoversi, appartato, cigolante, impacciato, sempre un deficit. Ecco! A questo “tipo” date pure il nome, adesso: Woody Allen. Attore e regista, probabilmente tra i più grandi della storia del cinema, sicuramente tra i più originali e tra i più coerenti con se stessi. Nella sua enorme produzione lo si impara a conoscere, egli stesso quando recita non è altro che una faccia dell’Allen reale. Egli è, in senso pirandelliano, maschera di se stesso, ma nel senso più profondo che questo possa voler dire. Egli ha senso dello humour e non solo senso del comico. È in tutto e per tutto una vera figura letteraria, al pari di Don Chisciotte. Egli è Don Chisciotte!

Cosa significa questo? Perché azzardare tanto? Perché doverlo accostare ad un personaggio letterario?

Prima di tutto occorre dire che qui non si ha intenzione di rendere Woody Allen Walt Whitman o chissà cos’altro. Qui si cerca soltanto di dare a Woody ciò che è di Woody. In secondo luogo, l’azzardo è fondamentale se si vuole cercare di dare una prospettiva diversa a qualcosa, perché rimanere sempre nel segnato significa rimanere anche sempre a raccogliere le solite margherite in una magnifica fioritura di rose.

Perché accostarlo ad un personaggio della letteratura: perché Allen effettivamente fa letteratura, ed esso stesso è letteratura. Egli non si muove nel mondo unico del cinema, o nel mondo ramificato della filosofia (in particolare dell’esistenzialismo). Egli prima di ogni altra cosa guarda alla dimensione letteraria delle sue opere, come se ogni suo film fosse prima un copione o un canto (Manhattan è per esempio un inno alla sua amata New York) e poi effettivamente una serie di fotogrammi. C’è una storia – più o meno importante – e soprattutto c’è una volontà di scrivere. Non soltanto di dire, ma davvero di mettere nero su bianco ciò che si ha dentro.

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Manhattan

Ciò che fluisce dai suoi testi è una irriverente, seppur sofisticata, ironia, propria di chi è libero (“Dall’ironia nasce la libertà” diceva Hugo) e di chi è soprattutto uno scrittore libero. Un personaggio senza pesi nel cuore, o meglio che riesce in qualche maniera a mutuarli da altri per evitare di averli proprio di sua proprietà. Woody Allen è un affittuario delle pene, ne sente e ne avverte tante, eppure ciò che prevale sempre è questa sorta di canzonatura alla vita, questa quasi grottesca capriola tra le rovine dell’esistenza, come lui amerebbe definirle.

In una sua recente intervista ci tiene a sottolineare come lui sia fondamentalmente pessimista (e per pessimista si intende apocalittico, alla Cioran per intenderci). Eppure anche il solo modo di dirlo risulta divertente, come se fosse dotato di un talento innato, specificatamente riferito ad un uso della parola tutto particolare, poco costruito e del tutto naturale e per questo anche goffo. Un uso della parola che ricorda Salinger (scrittore a lui molto caro) e anche alcuni passi del Morgante di Pulci. Questo non per forzare la mano – non ditemi che esagero, molti più autorevoli di me spesso si divertono a costruire iperboli e strambe analogie tra chissà cosa -, bensì per una concessione che dobbiamo fare a un così grande artista.

La costruzione dei suoi film, esattamente come la sua persona, è curata in maniera quasi maniacale, si potrebbe dire “punto per punto”. Ogni cosa, persino la posizione degli occhiali sul viso, o un panorama (come proprio all’inizio di Manhattan, quando un treno passa dietro una casa nel momento di acme della colonna sonora), sono specifici risultati del genio, un genio che non può essere ridotto ad un genere, ma che decide di comprenderli. Spesso si nominano grandi scrittori nei suoi film, e spesso lui ha tentato di scrivere, riuscendo in alcune bellissime biografie e in alcuni interessantissimi romanzi caricaturali. Questo perché le lettere sono parte costituente di tutto il suo lavoro, sono una delle colonne, se non la parte fondamentale della base. Egli è, ancora una volta, maschera di se stesso, come ogni suo film è caricatura di Woody Allen.

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Zelig

In questo modo ogni cosa è un alter ego, ognuno è un altro, con Rimbaud. E questo è un tratto fondamentale di una certa letteratura (quella di Fitzgerald o di Hemingway) che ha preso di petto la vita, ma senza cedere il passo, ognuno a modo suo: ne Il grande Gatsby con la nostalgia romantica, in Il vecchio e il mare con una certa perseveranza quasi eroica; in Woody Allen la vita si prende di petto e poi si prende “per culo”. La sua intera opera è una vera barzelletta e allo stesso tempo una forte dimostrazione di come, pur senza determinati ausili fisici, la letteratura possa respirare e arrivare anche a chi potrebbe non sembrare interessato a lei e preferirebbe vedere un bel film in TV o al cinema.

Woody Allen non sarebbe felice di questo scritto, probabilmente nemmeno voi, ma in fondo abbiamo un’unica possibilità di fare la figura dei pagliacci sembrando seri, perché poi si impara e non si sbaglia più. Tanto vale farla adesso, col piacere dell’ingenuità e con quella certa fascinazione che, studiando filosofia, si può provare per un vero attore della vita e della letteratura, per una volta davvero autore di se stesso.

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