Il 2015 in 12 singoli: #4 – Il perfezionismo

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Capita che un artista a un certo punto raggiunga il giusto equilibrio tra esperienza e intuizione, tipicamente quando alle spalle ha già almeno un paio d’album. Quel che succede di solito è che la vena sperimentale e le bizzarrie di gioventù vengono ridimensionate, rimaneggiate con sapienza in modo da venir fuori in un formato meno spigoloso e più accattivante. Magari anche perfezionato da una consapevolezza sonica più ampia.

Tutto questo ogni tanto ce lo si aspetta. E son sempre i momenti in cui sai di ascoltare qualcosa di perfettamente riuscito, qualcosa che rimane nel tempo. Non ci si aspettava però che arrivasse da uno come Lapalux, scheggia impazzita del roster Brainfeeder con diverse mosse coraggiose alle spalle, tutte estremamente artsy e sempre poco affabili per l’orecchio neofita. E invece, a sorpresa, il ragazzo tira fuori un album, Lustmore, che costituisce un riassunto mirabile del filone beats tanto battuto in questo decennio, filtrato dal tempo trascorso e dalla capacità straordinaria di mettere ogni elemento al suo posto, nella sua misura, in equilibrio inappuntabile con il non detto. Ascolti Don’t Mean A Thing e non hai dubbi: quest’anno i beats astratti hanno raggiunto la perfezione.

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