Amore e Non Amore: quando Lucio Battisti capovolgeva gli stereotipi tra uomo e donna

La produzione artistica di Lucio Battisti è particolarmente fitta, con una media di circa un’uscita discografica ogni anno e mezzo, per poi diradarsi leggermente negli ultimi anni. Eppure sorprende la costante qualità che è stata saputa esprimere sia con Mogol che nella sperimentazione con Panella.

Amore e non amore è il terzo album di inediti ed esce nel 1971, quando il geniale artista reatino ha già fatto conoscere al grande pubblico brani come Non è Francesca, Un’avventura, Acqua azzurra acqua chiara, Dieci ragazze e 29 settembre.

Le accuse lanciate a Battisti le sappiamo e la più nota è probabilmente quella di essere fascista. Amore e non amore contiene dei testi che prima li leggi e poi ti viene da ridere a sentire certi accostamenti. Il filo conduttore dell’album è un amore che prende una piega inedita, sia nella canzone italiana che nella società.

In un periodo storico di piena rivoluzione femminista è l’uomo a essere vittima dell’altra metà del cielo ma – attenzione – non siamo sul genere di “Mariella ti amo e tu non mi ami e io soffro per te”. Le atmosfere sonore dei brani e i testi capaci di evocare immagini nitide, mi portano a dire che l’album è parecchio cinematografico. Dio mio no è un brano dalla spiccata attitudine punk, costruito su un solo accordo (un Mi maggiore con alcune varianti di settima e nona) e in cui Battisti urla tranquillamente “Baldan! Baldan! Baldan!” per chiamare l’assolo del tastierista.

Le sfacciate sonorità rock ‘n roll creano i presupposti per una combo perfetta con alcune scene di Blow up di Michelangelo Antonioni, ma a parti invertite. Qui sarebbe David Hemmings a inseguire le modelle, proprio come il protagonista che prepara una cena romantica presto stravolta dall’intraprendenza di lei che, finito il pasto, va sul letto dando un segnale tipicamente affidato al ruolo maschile, sconvolgendo il suo partner.

Ogni brano è alternato da un altro strumentale, tutti incentrati sui temi dell’ambientalismo, l’alienazione e l’incomunicabilità. Il primo si chiama Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma bianca dei detersivi e presenta impronte di maestri come Piero Umiliani e Riz Ortolani. La batteria progressive sfuma ad libitum e lascia il posto al pianoforte sofferto di Una, introdotta da una tastiera, un basso e un crescendo di batteria. L’ambientalismo cede il passo alla sofferenza per una donna, non bella e non intelligente, che tratta il suo spasimante come un’occasionale voce di sottofondo alla quotidianità.

Alt! Il dettaglio sulla bruttezza di lei non è segno di maschilismo né di Battisti né di Mogol (neanche del sottoscritto), bensì è un altro segno di rivoluzione femminile. Sappiamo che, in tempi ormai spero passati, la donna meno attraente era particolarmente costretta a stare a testa bassa, nella speranza di essere presa da qualcuno che sapesse accontentarsi. La rivoluzione femminista ha invece spostato l’accento sulla parità dei sessi, sull’annullamento delle differenze, sulla dignità della donna e sul suo sacrosanto diritto a essere considerata come persona al pari di qualsiasi uomo, così da annullare qualunque discriminante rispetto all’altro sesso. Al punto che una canzone su una donna non attraente, per la quale un uomo addirittura soffriva e si dannava, per quegli anni era una grossa novità appunto perché parlava di un cambiamento. I brani di Amore e non amore sono brani politici in senso ampio, perché inquadrano una sfera pubblica in mutamento, nella quale l’uomo è sempre più spiazzato davanti alla nuova figura femminile che si iniziava a delineare.

Il secondo strumentale è 7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo. L’intreccio di chitarre acustiche arpeggiate fa un po’ di spazio all’orchestra che accompagna alla chiusura del brano successivo, di tutt’altra natura.

Se la mia pelle vuoi è nuovamente l’inversione dei classici ruoli uomo-donna già trattato in apertura del disco. Per certi versi può essere un sequel di Dio mio no, in cui il protagonista maschile si rassegna alla dipendenza sessuale di lei, ma non prima di aver provato a usare scuse tipicamente femminili per sottrarsi. Davanti ad un distributore automatico di fiori dell’aeroporto di Bruxelles, anch’io chiuso in una bolla di vetro è la strumentale che riprende il tema dell’alienazione, in cui, come si capisce dal titolo (tutti scritti da Mogol), oltre alla mercificazione della natura rappresentata dai fiori, è anche l’uomo a sentirsi un prodotto confezionato.

Il protagonista conclude il suo difficile percorso in un Supermarket, dove lavora la fidanzata che però quel giorno non è a lavoro. Da lì a poco, manco a dirlo, capisce di essere stato tradito. L’angoscia è rappresentata attraverso la metafora consumistica e alienante della sovrastante mole di merce sugli scaffali, numerosa quanto inutile perché “c’è di tutto attorno a me / ma lei non c’è”. Non amore. Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania è secondo me l’episodio migliore dell’album, probabilmente il più futuristico. La spettacolarizzazione della morte, la disparità delle condizioni di vita (poltrona e cognac contro 35 morti sul confine) e, non ultima, l’impossibilità di comunicare (non a caso prima citavo Antonioni).

Questo non è forse tra i migliori album di Battisti, ma rappresenta un forte spartiacque nella fase con Mogol. Le melodie lasciano spazio a una rabbiosa voglia di sperimentare e ricercare sempre nuove soluzioni, come si vedrà negli album successivi. Ma se non si parte dalle origini, come si fa a capire il dopo?

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