“Il Neutro” di Barthes come bioestetica testuale

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Il corso che Roland Barthes tiene nel 1978 al Collège de France, intitolato Il Neutro non è semplicemente definibile come una riflessione teorica: esso infatti si presenta come una pratica etica di una forma-di-vita “a lato” rispetto alla conflittualità occidentale. Per l’appunto, nel riassunto del corso, il Neutro è definito come “qualsiasi inflessione che schiva o disattiva la struttura paradigmatica, opposizionale, del senso, e mira conseguentemente alla sospensione delle caratteristiche conflittuali del discorso”. Per comprendere questa definizione, è necessario tornare indietro di un anno, ovvero alla celebre lezione inaugurale al Collège, dove Barthes (in un dialogo a distanza con la biopolitica di Michel Foucault) definisce il potere non come un qualcosa di unitario, bensì come un fascio di relazioni che intesse tutti i livelli della società, in quanto esso non è solamente legato alla storia politica, ma è presente nella lingua stessa: “La lingua, in quanto atto performativo di ogni linguaggio, non è né reazionaria, né progressista; ella è, molto semplicemente: fascista; in quanto il fascismo non impedisce di parlare, ma ci obbliga a farlo”. La lingua è fascista perché mi obbliga a parlare secondo delle regole, a fare delle scelte che rientrano in un paradigma conflittuale che mi rende schiavo della dialettica del potere.

Ma come contrastare, dunque, questo potere? Se Foucault, identificando in Nascita della biopolitica questo potere pervasivo con le particolari pratiche governative occidentali sviluppate dal XVIII secolo ed atte al controllo della vita della popolazione, trova delle strategie di resistenza nelle “tecniche di attenzione al sé”; Barthes mira a disattivare questa pervasività attraverso la pratica testuale, nella stessa rete dei significanti, “perché il testo è l’affioramento della stessa lingua, ed è proprio all’interno della lingua che la lingua deve essere combattuta, sviata; non attraverso il messaggio, del quale essa è lo strumento, ma attraverso il gioco delle parole di cui essa è il teatro. Possiamo dunque dire indifferentemente: letteratura, scrittura o testo”. Il nuovo testo decostruzionista, teorizzato da Barthes in una Teoria del testo del 1973, non è più visto come un oggetto da interpretare esterno al critico o al lettore e al quale bisogna restituire un significato definitivo secondo un’ermeneutica, ma è un apparato translinguistico e produttivo: uno spazio polisemico in cui, attraverso il lavoro della significanza, il soggetto perde la propria unità ed “esplora come la lingua lo lavora e lo disfa dal momento in cui ci entra”. Questo nuovo testo, pratica della nuova “Semiologia letteraria” proposta da Barthes, non si limita alla letteratura (e come potrebbe farlo del resto, dato che la lingua è un codice pervasivo e che tutto è segno), ma si espande verso tutte le forme che mettano in discussione la comunicazione lineare della lingua attraverso uno “straripamento dei significanti” ed è attuato attraverso una continua pratica di scrittura che metta in scena l’energia generatrice del linguaggio.

Ed è qui che entra in gioco il Neutro, come pratica di una scrittura-vita capace di rappresentare e cogliere uno spazio al di fuori del potere del linguaggio: una bioestetica. Il corso sarà dunque un’esperienza del Neutro attraverso ventitré figure che lo incarnano (silenzio, androgino…) o gli si oppongono (arroganza, conflitto…): che mostrino la natura del voler-vivere rispetto al voler-afferrare tipico del paradigma occidentale, il cui carattere culturale dominante è individuato nel conflitto. Per Barthes il conflitto non è presente in natura, né è tantomeno un valore, ma un segno dell’arroganza della cultura occidentale, della sua volontà di dominazione: la scrittura-vita che vuole disattivare questo meccanismo di dominazione dovrà essere violenta nel suo stesso dire, non a livello di pensiero, in quanto si tratterà di una pratica tesa a mettere in crisi le principali categorie sulle quali si fonda la nostra società (la percezione, l’intellezione, il segno, la grammatica e la stessa scienza).

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Mi permetto di sottolineare il termine “esperienza”, rispetto a un “analisi” o “comprensione”, in quanto Barthes si pone fuori dalla dialettica maestro/studente, affermando di non avere niente da insegnare, in quanto non c’è nulla da imparare (la sospensione dell’attribuzione di senso è un carattere centrale della bioestetica), identificandosi nella figura dell’artista creatore nietzschiano. L’artista libera i materiali dal paradigma attraverso un rovesciamento anamorfico dei punti di vista, teso a mettere in luce le proprie aporie interne, da attraversare erraticamente e da vivere come una creazione: alla rigidità dogmatica dell’Ideosfera (il sistema linguistico di un’ideologia), il Neutro contrappone la pluralità dei linguaggi, incarnata nella figura dell’androgino (“una miscela, un dosaggio, una dialettica, non dell’uomo e della donna, ma della mascolinità e della femminilità”).

Il Neutro è una non-legge a-sistematica che consacra la contingenza, fortemente legata al momento presente: questa attitudine è manifestata dalla stessa volontà di non scrivere alcun testo sul Neutro, ma di lasciarne solo la trattazione orale, mai cristallizzata in un punto stabile. Lungo la trattazione, quindi, Barthes osserva il Neutro nella sua variazione continua ed a-dogmatica, una variazione le cui diverse forme sono tutte accettate quali proprie attestazioni veritabili e che si nega una sintesi finale (le figure vengono analizzate secondo un carattere frammentario e aperto): lungo l’analisi della figura dell’aggettivo, Barthes per l’appunto riflette sul fatto che il Neutro non debba consistere tanto nell’eliminazione “funebre” degli aggettivi dalla lingua (colpevoli di cristallizzare il soggetto in uno stato fisso), quanto nel “accettare il predicato come un semplice momento: un tempo”. Il procedimento è riscontrabile nello stesso testo del corso, dove il lettore è chiamato a un approccio attivo per “riempire gli spazi vuoti” e per “scrivere” (nel senso barthesiano) i collegamenti impliciti in simboli algebrici. D’altronde, nella Teoria del testo Barthes spiegava come il soggetto che opera la pratica testuale non si può credere esterno al testo, in quanto “egli stesso è dento il linguaggio” e deve dunque essere pronto a decostruirsi nella pratica significante, non arrestando il proprio divenire.

Contingenza dunque vuol dire anche rivalutazione della soggettività, come possiamo vedere nella scelta dei testi attraverso i quali Barthes analizza le figure (la cui organizzazione è completamente aleatoria): si tratta di testi presenti nella biblioteca personale del semiologo (“una scelta a lato” nella domanda: “quale biblioteca utilizzare?”), che vanno a formare una bibliografia coscienziosamente non esaustiva. Particolare è inoltre sicuramente la scelta di includere solo autori defunti, in quanto “per interessarmi vivamente ai miei contemporanei, potrei avere bisogno dell’avvento della morte” (e sarebbe interessante legare a questa affermazione i mancati riferimenti a Foucault e l’interesse nei confronti di Pasolini esplicitato solo dopo la sua morte, oltre alla visione della morte come montaggio definitivo che dà senso alla vita di quest’ultimo). I testi vengono letti, ma non analizzati come saremmo abituati a veder fare da Barthes: notiamo infatti un netto spostamento di interesse verso il significato globale del testo e anche verso quello che potremmo definire un piacere primario insito nella stessa lettura; Barthes esplicita che il corso si sarebbe potuto chiamare “il desiderio del Neutro” fin dalla Lezione, non in una rivalutazione del soggetto romantico o impressionista, ma appunto nella negazione della possibilità di un discorso all’esterno del testo, nella convinzione che: “non c’è verità che non sia legata all’istante”.

Dopo aver analizzato i tratti che potremmo definire “etici”, di posizionamento, del neutro barthesiano, ora vorrei concentrarmi sull’analisi del suo lato propriamente bioestetico: la pratica di una scrittura-vita capace di disattivare il vouloir-saisir della cultura occidentale, ovvero:

“come vivere le aporie come una creazione, ovvero attraverso la pratica di un testo-discorso, il quale non rompa le aporie, ma le lasci andare alla deriva all’interno di una parola che si apre all’altro: la letteratura, o la scritta è la rappresentazione del mondo in quanto aporetico, tessuto di aporie; abbinata alla pratica che opera una catarsi dell’aporia, senza dipanarla, ovvero senza arroganza”.

L’obiettivo principale è disattivare il carattere assertivo della lingua, per muoversi verso un discorso della negazione, del dubbio, dell’interrogazione, della sospensione; questo obiettivo per Barthes può essere raggiunto attraverso la pratica di una scrittura-vita dell’implicito e del molteplice, le cui caratteristiche sono riscontrabili in particolare nelle figure (a mio personale modo di vedere) del Wou-wei, della “risposta”, della “fatica”, del “silenzio”, della “delicatezza”e della “oscillazione”.

L’intero corso è evidentemente influenzato dalla filosofia orientale, il Wou-wei in particolare è un esempio lampante del movimento di “regresso” teso alla scoperta di un’esistenza minimale: esso è il non-agire, il non-finalizzare la propria forza, ed è quindi diametralmente opposto alla volontà occidentale, alterità simboleggiata dalla postura del sedersi, analizzata come totalmente autosufficiente e opposta alle posture cristiana e fascista. Il Wou-wei è la bioestetica della non-scelta: è la manifestazione del desiderio della mancata presa di posizione politica o sociale (che genera per Barthes la fatica, la richiesta del diritto del corpo individuale al riposo sociale), della non-risposta: l’accettazione della propria ignoranza.

Per l’appunto, nell’ottica barthesiana, uno dei mezzi retorici che esprimono particolarmente la costrizione a dire della lingua è la domanda, in quanto “c’è sempre un terrorismo della domanda; all’interno di ogni domanda è implicito un potere. Il potere nega il diritto di non sapere, o il diritto al desiderio indefinito”; mettersi a lato, essere ironicamente troppo informativi oppure oscuri, ellittici, dimenticarsi quello che è stato detto, deviare il discorso verso l’indeterminato attraverso delle incongruità non provocanti: sono queste le pratiche in cui si incarna il Neutro per disattivare la coerenza della risposta necessaria alla comunicazione.

Queste pratiche mi portano in direzione di altre due figure: la delicatezza e il silenzio, che potremmo vedere come due facce della stessa medaglia. La delicatezza (“la semplicità, il naturale, il non-conformista, il raffinato, la libertà, la familiarità, stranamente mitigata dal disinteresse, la banalità quotidiana squisitamente filtrata d’interiorità trascendentale”) per Barthes, nella sua descrizione del dettaglio inutile, è legata alla capacità di metaforizzare, ovvero di esaltare un tratto tramite la proliferazione del linguaggio: il parlare per metafore viene opposto al parlare per concetti (visto come una riduzione). Nella concezione già analizzata dell’artista che crea una forma-di-vita aporetica, le metafore della delicatezza creano una realtà in cui non è possibile alcun procedimento di sintesi, di riduzione attraverso la parola paradigmatica: è il linguaggio della sfumatura, della sinestesia, del corpo-vivo.

Ciò che lega la delicatezza alla figura del silenzio è il gusto per l’implicito, per il non detto: Barthes analizza finemente come in tutte le società totalitarie l’implicito sia un crimine, e che dunque sia naturalmente un pensiero che il potere non riesce ad afferrare. Il Neutro-silenzio, paradossalmente, non consisterebbe nel silenzio totale, in quanto esso è già stato assorbito dal paradigma nel gioco del linguaggio della mondanità: il silenzio in realtà in Occidente è sempre parlante. La pratica bioestetica consisterebbe dunque nel “disattivare” il silenzio in quanto segno, in quanto sistema, dare peso alle pause, inserirlo in una comunicazione frammentata che lasci largo spazio agli interstizi, all’implicito.

Queste caratteristiche creano un nuovo intellettuale decentrato, che accoglie l’ibridazione e il mescolamento (esempio portato sin dalla lezione inaugurale è ancora Pier Paolo Pasolini, in particolare nella sua Abiura della trilogia della vita): l’oscillazione senza certezze e senza una ricerca di verità fisse ed assolute, attraverso una dedizione totale alla scrittura (cioè alla pluralizzazione dei significati e dei linguaggi, alla sospensione del senso, al debordamento dei sensi secondi), nella lotta contro l’immobilità. 

In conclusione, Il Neutro può essere considerato come la messa in pratica della scrittura-vita teorizzata nella Teoria del testo: la semiologia letteraria diventa una pratica bioestetica atta a liberare il soggetto dal potere totalitario della lingua. In un dialogo a distanza con l’estetica dell’esistenza di Foucault, il testo di Barthes mostra oggi tutta la propria forza innovativa, sia nell’ambito di una rilettura dell’intero percorso barthesiano, sia nella possibilità del proprio utilizzo in campo filosofico e di critica e teoria della letteratura.

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