Imagine di John Lennon: l’eterno inno alla fiducia in un mondo migliore

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Imagine non è mai giunta in cima alle classifiche che contano (quelle inglesi e statunitensi per intenderci), destino capitato spesso a tante canzoni sulle prime ignorate e solo in seguito osannate per la loro bellezza: eppure questo non ha impedito al brano di diventare un inno conosciuto e amato ovunque. Nata ispirandosi a Grapefruit, libro di poesie di Yoko Ono (tanto che è stata successivamente avviata la procedura per includere tra gli autori l’artista giapponese), Imagine dava il titolo al secondo album solista di John Lennon, pubblicato nel 1971.

Con Plastic Ono Band era emerso in maniera chiara il desiderio di Lennon di staccarsi dall’immagine impegnata assunta negli ultimi anni e l’intimismo e l’introspezione di tante canzoni avevano fatto credere che l’artista fosse ormai avviato a una nuova fase della sua carriera: d’altra parte in God, uno dei pezzi più angosciosi non solo del disco, ma di tutta la produzione dell’ex beatle, il cantante dichiarava apertamente che “il sogno è finito” e che quindi anche la sua immagine di punto di riferimento e d’ispirazione era da considerarsi giunta alla fine, così come i Beatles.

Ma John Lennon era un uomo pieno di contraddizioni e spesso in conflitto prima di tutto con sé stesso: a distanza neanche di un anno dal suo primo fortunato album senza i suoi compagni di un tempo, l’artista inglese riprende a sognare e a immaginare che forse possa ancora fare qualcosa per l’Umanità. In Imagine Lennon prova a spiegare quali debbano essere le caratteristiche adatte a rendere il mondo migliore, un posto in cui qualsiasi motivo di contrasto e divisione come le nazioni, il possesso, il denaro e le religioni siano rimossi: è pronto ad accettare il fatto che molti lo credano un povero illuso, ma lui spera anche che tanti siano con lui in questa sua utopia.

Imagine, come dirà lo stesso autore con la sua solita dose di sarcasmo, “è antireligiosa, anti-nazionalistica, anti-convenzionale, anti-capitalistica, ma grazie a quel po’ di glassa zuccherosa che la copre è accettata da tutti”. In effetti la canzone porta dentro si sé molte delle tematiche presenti in God (non credere nei nazionalismi e nelle religioni), ma, priva della drammaticità e della disillusione ravvisabili in quel brano di Plastic Ono Band, Imagine è potuta diventare la canzone più celebre del Lennon solista, nonostante il suo contenuto sovversivo e schierato contro i valori sociali occidentali.

Dopo l’uccisione di Lennon nel 1980, Imagine ha acquisito un ulteriore significato universale, raggiungendo ogni parte del mondo con il suo il suo messaggio e la sua poesia. Negli anni il testo del brano è stato attaccato da accuse d’ipocrisia e compiacimento, soprattutto perché scritto da un milionario che fantasticava di un mondo senza la proprietà privata. Ma forse questi critici, che non si sono mai persi dentro quel pianoforte, quell’arrangiamento rarefatto e quelle parole piene di speranza in un mondo pacifico e migliore, non sono mai riusciti ad accettare questo regalo che John Lennon fece al mondo. Magari non hanno saputo semplicemente immaginare.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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