La sindrome di Lazzaro: gli incredibili casi di ritorno dal regno dei morti

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Come è noto, il miracolo della resurrezione di Lazzaro è riportato nel Vangelo secondo Giovanni, il report della vita di Gesù Cristo di carattere più teologico e filosofico, rispetto a quelli definiti “sinottici” di Marco, di Matteo e di Luca.

Nello specifico, l’episodio di Lazzaro è l’ultimo dei miracoli compiuti da Gesù, prima di andare incontro alla cruenta Passione ed alla gloriosa resurrezione. È molto chiaro l’intento dell’autore del Vangelo, pseudoepigraficamente attribuito a Giovanni, di voler anticipare l’episodio del sacrificio e della resurrezione con un evento tangibile già avvenuto durante la vita terrena di Cristo, in grado di dimostrare il suo potere sulla vita e sulla morte.

Il miracolo della resurrezione di Lazzaro

A Lazzaro ed alle sorelle Marta e Maria, Gesù era legato da un rapporto di amicizia, al punto che l’evangelista ne sottolinea i sentimenti di profonda tristezza nell’apprendere di averlo perso e di rammarico per non essere stato presente al momento della morte, per impedire che le tenebre lo portassero via.

La famiglia, per la verità abbastanza insolita per la Palestina dell’epoca (un fratello e due sorelle che vivevano insieme), dimorava a Betania, località situata soltanto a circa due miglia da Gerusalemme e non lontana dal Monte degli Ulivi.

La narrazione di Giovanni ci dice che quando Gesù arrivò al sepolcro, Lazzaro era morto già da quattro giorni. Gli elementi fattuali del racconto lasciano il tempo che trovano e non devono essere ritenuti letteralmente validi, in quanto lo scopo dell’autore è quello di dare una lettura teologica all’episodio e non di riportare fatti precisi. Pertanto, il tempo trascorso dalla deposizione di Lazzaro nel sepolcro potrebbe essere stato molto più breve, così come l’originale configurazione familiare, probabilmente adoperata da Giovanni metaforicamente, poiché nel testo, ciascuna delle due sorelle assumerà un atteggiamento significativo: Maria animata dalla fede che sceglie di lasciare gli impegni correnti per ascoltare il Maestro, l’altra iperattiva e guardinga, troppo presa dai compiti da massaia. L’autore del Vangelo, inoltre, potrebbe aver fatto riferimento ai “quattro giorni”, per conformarsi alla credenza in voga nell’ambiente ebraico dell’epoca, secondo cui la decomposizione dei cadaveri inizierebbe dopo tre giorni dalla morte. Pertanto, parlando di tale lasso temporale, l’evangelista avrebbe avuto l’intenzione di escludere uno dei casi, già sperimentati, di morte apparente, un tema che tratteremo ampiamente in seguito.

Il racconto prosegue con Gesù che, dopo aver incontrato le due sorelle, si avviò verso il sepolcro, ordinando di togliere la pietra che bloccava l’ingresso della tomba.

Il Maestro allora ringraziò Dio e pronunciò la famosa frase: Lazzaro, vieni fuori (Giovanni, 11,43), in alcune traduzioni resa più liberamente in Alzati e cammina! E l’amico, ancora avvolto dalle bende, uscì dal sepolcro e andò incontro a Gesù.

È interessante notare, nell’economia complessiva del testo evangelico attribuito a Giovanni, come l’episodio di Lazzaro sia propedeutico a due importanti eventi successivi: la decisione dei sommi sacerdoti e dei farisei che, riunito il sinedrio, dopo aver saputo della presunta resurrezione di Lazzaro, decisero di far arrestare Gesù, seguendo il consiglio di Caifa; la cena tra il Maestro e Lazzaro, pochi giorni dopo la sua miracolosa uscita dal sepolcro, che suscitò meraviglia e sconcerto tra gli stessi sommi sacerdoti e farisei, rafforzando il proposito di elimanzione del Cristo e coinvolgendo nel loro piano anche il povero Lazzaro, di cui si sospettava una complicità truffaldina con l’amico.

Le interpretazioni

Dal punto di vista storico, il fatto che l’evento sia contenuto solo nel testo di Giovanni ha reso abbastanza dubbia la sua veridicità, anche se i sinottici riportano altri episodi simili, come quello della resurrezione della figlia di Giairo ed il solo Luca che narra della resurrezione di Daniele, figlio di una vedova di Nain.

Potrebbe darsi che Giovanni abbia attinto ad una tradizione più antica, non seguita dai sinottici, oppure, come afferma il teologo gesuita Brendon Byrne, l’episodio di Lazzaro potrebbe corrispondere ad un caso di mirabile guarigione o di rianimazione di un uomo apparso in fin di vita, poi trasfigurata ed ampliata di particolari da una delle prime comunità cristiane per prefigurare la resurrezione di Cristo.

Dal punto di vista teologico, invece, l’autore vuole evidenziare la differenza tra la “resurrezione terrena” di cui Lazzaro è l’emblema destinato, comunque, a morire nuovamente, e la “resurrezione finale della carne”, a cui potranno pervenire soltanto coloro che ne saranno giudicati degni alla fine dei tempi, mentre nel contesto spazio-temporale umano solo Cristo, come figlio di Dio, aveva già insita questa possibilità di riscatto.

Suggestiva è l’interpretazione di Rudolph Steiner, secondo il quale, la resurrezione di Lazzaro andrebbe considerata in chiave esoterica. La sua morte non sarebbe stata reale, ma parte importante di un antico rito di iniziazione, mediante il quale l’individuo doveva entrare in contattto con alternative dimensioni spirituali.

In particolare, Steiner fa riferimento a due espressioni utilizzate nel racconto per avvalorare la sua ipotesi: Quest’uomo compie molti segni ( e non miracoli, come affermato in altri passi) (Giovanni, 11,47), riferendosi al Maestro; Questa malattia non è la morte (Giovanni 11,4), lasciando intendere che si trattasse di qualche forma di rituale. In quest’ottica, Lazzaro sarebbe stato uno degli allievi prediletti dal Maestro, da lui stesso svegliato da una sorta di sonno indotto.

La sindrome di Lazzaro

Dal nome del protagonista dell’episodio evangelico, prende il nome l’espressione “la sindrome di Lazzaro” per indicare una specie di riattivazione spontanea del sistema cardiocircolatorio, di cui si conoscono pochissimi casi accertati a partire dal 1982, quando fu attribuita dignità scientifica a tale fenomeno (circa 40).

Sotto il profilo medico, le cause che porterebbero alla riattivazione spontanea del sistema nervoso non sono state ancora inviduate con esattezza, anche se, in linea generale, si ritiene che possa derivare dall’accumulo di pressione all’interno del torace, a seguito delle operazioni di rianimazione. La maggior parte degli studiosi ritiene che il raggiungimento di uno stadio normale di pressione , dopo l’RCP (rianimazione cardio-polmonare)  possa determinare l’espansione del cuore, a cui seguirebbe la riattivazione del nodo seno-atriale e del battito cardiaco.

Non sono state, tuttavia, escluse del tutto altre cause fisiologiche, come l’iperpotassiemia oppure l’aver utilizzato elevati dosaggi di adrenalina.

Come dicevamo in precedenza, i casi accertati sono pochi e, nella maggior parte di essi, la persona “resuscitata” è, comunque, morta nei giorni o nelle settimane seguenti all’evento, per la stessa motivazione patologica che l’aveva portata alla “morte apparente”. Un certo numero di “resuscitati” è, però, ritornato alla vita di sempre, senza accusare particolari problemi sanitari. Negli ultimi due decenni, comunque, le segnalazioni sono aumentate abbastanza, ingenerando il sospetto che probabilmente si tratti di un fenomeno che avviene nelle sale di rianimazione non così rararamente come si potrebbe credere, ma di cui si preferisce parlare poco in maniera ufficiale.

Il timore della “morte apparente” era molto sentito nei secoli scorsi, al punto che nel diciannovesimo secolo si costruivano bare provviste di congegni d’allarme, per evitare che il malcapitato finisse sepolto vivo. Al giorno d’oggi, un errore fatale di questo genere, è pressochè scongiurato, in quanto si prende come riferimento la “morte cerebrale”, in cui la circolazione del sangue è solo artificiale ed il tempo di osservazione per determinare il decesso è di circa sei ore. Inoltre, qualora si dovesse procedere all’espianto degli organi, sono previste dalla legge garanzie stringenti per assicurare che il donatore sia effettivamente morto. Il nostro Paese, sotto quest’aspetto, è particolarmente rigoroso, richiedendo un accertamento di ben venti minuti di elletrocardiogramma piatto, al contrario degli Stati Uniti dove si prevede un tempo decisamente inferiore.

Tra i casi di “sindrome di Lazzaro” più celebri, si ricorda quello della donna colombiana, avvenuto circa dieci anni fa, resuscitata alcuni minuti prima di essere sepolta. Gli addetti alle pompe funebre rimasero scioccati, quando la signora, poco più che quarantenne, iniziò a muoversi, mentre predisponevano l’occorrente per la sepoltura. Uno dei medici che aveva curato la donna, interpellato dopo il fatto, dichiarò che gli strumenti utilizzati non avevano rilevato né la pressione arteriosa, tantomeno la frequenza cardiaca. Purtroppo, poco tempo dopo che fu riportata in ospedale, la donna entrò in coma per non risvegliarsi più.

Nel febbraio del 2012, sulla stampa del Regno Unito, dilagò il caso di una scozzese che sarebbe tornata per miracolo dal mondo dei morti, dopo essere collassata durante l’attività di giardinaggio. Le condizioni della signora 49enne migliorarono progressivamente, al punto che i medici parlarono di guarigione miracolosa, in grado di consentirle di condurre una vita in salute.

La possibilità di tornare dal mondo dei morti è stata considerata fin dagli albori dello sviluppo della civiltà umana, sia sotto il profilo mitologico-religioso che antropologico, per arrivare a recentissimi esperimenti a metà strada tra la scienza e la fantascuenza. Nella primavera del 2019, la rinomata rivista Nature ha pubblicato un articolo che trattava della “riattivazione” cerebrale di maiali morti, mediante una tecnologia chiamata BrainEx che comporta il ripristino della circolazione cerebrale e delle funzioni cellulari alcune ore dopo la morte. Il team di ricerca, tuttavia, non ha riscontrato coordinamento nella scarica dei potenziali d’azione, nonostante i neuroni si siano dimostrati capaci di condurre uno stimolo elettrico trasmesso dall’esterno.

La mancanza i coordinamento delle varie funzioni non ha consentito la riattivazione della “coscienza” dell’animale. I ricercatori non escludono che in futuro sia possibile anche compiere questo passo e, magari, provare con gli esseri umani, con tutte le problematiche di carattere etico che una tale attività potrebbe comportare.

La sindrome di Lazzaro, in generale, solleva una serie di problematiche etiche, a cominciare dalle decisioni dei medici che sono chiamati a dichiarare la morte clinica e a stabilire il momento in cui possono cominciare ad eseguire le procedure post-mortem come l’autopsia o l’espianto degli organi.

I progressi della biologia e della medicina, comunque, elevando notevolmente l’aspettativa di vita ed i metodi per mantenerla in via artificiale, hanno fatto si che il concetto di morte venga in un certo senso “ridimensionato” e “relativizzato”.

Il professor Parnia, nel suo libro The Lazarus Effect: The science that is rewriting the Boundaries Between Life ad Death, spiega come la riattivazione del cervello sia un un’operazione molto pericolosa e delicata, potendo portare a conseguenze estreme come il cambio della struttura mentale della persona.

Letteratura e cinematografia

La tematica della sindrome di Lazzaro è stata affrontata dalla letteratura e dalla cinematografia, anche in tempi recenti, come il film americano del 2015, Effetto Lazzaro, per la regia di David Gelb, in cui una donna riportata in vita con un siero sperimentato soltanto sugli animali, si abbandona ad una serie di brutali omicidi, rivelando una tipologia di comportamento non più prettamente “umano”, segno della sua essenza “contro natura”.

Si tratta di un chiaro monito contro i pericoli che può comportare un progresso troppo sfrenato ed incontrollato, in grado perfino di sovvertire l’ordine naturale delle cose, cioè accettare la morte come componente essenziale della stessa vita.

Di recente ha riscosso un certo successo una serie Netflix, suddivisa in tre stagioni, dal titolo The Glicht. La serie, di matrice australiana, incentrata sulla storia di uomini e di donne che ritornano dalla morte, alcuni dei quali anche dopo vari decenni, ha evitato in maniera intelligente di confondersi con i soliti clichè sui morti viventi, universalmente chiamati zombie. Si tratta, invece, di persone decedute che tornano in vita senza alcuna spiegazione esauriente. Lentamente, mediante flashback ad intermittenza, i redivivi riacquistano i ricordi sulla loro vita precedente.

Man mano che la vicenda prende consistenza, si nota come gli ideatori di The Glicht abbiano preso le distanze dai tradizionali telefilm sui morti viventi, in quanto “i risorti” non presentano le caratteristiche tipiche degli zombie, ma sono fin troppo umani. Se negli episodi della prima stagione si tende a dare una risposta del tutto paranormale alle inspiegabili resurrezioni, nella seconda e nelle terza stagione emerge un approccio pseudo-scientifico, con spunti sicuramente interessanti ma semplicistici, adattati ad un pubblico di fascia media, che privilegia maggiormente l’azione ed il pathos piuttosto che i particolari descrittivi. Entra in gioco anche la secolare diatriba etico-filosofica sulla necessità di non sovvertire l’ordine naturale delle cose, per evitare che il mondo fisico, così come da noi conosciuto, si dissolva in maniera repentina ed inaspettata.  Guardando la serie, in particolare la terza stagione, a parte alcune ingenuità narrative, ci si chiede se le resurrezioni siano “l’effetto” oppure “la causa” di una inesorabile apocalisse che, seppure temporaneamente scongiurata, sembra incombere sulle generrazioni successive. La dimensione ultraterrena è percepita come un “altrove” onirico ed indefinito, senza particolari riferimenti religiosi, se non l’attribuzione della qualità di “messaggeri” ad alcune figure che, com è noto, non costituisce altro che il significato etimologico del termine “angelo”.

Insomma The Glicht è una serie originale sul sottile confine che esiste tra la morte e la vita: una riflessione moderna, forse un po’ troppo sincretica, di un antico dilemma che non ha mai smesso di affascinare.

Come abbiamo accennato in precedenza, la definizione di morte è stata sempre più relativizzata. Ed, andando oltre le speculazioni religiose e filosofiche, è giusto chiedersi se essa rappresenti soltanto la fine o soltanto un passaggio.

Vi è un altro modo, in cui il progresso scientifico potrebbe permettere di mantenere in vita una forma di “coscienza del defunto”: in essa non vi è nulla di mistico o di soprannaturale. Come ho già trattato nella sintesi dedicata all’intelligenza artificiale (cfr. link…), alcune startup americane si stanno ingegnando per creare un chatbot, in grado di riprodurre alcune funzioni virtuali dei morti. Si arriverebbe alla sconcertante realizzazione di un eternal software capace di contenere le principali informazioni riguardanti il defunto che continuerebbe a vivere nell’etere.

In questo modo l’essere umano avrebbe la possibilità di garantirsi almeno l’immortalità virtuale. Per fortuna o per sfortuna, a seconda dei diversi punti di vista bioetici, la tecnologia in materia è ancora lontana dal raggiungere un adeguato livello di perfezionamento, ma le ricerche procedono a ritmi serrati con elevate possibilità di  successo. La startup Eternime, ad esempio, ha ricevuto un altissimo numero di iscrizioni, anche se l’apertura al servizio è stata, al momento, consentita soltanto a pochi utenti, scegliendo la necessaria policy della cautela.

Per gli appassionati di serie TV, quanto si sta cercando di realizzare a proposito dell’eternal software, quale artificiale surrogato della coscienza umana, è incredibilmente simile ad alcuni episodi della seconda stagione di Black Mirror, dove una giovane donna, distrutta dal dolore per la morte del compagno, si iscrive ad un servizio simile ad Eternime, interagendo con l’esistenza virtuale del ragazzo, prima limitandosi ad ascoltare la sua voce, poi accedendo ad un versione più sofisticata con la produzione perfino di un androide composto da circuiti elettronici.

Ciascuno di noi teme il momento della morte, pur nella consapevolezza della sua inevitabilità ed, agli interrogativi connessi ad un’eventuale destinazione ulteriore dell’essere umano, da sempre si è cercato di dare una risposta religiosa, filosofica od anche pseudo-scientifica. Al momento, la verità è che nessuno conosce con certezza cosa ci possa aspettare dopo il trapasso, nonostante alcune frammentarie evidenze di esperienze ante o post-mortem e di esperimenti in merito.

È giusto chiederci, allora, se il confine tra la vita e la morte dovesse essere superato, coloro che tornerebbero in vita, sarebbero davvero loro stessi, conservando la “coscienza” della vita pregressa ? o si tratterebbe di “qualcosa di diverso”…esseri, comunque, che dovrebbero fare i conti con una straordinaria esperienza dimensionale?

Non lo sappiamo ancora….resta la certezza che solo un potere divino attualmente sarebbe in grado di gridare: Lazzaro, vieni fuori!

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2 comments

  1. È chiaro come il sole che bisogna leggerlo in chiave esoterica. Lazzaro è reintrodotto nella setta di Gesù con le resurrezione, era “morto” non fisicamente, ma era stato espulso dalla setta e così riportato alla “vita” da Gesù con il rito.

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