Lavorare con lentezza: l’Italia inquieta di Guido Chiesa e l’epopea di Radio Alice

Questo articolo racconta il film Lavorare con Lentezza di Guido Chiesa in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

In questo nostro tanto vituperato Paese, che alla fine nonostante la mole di ingiustizie che si accumulano giornalmente riesce comunque a mantenere un briciolo di umanità e soprattutto dignità (probabilmente per fare dispetto a chi lo disonora con i suoi modi di fare), c’è stato un dibattito serio sulle necessità del cittadino e le conseguenze di un Capitalismo senza controlli e predatorio. Il problema principale è che purtroppo il nostro difetto che salta più all’occhio è la dimenticanza. Così finiti gli anni Settanta, con le generazioni che avevano fatto la guerra e che a differenza dei loro corrispettivi attuali si fecero da parte, il “Bel Paese” si avviò galoppante verso uno stile di vita ed una strutturazione della società che ci avrebbe perseguitato sino ad ora, non soltanto donando come pegno il futuro dei propri figli e nipoti, ma prendendo una china di lassismo culturale inenarrabile per un territorio con la nostra storia.

Di questa spiacevole attualità però le cause sono molteplici: dalla corruzione dilagante, alle varie ingerenze anche straniere, travestite però con animo liberatorio. Tutto ciò ha rallentato, e poi ucciso, un processo che era oramai avviato, e che forse avrebbe condotto l’Italia in una situazione storica più consona alla sua statura. È proprio nella seconda metà degli anni Settanta che il regista Guido Chiesa, racconta le gesta di Radio Alice. Quest’ultima nata nel Settantacinque a Bologna, durante il boom delle radio libere in Italia, e che deve il nome proprio alla protagonista delle avventure del libro di Lewis Carroll. All’epoca l’emittente contribuì in modo determinante a dare spazio semplicemente a chiunque avesse qualcosa da dire, aiutando anche a fare il passaparola per eventi culturali nella città. Questo modo di fare informazione, senza praticamente una redazione o una programmazione definita, che spaziava dalla poesia, alle comunicazioni sindacali, ma soprattutto con l’uso della diretta telefonica, fu un esperimento sociale che fece storia.

Le trasmissioni iniziavano e si concludevano con il brano Lavorare con Lentezza del cantautore pugliese Enzo del Re, che nel testo denunciava già allora le privazioni e le ingiustizie subite da una classe a vantaggio di un’altra, anche questo tema più che attuale oggi. La radio, come spesso è accaduto nel nostro Paese con lo sconfinamento in alcune zone d’ombra, fu chiusa dopo l’irruzione della Polizia, la sera del 12 Marzo del 1977. Le accuse nei confronti dello staff radiofonico erano di avere diretto gli scontri che nel giorno prima infiammarono Bologna, e che causarono la morte dello studente Francesco Lorusso, militante di Lotta continua (una delle più grandi associazioni di Sinistra extraparlamentare in Italia negli anni Settanta). Chiaramente tutte le accuse erano infondate, ed infatti i componenti della Radio furono prosciolti. Fu prosciolto però in Corte d’appello, dopo un solo mese e mezzo di detenzione anche il tutore dell’ordine che uccise con un colpo d’arma da fuoco il ragazzo.

È singolare come la storia in questo Paese si ripresenti continuamente e nessuno riesca mai a saldare il conto. Guido Chiesa, che ha all’attivo anche collaborazioni d’oltreoceano con veri e propri guru del cinema statunitense (due su tutti Michael Cimino e Jim Jarmusch), riesce in modo trasparente a far riflettere su quella che fu la “città dotta” d’Italia, e che rappresentò insieme a tutta l’Emilia Romagna un sogno di un Paese diverso e lontano anni luce dagli atavici problemi, con i saldi capi di un sistema sociale funzionante ed alla portata di tutti. Anche per questo il regista torinese, nella scrittura della sceneggiatura, coinvolse il collettivo Wu Ming, che comprende diversi artisti e scrittori della città emiliana.

Il cast comprende un potpourri di talentuosi attori nostrani, tra cui spiccano il sempreverde di questo genere di storie Valerio Mastandrea, nei panni del Tenente Lippolis e Caudia Pandolfi alle prese con un ruolo di avvocato degli ultimi. Un plauso particolare va a Tommaso Ramenghi e Marco Luisi, entrambi giovanissimi all’epoca della pellicola (2004), che convincono nei ruoli dei giovani spiantati “Sgualo” e “Pelo”. A questi si aggiunge un altro attore che ritorna a Bologna, ma non sotto le mentite spoglie di uno studente fuori corso al DAMS, ma in una veste decisamente singolare: quella di carabiniere. Infatti, Max Mazzotta questa volta è un appuntato centralinista che è emigrato dalla Calabria, e si prende delle sane ramanzine dal tenente.

Anche la colonna sonora è all’altezza del periodo con, oltre che la sopracitata canzone da cui trae il titolo il film, anche Rino Gaetano e la sua Mio fratello è figlio unico, e vari pezzi che con enfasi vanno da Frank Zappa, a Tim Buckley, finendo con la sacerdotessa del rock Patti Smith. Impressiona in positivo la versione degli Afterhours (che compaiono anche nella pellicola) di Gioia e rivoluzione, storico cavallo di battaglia di una band figlia di quei tempi come gli Area. L’ironia di Chiesa, che sa dove colpire nel ventre molle delle idiosincrasie italiche, chiaramente non piacque ad alcuni, proprio a chi non considerava più materia viva un periodo storico del nostro Paese, pieno non soltanto di tumulti, ma anche di cambiamenti profondi di una società al bivio, che doveva scegliere da che parte stare. La pellicola merita la visione anche in quanto pura istantanea di uno spaccato profondo di una generazione, l’ennesima ed una delle ultime che combatté per qualcosa di concreto in un Paese che stenta sempre di più a riconoscersi.

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