Il Vangelo Secondo Matteo: Pier Paolo Pasolini e il Cristo rivoluzionario

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Pier Paolo Pasolini è stata una figura fisiologicamente controcorrente durante tutto l’arco della usa vita, ma forse la sua opera che causò maggior scalpore fu Il Vangelo secondo Matteo (1964): un ateo, marxista e omosessuale che decide di trattare la figura di Cristo. Tutti sapevano da prima che il film uscisse nelle sale, che sarebbe stata una trattazione diversa dal comune.

Nel mio piccolo, anche io, preso posto al Cinema Trevi di Roma, so che assisterò a qualcosa di diverso: è l’anniversario della morte dell’intellettuale friulano e la Festa del cinema di Roma ha deciso di omaggiarlo mettendo un suo film nel palinsesto riservato ai grandi classici del cinema italiano. Una Roma in cui Pasolini è stato miseramente assassinato, ma una Roma che egli ha amato profondamente, nella sua sacralità e nella sua profanità, nella sua bellezza artistica e nel suo caos sociale; Roma è sempre stata come una rappresentazione dell’interiorità del regista: Pasolini ha amato più di tutti le borgate romane, quell’ambiente corporeo, vitalistico, abitato da un sottoproletariato analfabeta ma libero da ogni influenza capitalistica, che si approccia senza filtri al mondo.

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Questa povera gente di borgata è protagonista dei suoi stessi film. Riprendendo una vecchia pratica neorealistica, il regista non si affida ad attori esperti, ma a gente con nessuna esperienza davanti alla telecamera: così nel Vangelo i vari apostoli e lo stesso San Giuseppe hanno facce segnate da anni e anni di borgata, non hanno certo il viso delicato e accuratamente illuminato della classic Hollywood. Lo stesso Gesù ha il mono sopracciglio e non ha sicuramente quel volto angelico che l’iconismo tutto ci ha tramandato. Pasolini ha deciso di narrare la storia della figura probabilmente più importante della storia dell’umanità, e lo farà prendendo in considerazione soprattutto i suoi aspetti più rivoluzionari, più pauperistici, la sua insubordinazione nei confronti del potere, delle gerarchie, delle istituzioni.

Gesù ci appare come un giovane veramente adirato per i soprusi che i più deboli sono costretti a subire dai più forti: dei suoi discorsi vengono evidenziati soprattutto gli aspetti rivoluzionari, il modo in cui egli si mette contro ogni istituzione del suo tempo, dalla famiglia (che gli apostoli sono costretti ad abbandonare) al tempio, sbeffeggiato e considerato come un falso rappresentante della verità. Nel Discorso della montagna, col volto fisso verso la camera e verso di noi, Gesù non permette ambiguità di interpretazione: egli è venuto al mondo ed ha intenzione di rivoluzionarlo, ribaltando i sistemi di valori che tutti conosciamo. In Paradiso andranno i poveri e i disadattati, i ricchi e i potenti non ci si potranno mai e poi mai avvicinare.

Pasolini passa dalla cristianizzazione di poveracci di borgata (con le simboliche morti in croce dei protagonisti di Accattone e del suo cortometraggio La Ricotta, inserito nel film collettivo Ro.Go.Pa.G.) alla de-cristianizzazione del Cristo stesso, che viene tolto dal piano divino e inserito in quello della povertà della terra. Pasolini come detto cerca l’effetto di massima autenticità possibile prendendo attori dalla strada, ma anche facendo interpretare la parte della Madonna anziana alla sua stessa madre: si racconta che, per raggiungere il massimo coinvolgimento emotivo nella scena della crocifissione di Gesù, Pasolini abbia detto alla madre di riprodurre il dolore provato alla notizia della morte sul Carso del suo altro figlio.

Il regista dunque cerca la massima autenticità in ciò che filma, anzi, la corporalità vera e propria, per questo porta quasi sempre la macchina da presa a mano (effetto stilistico percettibile grazie a leggeri, mirati, movimenti dell’inquadratura, come se le scene fossero filmate dal vivo al tempo di Cristo), e per questo sceglie di girare il film in ambienti naturali (soprattutto a Matera) e non nell’artificialità degli studi cinematografici. Non è facile però definire quanto di stilisticamente voluto ci sia nel film e quanto no. Prendiamo per esempio scene come quella della moltiplicazione dei pani e dei pesci (in cui obiettivamente il taglio netto di montaggio che passa da un paio a una cinquantina di pesci ci appare un po’ improvvisato): qui forse assistiamo a vere e proprie scelte antistilistiche, Pasolini è interessato ad altre cose nel suo film, non certo a effetti di montaggio o di ripresa particolari (non per altro nel Vangelo lavora quasi perpetuamente a immagine fissa), per questo accentua l’elemento del taglio netto del montaggio, per mostrarci la sua noncuranza.

Parallelamente non è facile capire quanto un ateo marxista come Pasolini non abbia anche cercato in alcuni momenti quasi di ridicolizzare la figura di Cristo, soprattutto nella narrazione delle parabole e nel compimento dei miracoli: un regista come lui, scelte antistilistiche a parte, saprebbe rendere meglio quelle scene, allora forse un livello di cinema puro, mediocre in alcuni punti, sta proprio a simboleggiare l’assurdità di certe parti della narrazione cristiana, parti che a lui interessano ben poco e non c’entrano nulla con la fede che lui ha intenzione di raccontare. Probabilmente li vede come semplici effetti speciali che non comunicano nulla.

Tra le cose che interessavano più di altre al regista nella creazione del suo film vi era sicuramente la colonna sonora: un’opera polistilistica che passa dalle musiche dall’amato Bach per i momenti sublimi, a canzoni popolari blues per i momenti più commoventi della narrazione (come l’avvento dei re Magi), fino addirittura alle canzoni popolari africane e sovietiche nei momenti più disparati (emblematica la canzone africana mesa in sottofondo alla resurrezione di Cristo). Gli africani e i russi sono visti da Pasolini come i popoli più vicini al corpo: l’Africa per la sua potenza e bellezza tribale e non inquinata dal capitalismo, la Russia per la sua tradizione agricola e per la rivoluzione leninista (figura di Lenin a cui sicuramente Pasolini si ispira in alcune aspetti della costruzione del suo Cristo).

Il marxista Pasolini decide dunque di trattare la figura di Cristo non sbeffeggiandola o minimizzandola (se eccettuiamo alcuni dubbi di interpretazione già analizzati), ma spogliandola delle istituzioni ecclesiastiche per concentrasi sulla purezza della fede nuda e cruda. La fede è trattata come un vero e proprio messaggio rivoluzionario, una fede che porta Giuda Escariota a correre frettolosamente per suicidarsi una volta preso atto di aver mandato a morte Gesù, una fede che perdona Pietro nonostante tradisca per tre volte la figura del Messia, una fede che porta alla verità, intesa come verità corporale, un ricongiungimento del popolo col proprio corpo, senza i filtri della gerarchia.

Esco dalla sala con la convinzione che il messaggio pasoliniano sia oggi più che mai importante: la fede di Pasolini non è cristiana, né musulmana, né buddhista, la fede di Pasolini è una anti-ideologica e anti-intellettualistica fede nella semplicità delle cose e delle persone, nell’autenticità di un popolo che si è totalmente alienato e de-personalizzato per colpa della scuola, della Chiesa, della televisione, del capitalismo, è la fede di un popolo che ha bisogno di riprendere coscienza della propria corporalità.

Pasolini può piacere o non piacere, ma sicuramente con le sue provocazioni egli fa accendere la mente dello spettatore o del lettore, lo fa svegliare, lo fa mettere in discussione, gli fa prendere coscienza della propria presenza del mondo, a prescindere dai beni di consumo quotidiano, a prescindere dall’insegnamento, a prescindere da tutto: per questo Pasolini è ancora vivo, e il suo messaggio è più che mai importante.

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