L’amara storia di Michael Cimino, emarginato dalla sua stessa Hollywood

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Quando nel 2002 Steve Garbarino di Vanity Fair si recò in un ristorante di Los Angeles per una storica intervista con Michael Cimino, quasi stentò a riconoscerlo. Quello che un tempo era noto come il Napoleone di Hollywood (un metro e sessantacinque di altezza unito ad un carattere molto forte) si era trasformato nel giro di vent’anni in un’altra persona: magrissimo, capelli ossigenati, il volto deturpato da una chirurgia plastica che l’aveva reso quasi androgino, questo nuovo Michael Cimino sembrava non avere nulla in comune con l’enfant prodige che sembrava ad un passo dalla conquista di Hollywood nella seconda metà degli anni ’70.

A partire dal 1980, quando arrivò nei cinema I Cancelli del Cielo (il capolavoro più ingiustamente bistrattato del cinema moderno), la stampa americana si impegnò in ogni modo per distruggere l’immagine artistica ed umana di uno dei registi più visionari della New Hollywood: voci di una sua mai provata dipendenza colossale da alcol e droghe, di un cambio di sesso mai avvenuto ed altro si rincorsero per anni, per arrivare poi ad una vera e propria damnatio memoriae cui mai è stato posto rimedio. Ironia della sorte, nemmeno la morte del regista, avvenuta il 2 luglio 2016, ha ridato lustro alla sua figura in patria: una semplice annotazione in mezzo agli articoli in memoria di tante altre celebrities scomparse in quel triste anno e per le quali si è speso molto più inchiostro digitale. Per capire la portata dell’ingiustizia nei confronti di Cimino bisogna conoscerne la filmografia, prima ancora che la storia: sette film in ventidue anni di carriera attiva, dei quali i primi quattro (Una Calibro 20 per lo specialista, Il Cacciatore, I Cancelli del Cielo, L’Anno del Dragone) sono capolavori imprescindibili della settima arte, il quinto (Il Siciliano) un piccolo passo falso, il sesto (Ore Disperate) un eccellente remake di un cult della vecchia Hollywood e l’ultimo (Verso Il Sole) uno dei titoli più toccanti degli anni ’90. Sono pochi i cineasti che possono vantare una filmografia così densa.

Michael Cimino nasce il 3 febbraio 1939 a New York da famiglia italoamericana e studia architettura all’università. Dopo una lunga gavetta nel campo pubblicitario si aprono per lui i cancelli di Hollywood agli inizi degli anni ’70, quando firma in breve tempo le sceneggiature di due film diversissimi tra loro, oggi entrambi cult: il fantascientifico 2002: La Seconda Odissea, ingannevole storpiatura della distribuzione italiana del titolo originale Silent Running (diretto da Douglas Trumbull, che del capolavoro di Kubrick aveva curato i magistrali effetti visivi) e il poliziesco Una 44 Magnum per l’Ispettore Callaghan, primo sequel di quel Dirty Harry diretto da Don Siegel e scritto da John Milius che aveva consolidato la fama di Clint Eastwood negli States.

È proprio con Eastwood che la carriera da regista di Cimino può decollare: letto il suo nuovo script, Una Calibro 20 per lo Specialista, Eastwood ne rimane affascinato ed accetta di produrre ed interpretare il film (uscito nel 1974) al fianco di un ancora semisconosciuto Jeff Bridges. Noir on the road, tragico e crepuscolare come un vecchio Western, il film (che vede Eastwood e Bridges impegnati nella realizzazione di una complicata rapina) mette subito in chiaro quella che sarà la cifra stilistica di Cimino, che non è minimamente interessato a seguire pedissequamente le regole di un singolo genere, preferendo invece le contaminazioni che danno vita a qualcosa di completamente nuovo e fresco.

Questo sarà ancora più evidente quattro anni più tardi con l’uscita de Il Cacciatore, uno dei film simbolo degli anni ’70, sulla carta un film sulla guerra del Vietnam e nella realtà qualcosa di completamente diverso: con le sue tre ore di durata, una prima parte (lunghissima) ambientata in un villaggio industriale della Pennsylvania, una seconda dedicata alle mostruosità della guerra e un atto finale sul trauma del rientro; il film è uno spaccato mai così realistico di quella generazione di giovani (interpretati da Robert De Niro, Christopher Walken, Meryl Streep e John Cazale alla sua ultima interpretazione) le cui esistenze furono devastate da una guerra insensata e brutale. Accusato ingiustamente di eccesso di patriottismo e di razzismo nei confronti dei soldati vietcong, Il Cacciatore viene appassionatamente difeso in Italia da Bernardo Bertolucci, che si oppone all’etichetta di “film conservatore” ingiustamente applicata al film e loda ogni aspetto della pellicola in una lunghissima recensione su Paese Sera, dichiarando che Cimino ha ritrovato nel suo film l’essenza delle migliori opere di John Ford.

Gli incassi sono stellari e il film vince cinque premi Oscar (di cui due a Cimino, per Miglior Film e Miglior Regia) proiettando il regista nell’Olimpo di Hollywood: la United Artists gli affida quindi un budget di sette milioni e mezzo di dollari e la totale carta bianca per un nuovo progetto, un western basato sulla storia vera del massacro della Contea di Johnson, che nelle intenzioni del regista deve diventare il nuovo Via col Vento. Il risultato è I Cancelli del Cielo, tristemente bollato come “il film che distrusse la New Hollywood”: il budget lievita fino a 44 milioni, i tempi di lavorazione si prolungano a dismisura, i litigi con la produzione sono quotidiani e la reazione di critica e pubblico è un bagno di sangue che porta la United Artists al fallimento.

Il film (da vedere rigorosamente nella versione originale di 216 minuti, evitando l’edizione europea) è però, contrariamente alle reazioni iniziali, uno dei massimi capolavori del cinema moderno: liberamente ispirato ai fatti reali, I Cancelli del Cielo è una delle più potenti critiche mai mosse al mito della frontiera, al sogno americano e più in generale al capitalismo; un turbinio di immagini mozzafiato (grazie all’eccelsa fotografia di Vilmos Zsigmond) e di interpretazioni eccellenti da parte di un cast corale composto da Kris Kristofferson, Christopher Walken, John Hurt, Isabelle Huppert e Jeff Bridges.

L’accoglienza disastrosa di quest’opera, uno dei più grandi errori della storia del cinema recente, segna l’inizio del declino per Cimino: la stampa comincia a demolirne la figura (viene descritto come un mitomane che ha speso parte del budget del film per procurarsi quantità incredibili di cocaina) e sempre meno produttori sono disposti a dargli credito. Sono tanti i progetti che il regista vede sfumare sotto i suoi occhi in quegli anni, da Footloose (che Cimino voleva trasformare in un folle musical ispirato a Furore di John Steinbeck) ai biopic sulle vite del boss mafioso Frank Costello e della cantante Janis Joplin, passando per Il Papa del Greenwich Village.

Passano cinque anni prima di rivederlo dietro la macchina da presa (grazie ad una sceneggiatura scritta a quattro mani con Oliver Stone) e anche questa volta il film è indimenticabile: L’Anno del Dragone, noir metropolitano con Mickey Rourke nei panni di un capitano della polizia alle prese con una rovinosa guerra tra bande a Chinatown. Accusato nuovamente di razzismo contro la comunità cinese, il film (una bellissima riflessione sull’intolleranza e il pregiudizio razziale che vanta numerose sequenze memorabili, come il bellissimo scontro finale) non riesce a recuperare il budget al botteghino rivelandosi un altro macigno sulla carriera del regista.

Con Il Siciliano, tratto dal romanzo di Mario Puzo (Il Padrino) interpretato da Christopher Lambert, John Turturro e Terence Stamp e distribuito nel 1987, Cimino tenta di raccontare le gesta del bandito Salvatore Giuliano ma questa volta la sua tendenza a romanzare i fatti reali gioca contro di lui: il film, sebbene ben diretto ed interpretato, è antistorico e non ha né la potenza visiva de I Cancelli del Cielo a compensare la mancanza, né il fascino della saga dei Corleone per diventare un cult.

Tre anni dopo è il turno di un progetto su commissione, il remake di Ore Disperate (classico del 1955 con Humphrey Bogart) con Mickey Rourke nei panni di un evaso che, nel tentativo di sfuggire dalla polizia, si rifugia nella casa del mite Tim Cornell (Anthony Hopkins) tenendone in ostaggio la famiglia. Contrariamente alle aspettative e nonostante la natura commerciale del progetto, il film è un grande ritorno per Cimino che realizza un mix di thriller e western urbano dal ritmo tesissimo: nonostante questo la stampa rimane scettica, riservando al film un’accoglienza fin troppo tiepida.

Passeranno sei anni prima di vedere, per l’ultima volta, un lungometraggio firmato da Cimino: Verso il Sole è un road movie catartico, girato tra Utah, Arizona e Colorado, con Woody Harrelson nei panni di un medico sequestrato da un giovane criminale navajo, malato terminale in cerca di un luogo mistico che possa guarirlo. Un testamento spirituale, visto col senno di poi, che passa totalmente inosservato.

La carriera di Cimino si conclude qui, bruciata subito dopo una partenza straordinaria dalle regole di uno show business spietato. Troppo faraonico per i budget ristretti della New Hollywood (sul set lo chiamavano “The Ayatollah”) e troppo indipendente per il cinema che arrivò con gli anni ’80, il percorso artistico di Cimino si colloca al di fuori di qualsiasi era produttiva recente. Visionario, sempre tendente al titanismo nella messa in scena e, per sua stessa ammissione, molto meno cinefilo rispetto a tanti suoi illustri colleghi, il suo è un cinema che tende a non seguire le regole comuni della narrazione e vive del puro istinto del proprio autore. Un cinema dove gli sguardi, i movimenti di macchina e le coreografie valgono più di una battuta. Un cinema che lavora sul piano emozionale prima che su quello razionale.

Negli ultimi vent’anni della sua vita Michael Cimino ha realizzato una cinquantina di sceneggiature, tutte scartate. Nel 2001 pubblica un ottimo romanzo dal titolo Big Jane, con protagonista una ragazza che attraversa gli Stati Uniti e finisce per combattere in Corea: ad oggi rimane la sua ultima completa. Tra i vari progetti bloccati vi era un complesso adattamento di La Condizione Umana di André Malraux, basato sulla fallita insurrezione comunista di Shangai del 1927: un film che si preannunciava come un nuovo I Cancelli del Cielo e che spaventò ogni produttore contattato.

Disgustato dai continui boicottaggi della stampa americana, il regista ha concesso poche apparizioni pubbliche negli ultimi anni, quasi tutte in Europa e spesso in Italia, dove la sua opera ha sempre avuto il giusto riconoscimento. In uno dei suoi rari interventi in pubblico, dichiara di non aver ancora capito cosa significhi “andare oltre la linea di campo”, invitando tutti i giovani cineasti a non seguire alcuna regola scritta nel proprio lavoro.

Nel 2012 il Festival del Cinema di Venezia presenta una director’s cut de I Cancelli del Cielo, riabilitando con oltre trent’anni di ritardo un capolavoro che rischiava l’oblio, e nel 2015 il Festival di Locarno assegna a Cimino il prestigioso Pardo d’onore; sono gli ultimi riconoscimenti prima della fine: Michael Cimino si spegne nella sua casa di Beverly Hills l’anno successivo, nell’indifferenza generale di un sistema che lo ha divorato prima del tempo.

Oggi più che mai, riscoprire il suo cinema rivoluzionario, folle e bellissimo è un dovere.

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