Pride: l’utopia rivoluzionaria degli ultimi, secondo Matthew Warchus

Questo articolo racconta il film Pride di Matthew Warchus in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Tra le tante vocazioni giovanili che la “picconatrice” (termine più caro al nostro Paese) dello stato sociale britannico Margaret Thatcher ebbe, ci fu quello della Chimica. Infatti, quella che passò alla storia come “Lady di ferro”, che a considerarlo un epiteto lusinghiero si ha francamente qualche perplessità, si era laureata in chimica presso il Somerville college della università di Oxford. Questo suo corso di studi gli permise di lavorare nell’industria dolciaria, precisamente nel ramo della fabbricazione industriale dei gelati. Riuscì grazie alle sue notevoli abilità ad introdurre nel prodotto una dose tale di aria da rendere il gelato più morbido. Si potrà certamente pensare che sia stato un grande passo sia per il produttore che per il consumatore, ma in realtà non andò proprio così. Questo perché se in effetti l’alimento risultava più morbido, il quantitativo, nonostante il barattolo rimanesse il medesimo, era inferiore, di conseguenza il consumatore andava e tutt’ora va a pagare anche l’aria introdotta, avete capito bene.

Già da questo esempio lampante, si potrebbero capire molti aspetti della psicologia di una persona poco avvezza alle esigenze delle classi meno abbienti ed a tenere le redini di un Paese come quello che fu il grande Impero britannico. Se l’Europa “prima” è riuscita ad ottenere un benessere mai visto in nessuna altra parte del globo, è proprio grazie alla classe media che abbracciava un bacino di persone molto ampio, tanto da favorire anche un maggiore introito fiscale in modo da incentivare i servizi sociali ed assistenziali gratuiti praticamente a chiunque ne avesse bisogno. Ma la Thatcher, seguendo il suo compagno di merende Reagan, adoperò tagli spaventosi anche nelle fabbriche ed imprese statali. È inutile dire che le politiche britanniche degli anni Ottanta (di cui la lezione nel Continente si è imparato poco) ancora pesano su una classe sociale che non esiste più. È proprio da qui che il regista di Rochester Matthew Warchus, intavola una commedia che sfiora l’impegno politico, mettendo in scena una vicenda dai toni affaccendati, ma con un ampio velo di leggerezza che trasmette allo spettatore più che cupezza, un vero e proprio sentimento di simpatia.

La collaborazione che avverrà tra i minatori di un piccolo paese del Galles, facenti parte di quella famosa “vena carbonifera” che diede lavoro a moltissimi nel Secondo Dopoguerra nel Regno Unito e la comunità LGBT londinese, costruì un profondo legame che raccolse migliaia di sterline con un aiuto concreto anche nelle manifestazioni di protesta. La documentazione certosina sulle vicende reali, ad opera dello sceneggiatore Stephen Beresford, è incredibile, avvenuta tramite filmati dell’epoca e grazie agli incontri con ex-membri dell’associazione, che poi diventò LGSM: “Lesbians and Gays Support the Miners”. Le tematiche, purtroppo solo appena sfiorate, oltre agli scioperi di metà degli anni Ottanta tocca anche la questione dell’AIDS che in quel decennio ed in quello successivo si fece conoscere mietendo migliaia di vittime, seguono quell’ipotetico trittico che parte alla fine degli anni Novanta con Full Monty, per poi proseguire con Billy Elliot ed infine proprio con la seconda opera del regista teatrale Warchus, che dopo l’esordio del 99’ con Inganni pericolosi, colpisce per la delicatezza e lo humor tutto inglese nell’affrontare una storia tanto complicata.

Il cast è rappresentato da un potpourri di attori britannici, tra cui spiccano i sempreverdi Bill Nighy e Paddy Considine. Nella pellicola c’ è una piccola parte anche per il Moriarty dell’ultimo Sherlock della BBC Andrew Scott, ed un plauso particolare va all’attore statunitense Ben Schnetzer, che nel ruolo di Mark Ashton, attivista impegnatissimo nelle battaglie sulle parità di genere e vero pilastro e fautore della evoluzione del movimento che aiutò i minatori. Acclamato al Festival di Cannes del 2014 dove vinse anche il premio Queer Palms, riservato proprio alle tematiche LGBT, l’opera riesce a fare colpo nello spettatore creando un legame significativo, facendogli comprendere un’epoca neanche così tanto lontana, e che risponde pienamente agli affanni del presente.

Un’altra caratteristica che impressiona è come diverse generazioni di persone riescano a collaborare, indipendentemente da qualsiasi fattore, altro elemento mancante ora in tutto il mondo occidentale, dove le generazioni precedenti ostracizzano profondamente le nuove, non cedendo il passo. Anche la colonna sonora è pienamente azzeccata, includendo pezzi dell’epoca che hanno superato la prova del tempo come I Want to Break Free dei Queen o i Frankie Goes to Hollywood con Relax, passando dai Pet Shop Boys ai Culture Club. Molto emozionante è anche il coro femminile che intona la a dir poco leggendaria armonia di Bread and Roses, chiave canora delle proteste dei primi anni del Novecento. La pellicola concludendosi proprio con una marcia di protesta nella Capitale inglese ci ricorda quanto siano importanti la comunione di intenti in una società che si definisce aperta e democratica, una lezione che però e soprattutto ora, non siamo ancora riusciti ad imparare.

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