La musica di Cosmo e la saudade di Fernando Pessoa

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La dicotomia tra musica e letteratura è un vizio dell’uomo moderno.

Agli antichi non sarebbe sembrato strano l’accostamento tra Cosmo e Fernando Pessoa. Parallelismo avvenuto all’oscuro dei due autori, quasi fosse un esperimento segreto, a tratti uno sberleffo alle loro iniziali intenzioni autoriali. Eppure a risentire quel verso del brano Esistere di Marco Bianchi, in arte Cosmo, è difficile non fare un riferimento anche solo mentale a quel sentimento misteriosamente nostalgico che è la saudade.

Cosmo è ormai ben noto ai più: dopo il progetto dei Drink To Me, Marco Bianchi si cimenta nella sua carriera solista con il primo album, Disordine. Non ci soffermeremo troppo sull’evoluzione dell’artista, su come abbia giocato con il sound e la scrittura nel progredire del suo lavoro. Ci concentriamo invece un piccolo atomo della sua produzione: Esistere brano-chiusa proprio del lavoro solista, Disordine. Tutto l’album è infarcito di chiari riferimenti filosofici, da Wittgenstein a Pasolini fino a Kafka. Al netto del semplice citazionismo, però è curioso notare come la letteratura si innesti alla musica senza che quest’ultima lo sappia, come in un naturale processo di simbiosi.

Il brano, nelle intenzioni del proprio creatore, è una dedica alla nascita del proprio figlio. E se le interviste rilasciate dall’artista non bastassero, viene in aiuto l’evidenza della parola scritta:

Ti ho intravisto come dentro ad un film, giuro, di fantascienza
E volevo registrare il tuo cuore, ma non ho fatto una mossa

Marco fa palesemente riferimento al momento dell’ecografia e all’emozione che esplode nell’intravedere le prime fattezze del proprio figlio, i primi sussulti, l’abbozzo di un battito.

Così come nei versi delle strofe sono chiari i rimandi alla crescita del proprio figlio e alle promesse che un padre si pone per il futuro. Ma se non bastasse tutto questo, la chiusa del testo non lascia dubbi:

Sento il rombo e le vibrazioni, è un acquario lo spazio esterno
Caldo privo di emozioni, un utero materno

Esistere è la spassionata dedica all’arrivo del proprio figlio. Eppure perché ostinarci nel considerare quel verso del ritornello come un collegamento letterario? Solo facendo uno sforzo decostruzionista è possibile invece trovare un significato diverso, non per forza nascosto, ma senza dubbio non così scontato.

Dall’altra parte dell’addizione troviamo Pessoa, mostro sacro della letteratura contemporanea, penna fondamentale per quella portoghese. Personalità complessa e scrittore eccelso. Buona parte della sua opera è sotto eteronimo, ovvero personalità inventate dallo stesso autore dotate di una biografia e di una cifra stilistica differente. Ricardo Reis, Alvaro de Campos, Bernardo Soares e Alberto Caeiro. Tutti Pessoa, nessuno è Pessoa.

All’interno di questo double bound si innesta quella sensazione di nostalgia che non ritrova un riscontro nella lingua italiana. Il comune denominatore di queste personalità altro non è che la saudade.

Quest’ultima non è un concetto da ascrivere completamente a Pessoa, che ne ha dato invece (solamente?) una veste letteraria e un fondamento ontologico. La saudade esiste già come concetto nel lessico portoghese. Dall’etimologia incerta, forse dal latino solitudo, indica un sentimento di nostalgia verso qualcosa che non si ha, ma protratto verso il futuro, come mischiato con la speranza nell’avvenire. Concetto che non ritrova termini appropriati di traduzione nelle altre lingue romanze, tantomeno nella nostra.

Così, tu non ci sei ancora / ma già esisti un po’ / tu non ci sei ancora / ma già esisti, suonano in modo del tutto diverso e nuovo. Questi due versi sono intrisi di saudade. Il fatto che si aprano con tu allocutivo e subito dopo lascino spazio ad una negazione è indicativo di una mancanza, completata dalla descrizione verbale del verbo essere. Tu non ci sei, parafrasi di una nostalgia diretta.

Sarà uno degli eteronimi stessi di Pessoa in Ode Marìtima ad esprimere con intensità il dolore fisico della separazione, della distanza nostalgica:

Ah, ogni molo è una nostalgia di pietra!
E quando la nave salpa dal molo
e ci si avvede all’improvviso che si è aperto uno spazio
tra il modo e la nave,
Mi viene, non so perché, un’angoscia recente
una nebbia di sentimenti di tristezza
che brilla al sole delle mie angosce ingiardinate
come la prima finestra su cui batte l’alba,
e mi avvolge come un ricordo di un’altra persona
che fosse misteriosamente mia

Sono gli ultimi versi il gancio giusto con cui collegare i binomi della nostra operazione. Sta lì, nel ricordo di un’altra persona misteriosamente mia, lo snodo cruciale. Questa entità di cui il poeta ha una confusa ma dolorosa nostalgia non è altro che quel tu allocutivo negato ad inizio del ritornello  di Esistere. Non solo: la sua percezione mancante, divelta al tempo presente, si prolunga nell’avversativa. Il tu non è qui, ma in qualche modo già esiste.

Svestendoli dall’intenzione iniziale dell’autore, i versi convergono verso una nuova interpretazione. Esistere in un tempo diverso dal presente significa mancare a chi vive la propria quotidianità. Ma la nostalgia provocata non è retroattiva, come normalmente succede, ma è futura. Un po’ come se all’io narrante mancasse una persona non ancora conosciuta, ma comunque “misteriosamente sua”. Così questa stessa mancanza tutta slanciata in avanti diventa la prova di un’esistenza che ancora non si è rivelata.

Che Pessoa e Cosmo non ce ne vogliano per questo arabeggiante esperimento, ma alla fine la saudade l’abbiamo trovata.

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