Fortapàsc: Risi attraversa l’umanità di Siani portando alla ribalta una storia dimenticata

Questo articolo racconta il film Fortapàsc di Marco Risi in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Così il drammaturgo e poeta tedesco Bertolt Brecht immaginava una società sgombera da ingiustizie e contraddizioni. Purtroppo, se da un lato l’Italia è uno dei Paesi con il più alto grado di bellezza e cultura nell’intero pianeta, dall’altro è certamente un fazzoletto di terra che di eroi ne ha sfornati tanti. In molti infatti si sono battuti con le loro azioni per rendere migliore un sistema malato, autoreferenziale e gattopardesco come pochi.

È probabilmente qualcosa che alberga nella nostra indole e che comunque nella nostra millenaria storia non sempre si è paventata. Soprattutto nei decenni dei leggeri anni Ottanta e per tutti i Novanta, gli italiani si accorsero che nel proprio Paese esistevano tre dei più grandi agglomerati del malaffare al mondo. Molti pensavano che fosse un fenomeno relativo solo al Sud Italia, anche questo frutto probabilmente di molti pregiudizi che ancora oggi albergano nella testa di alcuni. In realtà come ben è risaputo, il malaffare nato in Italia oramai ha raggiunto qualsiasi posto dove esiste un grande giro di capitali, e che come un vero e proprio cancro distrugge l’organismo che lo ospita, approfittandone fino a svuotarlo nella sua essenza. Da qui i vari investimenti nella Capitale economica del Paese, (Milano) ed addirittura nella “civilissima” Londra. Questo, sia ben chiaro, oltre ad alcuni rami delle Istituzioni, che vivono in parallelo e si arricchiscono ottenendone vantaggi personali, (tipo grandi bacini di voti). La colpa però è anche del comune cittadino: è proprio la società civile che dovrebbe per prima aberrare questa gente, ma molto spesso, anche per colpa del bisogno o per paura di ritorsioni, gira la testa dall’altro lato.

Al Sud però, nonostante tutto, la voglia di fare di alcuni soggetti non soltanto ha dato una speranza a migliaia di giovani, ma ha creato una vera e propria resistenza a questo genere di comportamenti. È proprio questo il caso di Giancarlo Siani, giornalista  napoletano, assassinato nell’Ottantacinque a soli ventisei anni dalla Camorra. Il suo “peccato” era quello di aver raccontato nei suoi articoli l’arresto del boss di Torre Annuziata Valentino Gionta, grazie ad un tradimento da parte della famiglia Nuvoletta, (altro clan malavitoso del posto), e che almeno in apparenza erano alleati. Questi ultimi lo fecero per un motivo ben preciso, garantirsi una tregua con il clan dei casalesi.

Da questa vicenda Marco Risi, figlio d’arte del ben più noto Dino riesce a mettere in piedi una pellicola particolare, che si sofferma molto sulla interiorità di Giancarlo, dipingendolo con un tatto ed una semplicità che sembra parli di un vecchio amico. L’Ottantacinque napoletano, in piena estasi Maradoniana con una grande voglia di riscatto tramite “Il gioco più bello del mondo” purtroppo non aveva attenzione per argomenti così complessi. Il regista milanese si cimenta in una scelta del cast azzeccata, dove spicca quel Libero De Rienzo, napoletano doc (cresciuto nel quartiere di Chiaia) nel ruolo di Siani. L’attore di Santa Maradona è pienamente convincente, tanto da immedesimarsi alla perfezione nel ruolo di giovane idealista. Insieme a De Rienzo, appaiono la sempre apprezzabile Valentina Lodovini e Michele Riondino, nel ruolo di un fotografo del giornale, anche amico di Giancarlo, ma che in realtà è stato creato solo ai fini della storia.

La testata giornalistica in questione è “Il Mattino” di Napoli, dove il giovane era riuscito a passare dopo qualche anno a Torre Annunziata. È proprio nella cittadina situata nel Golfo di Napoli che Giancarlo affina la sua penna in particolare sulla Cronaca nera, cominciando a scalfire i sistemi e la gerarchia delle famiglie camorristiche campane. C’è da ricordare e questo è molto comune purtroppo nel Meridione d’Italia, dove è sempre più difficile ottenere dei risultati solo ed esclusivamente con il proprio lavoro, che il giovane scriveva per pura passione ed aveva il tesserino di pubblicista, sognava dopo questa collaborazione con Il Mattino di poter ottenere la consacrazione definitiva proprio grazie a questo lavoro, sperando di sostenere l’esame da giornalista vero e proprio. Questo perché come sempre in determinati ambienti la meritocrazia è un mero miraggio, dove ti passa avanti chi ha più conoscenze a scapito della professionalità.

La pellicola è chiaramente impegnata, in un Paese che attualmente non ama molto farlo, lo stesso Risi, che dedica il film al padre Dino venuto a mancare all’inizio delle riprese, esprime tutto il suo rammarico per questo genere sempre più in estinzione. C’è da fare un plauso particolare ad Andrea Purgatori, giornalista capace, che ha seguito le vicende mafiose nel nostro Paese, nonché il terrorismo sia estero che nostrano e che si cimenta nella sceneggiatura insieme allo stesso regista, Maurizio Cerino e Jim Carrington. Alla fine la denuncia al malaffare ed alla politica collusa non rappresenta la sola strada da seguire, ma la storia è più rivolta ad alcuni giornalisti, di cui l’Italia ne possiede a frotte, che hanno preso il loro ruolo come una semplice mansione per sfangare il 27’ come si dice al Sud, (lo stipendio), senza alcuna ambizione di verità, anzi servili e genuflessi verso il potentato di turno. Giancarlo non era certamente di questa specie ed anche se purtroppo ha sacrificato il bene più prezioso per un uomo, in soli ventisei anni ci ha donato una grande lezione di moralità ed integrità professionale.   

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