Viale del Tramonto: la letale decadenza del cinema perduto

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Essere amanti del genere noir significa vivere un po’ fuori dal tempo. È come far parte di un club segreto che non ha un nome, che non si incontra in luoghi sconosciuti per scambiarsi reciproci punti di vista, ma che condivide in silenzio un amore per gli elementi del cinema che (di questo noi del club siamo certi) sta andando perduto: la potenza dei personaggi, una storia che ti appassiona, una trama che sai (perché lo vuoi!) che ti lascerà l’amaro in bocca, l’uso delle luci per esaltare l’immagine (che, manco a dirlo, deve essere in bianco e nero), l’assoluta inutilità di effetti speciali e trovate visive ingegnose. Il vero cinema, fatto di carne e sangue, di passioni e timori espressi da grandi attori, di azioni che vanno nascoste ma che non si può fare a meno di compiere. La polizia ti troverà, lo sai. I cattivi non possono vincere e non devono risultare simpatici, era il codice di Hollywood. Ma nessuno può toglierti il gusto di seguirne le vicende e, perché no? Identificarcisi.

Se parlate con chiunque faccia parte del club degli amanti del noir, vi dirà senza ombra di dubbio che Billy Wilder fu uno dei più grandi, e probabilmente Viale Del Tramonto è qualcosa come il più bel film mai stato fatto. Una storia di amarezza e decadenza fin dal titolo: il Sunset Boulevard era uno dei viali principali intorno ai quali girava l’attività di produzione cinematografica di Hollywood nel primissimo periodo del cinema muto, negli anni ’10. Gli anni ’20 videro una crescita esponenziale, e molte delle grandi star del cinema muto acquistarono casa proprio in quel viale di Los Angeles. Poi arrivò il sonoro e, per forza di cose, i protagonisti di quella fase finirono per non frequentare più attivamente gli studi (Buster Keaton, che di fatti compare nel film in una riunione di vecchi attori, è un caso esemplare). Ciononostante, continuarono a vivere lì, come segno di un prestigio passato che non può essere dimenticato. Billy Wilder, da grande appassionato della storia americana e dei suoi film, si era sempre chiesto come passassero le giornate quelle vecchie glorie al tramonto di una Hollywood dimenticata. Viale del Tramonto, il film che fece uscire nel 1950, nell’epicentro perfetto della fase d’oro del cinema noir, fu la sua risposta.

Ma non era solo questo. In Viale del Tramonto la decadenza è una presenza palpabile sotto ogni aspetto. E il suo centro gravitazionale è Norma Desmond, interpretata magistralmente da Gloria Swanson: una delle grandi stelle degli anni che furono, che vive in una di quelle ville troppo grandi per una persona sola, si fa circondare da persone che ne glorificano ancora la figura e non accetta un ricambio generazionale che nessuno aveva chiesto.

“Voi siete Norma Desmond, la famosa attrice del muto. Eravate una grande!”
“Io sono sempre grande. È il cinema che è diventato piccolo.”

Questo celebre scambio è in grado di riassumere le atmosfere del film per intero. La vanità a cui ci si aggrappa per non lasciare andare i fasti di ciò che è stato, quasi un bisogno per sopravvivere al cambiamento, una nostalgia che ti ottenebra il cuore, la necessità di chiarire la posizione fin dall’inizio, in ogni dialogo. Norma è vittima della sua stessa condizione e non può fare altro che immergercisi in maniera completa. La stessa Gloria Swanson fu una protagonista del cinema muto, la sua recitazione così fisica e la potenza delle espressioni del viso testimoniano questo background, dando una marcia in più anche in un film nel pieno dell’era sonora. La sua Norma gioca a bridge con Buster Keaton, Anna Nilsson e H. B. Warner, altri attori del periodo muto nel ruolo di loro stessi, e il suo maggiordomo è Erich von Stroheim, che diresse davvero Gloria Swanson vent’anni prima. Persino la scena in cui Gloria va a trovare Cecil B. De Mille agli studi è reale, e le riprese furono effettuate nel vero set di Sansone e Dalila, che De Mille stava girando in quel periodo.

Non c’è poi tanta invenzione nelle immagini di Billy Wilder. È reale anche la tribolazione di William Holden/Joe Gills, nei panni di un giovane scrittore che fa fatica a guadagnarsi qualche soldo nel mondo hollywoodiano e che cerca di sostentarsi come può. Ma le componente più reale, quella che entra in un rapporto meta-significativo tra film e spettatore, è la desolante sensazione del tempo che passa e si porta via la qualità che fu, quella qualità che, a causa della stessa evoluzione dei mezzi, finisce per dissolversi nel disuso. L’avvento del sonoro era qualcosa di inevitabile e non si poteva di per sé essere scettici, ma la conseguenza inevitabile fu che quell’abilità ineguagliabile nell’esprimere emozioni solo tramite il viso e il corpo perse la propria indispensabilità. E ciò porterà alla sua scomparsa. Non ci si può far niente, tantomeno cercare di restare nel passato per resistere. Si può solo cercare di non dimenticare. In questi anni stiamo vivendo un passaggio simile, con l’evoluzione degli effetti speciali che incentiva sempre più i film formato Marvel e rende sempre meno necessaria la presenza di trame, personaggi, intrecci accattivanti. Lo spettatore cosciente non può rifiutarsi di accettarlo. Il suo dovere è, semplicemente, non dimenticare.

È per questo che Viale del Tramonto riassume così bene la condizione dello spettatore consapevole di oggi. Perché offre la catarsi della nostalgia, la tragedia della decadenza portata ai suoi massimi estremi. Ti dà la possibilità di assistere a un film fatto come Dio comanda, con una trama perfetta, dei personaggi che danno vita ai meccanismi amari della vita reale e delle recitazioni che tolgono il respiro, e mentre ti fa cadere nell’oblio della tua stessa nostalgia, mette in scena la fine tragica di quella messinscena: quel cinema è morto, chi prova a viverci ancora dentro di fatto esclude se stesso dalla realtà, chi prova a farci i conti muore e chi resta non può che abbandonarsi alla finzione.

La famosa scena finale è l’apoteosi malsana della sofferenza legata a questi temi: Norma Desmond ha ucciso, la sua villa è piena di fotografi e forze dell’ordine venuti a prelevarla e lei è nella stanza del trucco, non intende accettare nulla della realtà che le si è posta di fronte nelle ultime ore. Almeno finché il suo fedele Max non le dice che “gli operatori sono arrivati”. Le luci vengono preparate, lei si prepara e recita la discesa dalle scale della sua Salomè. Così, malgrado tutto, Norma Desmond gira il suo film. E lo spettatore precipita nella sua sofferenza.

“Sono pronta per il mio primo piano”

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