Breve sintesi pacata del Ligabue regista: Radiofreccia e Da Zero a Dieci

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Se c’è una personalità musicale popolare che in Italia divide gli ascoltatori, quello è Luciano Ligabue. Se da una parte c’è chi lo accusa di fare canzoni banali, giocare con il populismo, avere una voce inascoltabile, scrivere canzoni con appena quattro accordi e di essere la rovina della musica, dall’altra c’è chi apprezza i suoi modi di fare, la sua voce riconoscibile, il suo look da indiano padano, il suo rock orgogliosamente italiano e popolare, chi addirittura lo idolatra (che è una di quelle cose che non dovrebbero esistere) e chi ammette pubblicamente che, oggettivamente, è uno dei pochi cantautori (se non artisti) in Italia che scrive tutto in solitaria. Canzoni, libri e film.

Tralasciando il discorso canzoni e libri, Luciano ha scritto e diretto tre lungometraggi, di cui uno appena uscito, tratto dal suo ultimo concept-album, Made in Italy, di cui non tratteremo qui per il semplice fatto che nelle ultime settimane tutto il web si è riempito di aneddoti e curiosità su di esso.

Ma siccome se ne parla poco, e spesso ci si ritrova a parlare con amici e discutere sui film migliori usciti negli ultimi vent’anni in Italia, c’è spesso gente che cita Radiofreccia, il primo lungometraggio del Liga.

Era il 1997. E il cantautore, che era ormai sulla cresta dell’onda per l’ultimo album Buon compleanno, Elvis!, decise di prendere ispirazione da alcuni racconti del suo primo libro per mettere su una storia cinematografica che raccontasse un po’ della sua vita, un po’ del suo borgo e un po’ di quella realtà provinciale che gli sta tanto a cuore.

Con una colonna sonora di magistrale rock anni ’70, Radiofreccia era, ed è, un po’ il racconto della gioventù di ognuno di noi: le amicizie finite, la passione per il calcio, il rincorrere i sogni e lo sguardo sugli abusi di droga. Ambientato negli anni Settanta, era certo un quadro che sapeva di vecchio, ma era anche la prova che l’Italia non era poi cambiata così tanto, con i personaggi da “Bar sport” di Benni, e i discorsi sulle ragazze e i pazzi del villaggio, come Bonanza.

Con la partecipazione di Francesco Guccini nel ruolo del barista, il film era portato avanti dalla magistrale interpretazione di Stefano Accorsi, che era quel ragazzetto con il viso da angelo diabolico e lo sguardo di fuoco. Freccia, così era il suo nome, è il giovane che per ritrovare se stesso, decide di perdersi. Bruciando la sua vita e tutto il suo credo tra due fuochi.

Credo che nessuno avrebbe pensato di apprezzare un film di un cantautore, ma il successo fu tale che Ligabue decise di riprovarci cinque anni dopo. Con Da Zero a Dieci,  una storia corale ispirata ad un fatto realmente accaduto.

Quattro amici decidono di partire per Rimini, decidendo di rivivere e di ricordare una vacanza vissuta venti anni prima.

E anche qui non solo ci saranno scontri e risate, ma anche e soprattutto i segreti che si tirano fuori dopo tempo, i rimpianti e la compressione che si ha dentro all’anima. Al contrario di Radiofreccia, Da zero a dieci è più malinconico e reale, dove la gioventù ha lasciato spazio alle domande dell’età adulta. Anche qui l’attore principale è uno solo, Pierfrancesco Favino, sorretto da altri attori molto bravi, come nel caso di Stefano Bellinzoni nel ruolo di Libero e Stefano Pesce in quello di Giove – che all’inizio del film si capisce essere il fratello minore di Freccia.

Ora, la musica, si sa, è meravigliosa perché è una scelta soggettiva, come l’arte tutta. Ma Ligabue, nei propri film, bisogna ammettere che abbia sempre saputo osare, che sia stato con monologhi non convenzionali e allo stesso tempo degni dei migliori soliloqui americani, con una visione figlia del mondo cinematografico felliniano con ippopotami in centro ad un parco o ancora con semplicemente la voglia di parlare della propria vita e della propria realtà. Certo di avere lo zoccolo duro dei fan che sarebbe andato a riempire le sale, ma con una sincera possibilità di non piacere né alla critica né al pubblico.

Eppure, se ancora adesso, alla generazione dei venti-trentenni questi lavori spesso rimangono, significa che un’urgenza narrativa sincera e una capacità c’è. E, a volte, nella vita basterebbe lasciare perdere i pregiudizi, prendendo una decisione in prima persona.

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