Tommaso: Abel Ferrara e la fragilità di “una vita tranquilla”

Questo articolo racconta il film Tommaso di Abel Ferrara in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Se iniziassimo a descrivere la vita turbolenta di Abel Ferrara probabilmente non basterebbe una intera biblioteca per un uomo che ha fatto del peccato e della redenzione una ragion d’essere. Il regista newyorkese, di chiare origini italiane (da parte di padre originario di Sarno), ha sempre vissuto una vita al limite senza compromessi. Ne ha certamente giovato il suo cinema, a volte poco compreso, che però ha svelato un personaggio lontano anni luce dalla ribalta hollywoodiana, a vantaggio della sua integrità etica e professionale. Con Tommaso però, complice anche l’età, quello che ne esce è un ritratto di un uomo che tenuti a bada i demoni interiori prova a vivere un’esistenza appagante. La pellicola amalgama invenzione e documentaristica in una Roma così sorniona e spettatrice disinteressata alle vicende di un uomo che l’ha scelta come luogo in cui stare con la famiglia: Ferrara si è trasferito nella Capitale italiana insieme alla moglie Christina Chiriac ed alla loro bambina.

Il regista si sofferma molto sulla sua relazione sentimentale, che funziona, ma è sempre costantemente messa in discussione dall’enorme differenza d’età che c’è tra i due abbracciando la continua paura di un presunto tradimento. Nella pellicola molto è intriso di una sorta di onirismo che a volte non ci fa ben comprendere cosa sia realtà e cosa appartenga alle fantasie del regista, ma non storce con il grande affetto che l’uomo ha per la sua famiglia. L’alter ego ideale in questo suo secondo film romano lo rappresenta il suo attore feticcio Willem Dafoe, tra l’altro anch’esso oramai “italiano” e vicino di casa del regista: entrambi vivono nel rione Esquilino. L’attore di Appleton rappresenta al meglio le fragilità ed i vizi dell’amico, con la sua voce roca ed il suo volto caratteristico, ritrae anche con la gestualità ed un vocabolario che spazia molto in un italo-americano non proprio di facile comprensione le fragilità e le aspirazioni di un uomo che ha ancora benzina in corpo nonostante l’età, mentre si perde negli antri della Capitale.

Nei progetti per i futuri film, in cui l’uomo si dedica nella calura serale romana, trapela tramite qualche screenshot al computer e qualche foglio di sceneggiatura la pellicola seguente “Siberia”, ancora più alla ricerca di una interiorità che il regista si e prefissato di ottenere. Si potrebbe definire “Tommaso” come un ponte tra il suo Pasolini del 2014 e l’opera che si paleserà successivamente, attraversando diversi strati interiori di vita vissuta. La manifattura dell’inconscio che lascia ampi spazi all’affanno di una nuova condizione del regista, che si cimenta oltre che a nuove responsabilità anche ad una condizione fisica differente, non si dissocia però da un tema cadine delle storie “Ferrariane” come quello delle dipendenze. A differenza delle follie del passato però questa volta il vero bisogno del protagonista è quello di sua moglie e sua figlia, ma anche di un ego, che comincia a farsi da parte sotto i colpi di una nuova visione della propria esistenza.

Le riflessioni più allarmanti ed erotiche che attraversano l’uomo nella normalità della routine sia lavorativa che familiare rappresentano un delicatissimo equilibrio tra vecchie abitudini sopite e dure a morire, come avrebbe cantato un Mick Jagger di qualche decennio fa, e la profonda consapevolezza di inseguire l’emancipazione da tutto ciò che è stato. La sincerità di Ferrara è fuori da ogni dubbio, anche per come si rapporta con l’associazione che si occupa di recupero delle tossicodipendenze e di cui è membro, confessandosi senza peli sulla lingua e con la profonda intenzione di cercare di imparare anche attraverso l’ascolto. È forse proprio il senso di colpa per aver raggiunto una stabilità che mina le certezze dell’uomo, ricalcate ampiamente anche grazie alla fotografia di Peter Zillgrier che incide molto con colori caldi e soffusi, protesi alla situazione umorale del protagonista.

L’ultima tentazione di Cristo di “Scorsesiana memoria” a cui Ferrara strizza l’occhio nel finale, ed ironia della sorte le due pellicole hanno lo stesso protagonista in comune, per alcuni potrebbe rappresentare una sorta di cortocircuito nella trama, in realtà è perfettamente coerente con gli innumerevoli stati d’animo che attraversano il protagonista. Il percorso intrapreso a questo punto da Ferrara possiede tutti i tratti del definitivo, e non è necessariamente un male, anzi è un progetto a lungo termine che intriga e rappresenta l’indole umana nella sua accezione più piacevole ed oramai poco considerata: La sincerità, ma soprattutto l’affrontare i propri demoni alla luce del sole e con la voglia di rimettersi in gioco nonostante l’età non sia più dalla propria, ricostruendo passo dopo passo nella Capitale italiana la necessità di una vita normale e piena di affetti.

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