Siberia: Ferrara tra l’isolamento quasi assoluto esamina appieno il suo subconscio

Questo articolo racconta il film Siberia di Abel Ferrara in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Se è vero che come affermavano il filologo tedesco Friedrich Nietzsche e lo psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung (non a caso due personalità appartenenti ad una cultura Mitteleuropea più radicata nell’ incoscio), l’anima dell’uomo in realtà è presente al mondo sin dall’inizio di esso, e che preceda la visione stessa di civiltà che nei millenni abbiamo costruito, così, secondo questi dettami, il regista americano Abel Ferrara riesce a centrare il punto con un’avventura mistica e metafisica. Il percorso del cineasta cresciuto nel Bronx si espande in una natura brulla ed isolata riscoprendo anche alcune visioni letterarie del protagonista del suo film del 2014, Pasolini e del suo romanzo incompiuto Petrolio.

La pellicola, seguito di Tommaso, dove il regista si cimenta con gli affanni e le paure di una appagante vita familiare, questa volta insegue maggiormente un percorso profondo di riflessioni nell’antro più profondo dell’inconscio, facendo venire a galla anche creature mostruose ma che affrontate ed analizzate riportano a momenti più placidi e teneri. Lo stato di espiazione che affronta il protagonista Clint/Willem Dafoe è sentito ed incredibilmente vivido. D’altronde l’attore nativo di Appleton ma da tempo nostro connazionale, oramai con le visioni oniriche ed interiori è diventato un esperto, essendo da tempo l’attore feticcio di Ferrara, ed in più avendo lavorato con Julian Schnabel e Lars von Trier. L’epilogo finale di Tommaso e della sua crocifissione, che è un vero e proprio grido d’aiuto del regista, porta Dafoe, alter ego di Ferrara, idealmente in Siberia per isolarsi dal caos cittadino e dalle paure più recondite.

Ma nonostante i luoghi ai confini del mondo le paure dell’uomo ed anche gli orrori compiuti da altri, riescono a raggiungerlo ed a perseguitarlo, trascinando a volte il protagonista in uno stato quasi catatonico, pur se abbondantemente meditativo. È chiaro che il film è fuori da ogni disegno narrativo canonico, essendo più una esternazione viscerale che ragionata. Il continuo cambio di situazioni e percezioni, figlie del movimento del nostro organo addetto al pensiero, modificano a sua volta l’ambiente circostante in base allo sguardo di Clint. La visione “Ferrariana” dell’io più profondo ci sconvolge e ci incuriosisce in quella che sembra a tutti gli effetti un’opera Dantesca. C’è da dire che non è nulla di nuovo nella sperimentazione cinematografica, gli echi ben percepibili di Lynch e del sopracitato von Trier, ma anche di Cronenberg non saranno sfuggiti ai cultori della Settima arte.

Nonostante tutto però la pellicola, ed il suo viaggio di ritrovamento, non può che convincere. È la ricerca costante delle origini stesse che ancora una volta ci dona la linearità di Ferrara, e che nonostante abbia trovato una stabilità esistenziale mantiene il suo animo inquieto esattamente come quando era giovane. La forza sprigionata dall’opera è prorompente, frutto di un percorso e cuneo di scoperta per un mutamento perpetuo. I dialoghi chiaramente sono molto esigui, proprio perché è una immersione nelle origini di angosce e gioie della vita dell’uomo. La forza propulsiva del protagonista, mosso da uno dei rari incontri nel suo allontanamento volontario dalla civiltà, glielo dona una giovane donna incinta, interpretata dalla compagna del regista Cristina Chiriac, che come una Madonna, e qui si confermano ancora tracce della Cristologia Ferrariana conduce l’uomo al viaggio più impegnativo.

Il Purgatorio perpetuo vissuto da Ferrara, a cui non importa minimamente di piacere ad un pubblico più corposo e quindi fuori anche da un certo giro cinematografico, (fortunatamente), ritrae la sua opera e di conseguenza quasi tutto il suo cinema in una sincerità rara per questo genere di mestiere. Le pulsioni più primitive e tutte le emozioni umane non trovano ostacoli in un racconto di un personaggio forse poco capito, ma estremamente complesso. La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Christ Zois, manovra abilmente lo spettatore portandolo instancabilmente a riflettere sull’esistenza ed i suoi innumerevoli angoli, rappresentando appieno la pienezza della esperienza terrena. La mancanza di qualsiasi artificiosità d’intenti è tipico del cinema di Ferrara che non pretende di spiegarci nulla, ma di inondarci di domande attraversando i vari stati d’animo che compongono una personalità, esattamente come faremmo da soli a confronto con la nostra coscienza.

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