Dentro de mim: l’inquietudine secondo Fernando Pessoa

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In lingua portoghese Pessoa vuol dire persona: Fernando Pessoa più che un nome è un destino.

Il poeta lusitano non è altro che uno tra i tanti. La parola utilizzata da Pessoa è eteronimi: non semplici pseudonimi ma persone diverse benché affini. Alberto Caeiro, Álvaro de Campos e Ricardo Reis sono i poeti più simili a quella corrente letteraria che il solo Pessoa in realtà racchiude. Come lui stesso dice nel Libro dell’Inquietudine i suoi non sono libri ma un’intera letteratura. Pessoa non è un poeta ma una sola moltitudine.

“La mia anima è un’orchestra occulta; non so quali strumenti suonano e stridono, corde e arpe, timpani e tamburi, dentro di me. Mi conosco solo come sinfonia.”

Fernando Pessoa, il poeta della saudade e dell’inquietudine, è lo scrittore misterioso per eccellenza. In realtà la sua vita di strano ha ben poco: consumerà le sue ore in un impiego da traduttore di corrispondenza estera e, in vita, pubblicherà un solo libro. Eppure, nella solitudine della sua scrittura, conserverà una multiforme e cangiante cosmogonia dell’assenza, un’intricata alchimia di forme e oggetti reali trasfigurati dal sogno e dalla nostalgia. E lo farà attraverso la moltitudine delle sue personalità letterarie, ciascuna caratterizzata da un nome e una personalità differente.

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Attraverso le lenti dei suoi occhiali il mondo doveva apparirgli un posto sin troppo banale e crudele. Come i più o meno contemporanei Kafka e Beckett, Pessoa è gravato dello sgomento di vivere. Almeno del vivere concepito banalmente, del gioco monotono e ripetitivo cui partecipano gli uomini, schegge impazzite che si lasciano guidare dalla necessità e dall’uso verso il proprio fato tristemente umano. Respirare e riprodursi per garantire a sé e alla propria prole il consumo di oggetti.

La materia per Fernando Pessoa è qualcosa di diverso. La dignità dell’oggetto è capovolta: da fine a mezzo. Se è vero che ogni sogno amplia almeno un po’ l’esperienza umana, gli oggetti sono la bianca spiaggia su chi riversa schiumosa la marea dell’immaginazione sulla cui onda affiora la letteratura. Il poeta è un fingitore e le sue finzioni hanno il merito di regalare al mondo un lembo di sogno in più.

Viver é ser outro. Il caleidoscopio umano finisce per deformare l’esperienza, riconoscendo come vero l’assurdo ingranaggio delle costruzioni umane. Come un antichissimo e saggissimo Buddha, o un Walt Withman malinconico, Pessoa riconosce sé stesso solo come momento, errore, segno. Per conoscersi tutti e interi è necessario dimenticarsi, tutti e interi. L’universo non è fatto alto che di noi. Pessoa sa di essere Dio. Il centro di tutto con il nulla attorno.

“Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima.”

Fernando Pessoa – Il Libro Dell’inquietudine

Rileggere Pessoa oggi – l’anno prossimo il centotrentesimo anniversario dalla sua nascita – è un’esperienza straniante. Il frastuono di un mondo sempre più veloce, che poco spazio concede all’esperienza spirituale, poco si addice ai placidi flutti su cui sembra galleggiare la poesia di Pessoa. Almeno così si direbbe. Però prendere in mano il Libro dell’Inquietudine sembra essere sufficiente a risvegliare una nostalgia invisibile, eppure costantemente presente, giusto un passo oltre la bruma degli affanni e degli stress quotidiani.

Se è vero, come diceva Calvino ne Le città invisibili, che ciò che conta è “saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”, allora è assolutamente necessario far durare Fernando Pessoa, e dargli spazio. Come marinai alla mercé di venti burrascosi sembriamo noi, nativi digitali con sogni sintetici e deserti là dove un tempo erano metropoli di creatività e poesia. Città invisibili, appunto. Dentro de mim: è quello il luogo in cui Pessoa sente di dover ritirarsi, quello il posto che l’ago della sua bussola sembra indicare al lettore contemporaneo.

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Il Libro Dell’Inquietudine – la copertina in lingua originale

Dentro de mim non è il luogo della solitudine o della ritirata ascetica dall’inquietudine di vivere. Ritrovare il centro in sé stessi è l’unica soluzione per ripensare l’esperienza umana, per abbandonare i frattali a cui assomigliano le vite tutte uguali, la cui geometria si ripete passiva e priva di significato in chi decide di accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Significa non pensare al mondo, ma sentirlo, accedere a un superiore grado di comunione con le cose, oltre che con le persone, una superiore empatia.

“Eterni passanti di noi stessi, non esiste altro paesaggio se non ciò che siamo. Non possediamo nulla, in quanto non possediamo nemmeno noi stessi. Niente abbiamo perché niente siamo. Quali mani stenderò verso quale universo? L’universo non è mio: sono io.”

Affacciato alla Janella del mondo, Pessoa guarda i passanti e non può sentire che la saudade di un mondo che forse non è mai esistito e che pure il poeta sente come un vento debole e quasi impercettibile portato dal fluire nel tempo della sua stessa anima.
Leggere Pessoa è un’esperienza spirituale. Oggi più che mai è utile avere una bussola da portare dentro di sé stendendo le mani verso l’universo. Il nostro.

Il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa è su Amazon.

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Fabrizio Cotimbo scrive di letteratura e dintorni su Ossimoro e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

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