Francesco Guccini, gli anni ’70 e Radici: un album in direzione contraria

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Gli anni 70 sono terra di Sud, un equilibrio fragile di resistenza e raccolto.

I movimenti del ’68 avevano tracciato crepe profonde nella società italiana, rinnegando quell’ ipocrisia estatica tanto cara al mondo occidentale (come ci ricorda Philip Roth in “La macchia umana“). Il benpensante è sgomento, cerca conforto nelle liturgiche narrazioni della politica istituzionale, “qualcuno pensi ai bambini” urlerebbe la moglie del reverendo LoveJoy dei Simpson. Ma quei bambini sono diventati ragazzi in cerca di un mondo a cui appartenere, il vestito gessato del padre ormai è logoro e veste stretto. Dopotutto, nel Novecento Dio è morto due volte.

Gli anni ’70 sono i vent’anni di ragazzo. “Perché a vent’anni è tutto ancora intero / Perché a vent’anni è tutto chi lo sa” (da Eskimo), sono la forza ed il dovere di provare a pensare un immaginario diverso. “A vent’anni uscire di casa è un obbligo, è quasi un dovere” (Piazza Alimonda). Dentro le fabbriche mani callose sfogliano l’Unità in attesa di proclamare un altro sciopero, mentre nelle università dita esili si improvvisano operaie nel costruire barricate. Per terra una lettera di Pasolini vecchia di due anni, non compresa perché invita a riflettere: in fondo anche i poliziotti sono figli di poveri, racchiusi in divise rancide senza speranze a cui guardare.

l’Italia è minestra al fuoco, ribolle lentamente, senza sosta.

In questo squarcio frenetico di umanità, nel 1972, Guccini sceglie di pubblicare Radici, il suo quarto album. La foto di copertina: un ritratto dei bisnonni con i figli alle spalle. All’apparenza un ossimoro, un’immagine stridente con i tempi che furono. Piuttosto, c’erano vanghe a rivoltare la terra e non radici da preservare.

Ma Guccini propone una pausa di riflessione, getta un dubbio, lancia note come granturco in un pollaio.
Non è nostalgia di valori passati, di tradizioni bigotte o di filistei intransigenti. Non è richiesta di ordine securitario e disciplina da Marines.

Di certo non sfuggono le ultime strofe di Dio è morto:

Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
Ad un futuro che ha già in mano,
A una rivolta senza armi […]

Dio è morto

La voglia di cambiare, il desiderio di rottura con le morali stantìe del secolo vengono rimarcate a più riprese nel corso della sua discografia: “scusate non mi lego a questa schiera, morrò pecora nera”, Canzone di notte n.2), o ancora “vecchie Suore nere con fede avete dato a noi il senso di peccato e di espiazioni, gli occhi guardavano voi ma sognavan gli eroi, le armi e la biglia.” (Piccola Città)

Radici è come ascoltare una lunga e tormentata domanda, è il dialogo fra il vecchio ed il bambino che chiude l’album. Il disco inizia a girare, graffia le sue note ed ecco lo strascicare lento di vecchie storie, ripescate nella memoria e poi cantate ancora con tanta passione. Chi ascolta è immerso in un mondo fiabesco che sembra non essere mai esistito.

Parte il viaggio fra le pietre antiche di Pavana, le case sono linee spesse rimarcate al crepuscolo, hanno romanzi da rivelare ma restano mute.

Aggrappati sull’Appennino stanno riti antichi, gesti sapienti, irrazionalità popolari. Ci sono strade dove ogni finestra è uno sguardo, una voce. La vita è stretta alle stagioni e tutto si muove con esse. Non è l’orologio o la campanella che suona il fine turno della fabbrica a scandire il tempo, ma solo il corso del sole. ( Canzone dei dodici mesi ne è un richiamo evidente.) Ma a vent’anni questo è un mondo che si comprende a fatica, con la mente si guarda a terre lontane, oltreoceano c’è un orizzonte nuovo. Così si lasciano i tetti bastardi di provincia per ritrovarsi davanti alle sterminate praterie della Pennsylvania, le metropoli piene di gente e di sogni, il West poco più in là ad aspettare tramonti. Poi la delusione, “il vuoto mito americano” (Piccola città) , l assordante bugia vissuta da Colombo che diventa Amerigo e poi Guccini stesso.

Ma Radici è anche diffidenza verso il progresso industriale sfrenato e senza controllo, verso quell’omologazione dei costumi  che vorrebbe tutti ragazzi di città, in piena sintonia con i ritmi della fabbrica e la narrazione televisiva. “E tutto d’ intorno non c’era nessuno / solo il tetro contorno di torri di fumo” (Il vecchio ed il bambino) e, qualche anno più tardi, in Culodritto, dedicata alla figlia, “[…] e non saprai che sapore ha il sapore dell’ uva rubato a un filare / Presto ti accorgerai com’è facile farsi un’ inutile software di scienza”.

Ma Radici forse è solo voglia di imitare, di fare come gli alberi: i rami protesi verso cieli ignoti, le radici ben salde, affossate a terra.

Radici è domandarsi Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (come recita il Testamento di Paul Gauguin), è trovare sé stessi nel sapere di appartenere ad un passato, ad un racconto che passa di labbra in labbra, ad un luogo preciso.

Del resto:

La casa è come un punto di memoria
Le tue radici danno la saggezza
E proprio questa è forse la risposta

Radici
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