Quattro autori contro il totalitarismo neoliberale: Naomi Klein e Fabio Armao

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Shock Politics (Naomi Klein). Totalitarismo globale dei clan (Fabio Armao). Miseria relativa / Era del sospetto (Raffaele Alberto Ventura). Disoccupazione volontaria (Luca Ricolfi). Sono solo alcuni dei concetti di cui si servono gli autori menzionati per sviluppare le loro riflessioni sul mondo contemporaneo in cinque libri che sono tra i più interessanti usciti negli ultimi tre anni. Rispettivamente: No Is Not Enough (2017); L’età dell’oikocrazia (2020); Teoria della classe disagiata (2017) / La guerra di tutti (2019); La società signorile di massa (2019). Tutti e cinque si occupano della crisi della società liberale, ne individuano le cause e, quando non suggeriscono possibili ma improbabili vie d’uscita, dimostrano che le cose andranno sempre peggio.

In No Is Not Enough. Defeating the New Shock Politics, la Klein prende le mosse dal trauma vissuto da lei stessa insieme a milioni di altri americani nel novembre 2016, quando Donald Trump fu eletto presidente degli Stati Uniti, la nazione più potente e meglio armata del mondo. La sua nomina è stata per la scrittrice americana un incubo divenuto realtà; novello mostro di Frankenstein, Trump compendia l’intera serie di tendenze pericolose che Klein negli anni ha documentato nei suoi libri: l’ascesa dei Superbrands, essendo peraltro lui stesso, grazie alla popolarità acquisita come personaggio televisivo e come costruttore delle Trump Towers, un brand; l’espansione nel sistema politico della ricchezza privata; l’imposizione globale del neoliberalismo; l’uso del razzismo e della paura dell’altro come arma propagandistica; il devastante impatto sulla vita della gente comune di una gestione degli scambi monopolizzata dalle grandi corporation; la negazione del cambiamento climatico. Il cambio di passo allarmante che Klein individua nell’amministrazione Trump è che questa non si limita a rappresentare gli interessi delle multinazionali ma ha portato le società conglomerate direttamente al potere: la Exxon-Mobil alla Secretary of State; la General Dynamics e la Boeing al Dipartimento della Difesa; la Goldman Sachs in praticamente tutto il resto.

Il programma è quello di “decostruire l’amministrazione dello Stato” (Klein, p. 3) e le sue regole, smantellare le politiche di welfare e i servizi sociali, incentivare lo scriteriato sfruttamento del suolo per l’estrazione di combustibili fossili e promuovere una guerra ai migranti e al “terrorismo islamico radicale” sia in patria che in altri scenari. Trump viene etichettato come il prodotto di un sistema di pensiero che cataloga gli esseri umani in funzione della razza, della religione, del gender, della sessualità, dell’aspetto esteriore, della (dis)abilità fisica; viene visto come figlio di una cultura del business che idealizza chi costruisce la propria fortuna ignorando le leggi e le regole e al contempo fa la guerra ai servizi pubblici e ai beni comuni. Naomi Klein vede come unica via d’uscita il proliferare di gruppi, associazioni e piattaforme che riuniscano gli innumerevoli cittadini tagliati fuori dalle politiche elitarie oggi in voga negli Stati Uniti. Manifestare sul web, nelle strade e nelle piazze per fare pressione sui politici disposti a farsi portavoce di alcune linee programmatiche che si contrappongono totalmente al totalitarismo neoliberista: libero accesso all’università; raddoppio del salario minimo; obiettivo 100% di energia rinnovabile; demilitarizzazione della polizia; strutture rieducative alternative alla prigione per gli adolescenti; accoglienza dei rifugiati; promozione della consapevolezza che le guerre rendono il mondo più insicuro (Klein, p. 263).

Se Naomi Klein in No Is Not Enough si concentra sugli Stati Uniti, Fabio Armao nel suo L’età dell’oikocrazia. Il nuovo totalitarismo globale dei clan estende l’analisi dei nuovi network di potere a tutti i gruppi ‘clanici’ che sono capaci di “coniugare locale e globale meglio delle vecchie istituzioni statali, a un costo più basso e senza i vincoli imposti dal rispetto delle regole democratiche” (Armao, p. 10). La criminalità organizzata, certo, ma pure le organizzazioni ‘familistiche’ nello stile di quella di Trump negli U.S.A. o degli italianissimi cerchi (o gigli) magici e, soprattutto, le dinamiche delle élite finanziarie degli amministratori delegati delle grandi corporation internazionali; tutti “clan” che si contraddistinguono per anteporre gli interessi economici (privati) a quelli politici (pubblici). Secondo Armao ci troviamo a vivere nell’età della “oikocrazia” ‒ un neologismo composto dai termini greci kratos (potere) e oikos (casa, famiglia, clan, radice della parola ‘economia’) ‒ delle leadership dei Paesi occidentali. Questi pretendono sempre maggiori risorse per poter mantenere i propri stili di vita, pur consapevoli che tale scelta implica un crescente impoverimento  del resto del pianeta e un aumento delle diseguaglianze anche tra i propri cittadini. A costoro viene fatto credere di essere sotto assedio, laddove, al contrario, Europa e Nord America sono le regioni che hanno registrato negli ultimi quindici anni meno conflitti al mondo.

L’1% più ricco del pianeta detiene più del 50% delle ricchezze mondiali e si concentra proprio nei due continenti sunnominati. Questa minoranza di super ricchi ha la tendenza a non reinvestire i propri utili in nuovi posti di lavoro ma a detenere gran parte dei propri beni in forma finanziaria. Dei 258 milioni di migranti internazionali registrati nel 2017, inoltre, solo il 4% (11 milioni di persone) vivevano in Paesi a basso reddito, soprattutto africani (dove la fascia delle persone con più di 60 anni corrisponde al 5% della popolazione contro il 25% di europei). Di questi, in Europa ha cercato fortuna solo il 12%, un solo punto percentuale in più che nel 1970. L’Europa è il continente più ricco e sicuro del mondo, e i cittadini europei hanno dei privilegi che in altre parti del mondo si sognano. Se sei italiano, per esempio, puoi entrare liberamente in 174 Paesi, se sei nato in Zambia in 63, se in Afghanistan 24. Si tratta della cosiddetta ‘lotteria della nascita’, che rendendo di fatto “illegali” i lavoratori non qualificati porta a etichettare come “vagabondi” tanti migranti economici. Sono merce da recuperare nelle aree più derelitte del pianeta, cui imporre il dazio del trasporto prima di venderla come manodopera (semi)schiavile nei campi di pomodori in Puglia o negli stabilimenti tessili al servizio dei grandi marchi della mode in Toscana.

Eppure i leader carismatici, che stanno prendendo il posto dei tradizionali partiti di massa, la raccontano in modo diverso, mistificando i dati reali mentre grazie ai mezzi di ‘pseudocomunicazione’ di massa e ai social network catechizzano con la propaganda il presunto ‘popolo’ di cui si eleggono portavoce. Negli ultimi decenni, a partire dal 1989 ‒ anno simbolo del fallimento dei sistemi comunisti a guida sovietica ‒ si è affermato un “progetto neoliberale di riorganizzazione del capitalismo a tutto vantaggio delle élite economiche”. Tale progetto, che Armao definisce ‘totalitarismo neoliberale’ delle potenze egemoni, sceglie l’economia ombra, laddove la trasparenza dei flussi finanziari, l’abolizione del segreto bancario, una normativa dei prelievi fiscali condivisa a livello internazionale che risolvesse il problema della concorrenza tra Paesi segnerebbero il trionfo della democrazia. In tempi di globalizzazione, al contrario, la promozione del concetto  di élite porta alla delegittimazione dell’idea stessa di eguaglianza tra gli individui e del fatto che a essa corrisponda l’attribuzione di reali privilegi. Invece di alimentare nei propri cittadini il senso dell’identità sociale democratica, i leader carismatici dell’Occidente fanno riferimento a una comunità indefinita (il ‘popolo’) che permette a chiunque di sentirsene parte, si propongono come veri interpreti della loro volontà e teorizzano la superiorità di una comunità di esseri sociali limitati e illetterati: “pensare di bloccare i migranti costruendo muri, di perseguire lo sviluppo alimentando le diseguaglianza, di accrescere la sicurezza vendendo armi costituiscono oggi altrettanti comportamenti politici ad alto rischio” (Armao, p. 158).

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