Billy Elliot: l’opera prima di Daldry, tra l’audacia della gioventù ed i tumulti operai

Questo articolo racconta il film Billy Elliot di Stephen Daldry in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

È meglio dirlo sin da subito: Billy Elliot di Stephen Daldry è una pellicola dedicata a tutti quegli outsider di provincia che devono sempre e costantemente faticare il doppio per arrivare a realizzare i propri scopi. Il fenomeno è singolare, nonostante si viva “nella parte del mondo teoricamente più fortunata”, ma si sa i piccoli posti nascondono qualcosa di malsano a volte, sarà la vita sempre uguale a cui molti si abituano e difendono allo strenuo, escludendo chi vorrebbe volgere lo sguardo aldilà delle strade conosciute. Soprattutto se pensiamo al periodo, quel 1984 fonte di estremi cambiamenti in Inghilterra, dove le politiche liberiste della Thatcher imperversavano, lasciando a casa una intera classe sociale, che riscoprendosi così vulnerabile di certo non poteva pensare ai sogni dei propri pargoli.

Così, il regista della contea di Dorset dirige una storia dai contorni impegnati, ma che ha come missione primaria quella di illustrarci le varie fasi e difficoltà delle aspirazioni di un giovane ragazzo. Con la sceneggiatura edita dal drammaturgo Lee Hall, ispirata alla vera storia personale del ballerino Philip Mosley, ma anche seppur in un ambito differente del baritono Sir Thomas Allen, le vicende si sviluppano in modo apparentemente placido nonostante la tensione sociale sullo sfondo. A farla da padrone, nel cielo plumbeo del Nord Inghilterra è l’approccio delicato e timido di un ragazzino di soli undici anni, che da qualche anno ha perso la madre e che si prodiga in tutti i modi per aiutare la vecchissima e tenera nonnina, che alterna momenti di lucidità a fughe spericolate per la campagna inglese.

Nel giro di pochi anni che vanno dalla fine degli anni Novanta all’anno zero del nuovo millennio, per ben due volte viene toccato un tema delicato come quello del lavoro in terra britannica: la prima volta fu quel Full Monty di Peter Cattaneo che affrontava in maniera più goliardica le difficoltà di uno sparuto gruppo di amici, orfani del proprio posto di lavoro con a capo quel Robert Carlyle, fisionomia perfetta per questo genere di ruoli ed attore tanto caro a quel Ken Loach paladino degli ultimi. Sarà che le tanto decantante politiche laburiste di Blairiana memoria funzionavano solo per una piccola parte del Paese, nonostante sarebbero poi diventate precorritrici nell’Europa d’oltremanica di quella “sorta di sinistra” che svendette la classe operaia in cambio di favori personali, riducendo drasticamente il potere di contrattazione del lavoro a discapito della gente comune, dando la mazzata finale alle politiche sociali in terra d’Albione.

L’energia genuina del giovanissimo Jamie Bell, esordiente assoluto e con niente di meno che un ruolo da protagonista in tasca, attira più di una simpatia. In quelle casette a schiera popolari e dai mattoni rossi, dove purtroppo il pensiero principale è mettere in tavola il pranzo e la cena e dove regna l’ansia di non soccombere alle avversità di una esistenza grama, Billy con l’ingenuità e l’audacia della fanciullezza vuole ribellarsi allo stato delle cose, provando a contemplare il bello, non annichilendosi davanti alla prospettiva di un futuro grigio.

Chiaramente la pellicola si può annoverare tra quelle opere generazionali e di formazione che sanno sin dall’inizio di quell’Inghilterra rurale ed operaia, affamata di rivalsa, un po’ come tutte le periferie del mondo. L’opera prima di Daldry strizza l’occhio ai buoni sentimenti con un linguaggio molto garbato che lascia poco spazio a quel fervore politicamente scorretto tipico dei temi affrontati, abbracciando in pieno lo stato d’animo del ragazzo ed assalendo l’emarginazione e l’astio che le scelte del ragazzino gli costano. Il cast è completato dalla magnifica Julie Walters, nel ruolo di Mrs. Wilkinson, insegnate di danza che funge quasi da figura materna per il giovanissimo aspirante ballerino e da Gary Lewis, papà di Billy che dopo la reticenza iniziale, dilaniato dai problemi in fabbrica e dalla perdita della moglie, tenta di comprendere il suo secondogenito cercando di supportarlo.

La colonna sonora che accompagna la storia sono degli assoluti classici della discografia britannica, con il glam rock dei T. Rex (Cosmic dancer che apre il film e fa da sottofondo ai salti spensierati di Billy, è una chicca imperdibile), passando per Joe Strummer ed i suoi Clash e Paul Weller con i Jam. Anche la musica che condisce la vicenda funge da flusso di coscienza ed evoluzione dei personaggi, un po’ come l’opinione di Billy che ha per la danza, facendolo sentire a suo dire spensierato in una forma di pura energia. Invalidando anche un principio assurdo dell’epoca, in cui si sospettava che tutti i ballerini fossero omosessuali, cosa in cui il regista inciampa, tenendo fortemente a confermare la sessualità del ragazzo, come se alla fine un modo di essere fosse in qualche modo una mancanza.

Tutto questo miscuglio tra una lieve drammaticità e sottile humor tipicamente inglese porta a casa numerosi premi europei e tre candidature ai Premi Oscar del 2001. L’opera conferma l’antico adagio che per quanto sia difficile la propria vita e le condizioni in cui si versa, aspirare al bello è sempre un obbligo, non soltanto per riuscire a realizzarsi, ma anche solo per migliorare la propria visione del mondo. 

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