Nick Cave and the Bad Seeds: il pathos del live a Roma, raccontato da chi c’era

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Me l’avevano raccontato così: un posto bruttino, con una pessima acustica e nessun confort. E in effetti il PalaLottomatica non era poi tanto diverso da come me l’avevano descritto. Una struttura spoglia, di quell’essenziale che non lascia nulla al senso estetico se non un’aria di desolazione e tristezza. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stata la cattedrale nella quale Egli si sarebbe rivelato a noi peccatori, indicandoci la via per la salvezza, per sfuggire alla dannazione eterna.

Ok, forse ho un po’ esagerato, e magari Nick Cave non è davvero tutto questo profeta dell’apocalisse, eppure alla fine di una giornata di lavoro sfiancante, saltando da un autobus all’altro, pigiato contro una folla di derelitti come te, esausto e nauseato dalle persone, dal lavoro se ce l’hai, dalle situazioni file attese malintesi e bruttezze varie, l’avvento del cantante australiano a Roma per il suo tour con i Bad Seeds assomiglia molto a un avvento, una rivelazione, un’epifania e se avessi altri termini altrettanto parossistici li userei tutti.

Succede che l’anonimo palazzetto dello sport, che persino a mezz’ora dall’inizio del concerto fatica a riempirsi e sembra preannunciare un flop, il classico concerto sfigato che si tirerà stancamente avanti per il minimo sindacale per poi finire dritto nel cestino della memoria, beh succede che quel palazzetto a poco a poco si riempie, le luci si fanno sempre più soffuse, la gente che accorre inizia a donare un po’ del suo calore a quel posto un po’ triste. Sembra che, poco per volta, l’aria si faccia più tiepida, ma nulla è in grado di preannunciare quello che di lì a poco succederà.

Sono passati pochi minuti dalle 9 p.m., orario di inizio programmato del concerto, le luci si spengono e inizia lo spettacolo. Nulla sarà più lo stesso. Entrano i Bad Seeds, entra Warren Ellis. Icona. Ovazione. Eccitazione. Parte la musica. Nick Cave. Nick Cave. Nick Cave.

Nick Cave, Nick Cave. Nick Cave è magnetico e il suo ingresso cambia le cose, si avverte nell’aria che qualcosa è cambiato, come se all’improvviso grossi corvi neri fossero entrati nel palazzetto e volteggiassero sopra le teste degli spettatori e per qualche inafferrabile ragione fossero loro a modificare il ritmo cardiaco della folla, fossero loro in qualche modo a risvegliarlo. Nick Cave, Nick Cave, Nick Cave. Bum, bum, bum. Il sangue è pompato all’unisono, i vecchi muscoli cardiaci degli spettatori accatastati in una grossa cesta lasciata fuori e sostituiti da un unico enorme organo empatico che si muove al ritmo incessante stabilito dal sacerdote di questo rito sacro e pagano al tempo stesso. Pathos. Can you feel my heartbeat?

Nick Cave & the Bad Seeds non si sono risparmiati, una messa nera e allo stesso tempo una straziante, folle liturgia, una benedizione pagana impartita a povere anime fottutamente perse in cerca di una spiegazione.

Ed è strano, ma proprio sentirsi ripetere con tono monocorde e disperato che nothing really matters, perché ci manca qualcuno, qualcosa, tutto, proprio questo mantra nauseante provoca la magia, quel magnetismo che ci unisce appena un passo dal baratro, quando nulla ha significato se non che siamo maledettamente umani e simili e dolci e animali. Nick annusa tutti, asciuga il sudore nelle sciarpe delle ragazze, abbraccia i ragazzi, si butta sulla folla, si mischia col pubblico, cerca senza sosta mani sconosciute, in un crescendo sempre più intenso, come se davvero nulla importa se non cercare una piccola salvezza, un piccolo miracolo umano, senza sprecare una sola goccia di empatia.

Mentre tutti si consegnano perdutamente, Nick e i Seeds deflagrano per più di due ore a ritmo incessante, suonano l’ultimo album e poi i pezzi storici e poi ancora gli ultimi lavori, e tutto è perfetto, esplode Jubilee Street, crolla ogni resistenza, un brano storico e poi un altro e un altro ancora. È un’orgia, è sessuale, spirituale, perdutamente umano. Non c’è salvezza, non ci può essere, ma non importa. Le voci scandiscono a lettere cubitali “THIS IS A WEEPING SONG”.

Due ore di tensione, due ore di pathos quasi intollerabile. Non poteva che esplodere nel finale. La ribalta finale è il momento della liberazione, della resurrezione. Nick si consegna letteralmente al pubblico, scende dal palco e si immerge tra le persone. È caduto via ogni simulacro scenico, ogni futile barriera è andata. Siamo alla fase finali, la catarsi. Ma anziché liberarsi dalle contaminazioni che affliggono l’anima, ci si consegna totalemente, ci si consegna a quelle degli altri, ci si perde e ci si salva all’unisono. È esplosa la bomba empatica, Nick si trascina in ogni direzione, porta tutti con sé sul palco, non c’è più differenza tra scena e platea. Sono scomparsi persino i Bad Seeds. C’è solo lui, Nick Cave, il sacerdote officiante nel rito della liberazione collettiva.

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Credits: Kevin Winter/Getty Images

A concerto finito si ritorna a casa con alcune considerazioni.

Prima di tutto ci rende conto come il luogo in cui avviene un concerto ha importanza, ma solo fino a un certo punto. E questo punto si chiama Nick Cave.

In secondo luogo, i Bad Seeds sono musicisti incredibili, che hanno suonato con un’energia è un’anima che sembrava davvero di percepire ascoltandoli e vedendoli dannarsi sui loro strumenti, martellati senza sosta per due ore e senza una sbavatura, con vette a tratti esaltanti. A loro molto deve Nick Cave.

Infine, Nick Cave. Si ritorna a casa senza riuscire a cancellare dalla testa l’immagine di quegli occhi umidi, di quelle pupille dilatate, il sudore, gli spasmi, le mani di quello che sembra davvero essere un profeta in giro per luoghi sconsacrati, nel grigio e nello squallore, a portare la parola, celebrare la liturgia di un nuovo culto in cui perdersi fottutamente. Si ritorna a casa con un’unica ossessione. Nick Cave, Nick CAVE, NICK CAVE.

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