Le vite (oscure) di John Lennon: il libro che fece scandalo

Albert Goldman, chi era costui? Un accademico? Sì. Uno scrittore? Soprattutto. Un giornalista? Anche. Uno sbruffone? Non proprio.

Illividì i fans di Elvis Presley dipingendolo come un drogato di farmaci di tutti i tipi, bulimico, incapace perfino di reggersi in piedi, violento, fedifrago e ormai bollito: “un giovane rocker un tempo brillante, ribelle e virile, il cui successo aveva trasformato in un clown grasso” (Elvis, 1981).

Prima ancora fece infuriare la figlia di Lenny Bruce, stand up comedian degli anni ‘60 che stravolse il modo di divertire gli americani inventando la satira politica e morale più feroce, maestro di Bill Hicks e George Carlin (Ladies and Gentlemen – Lenny Bruce!!, 1974)

Non contento, per la sua terza biografia (non autorizzata, naturalmente) decise di indagare e mettere nero su bianco il risultato di 1200 interviste realizzate in più di 6 anni ad altrettante persone che avevano avuto a che fare con l’“uomo del nessun luogo” che sognava i “campi di fragole eterni” guardando attraverso una “cipolla di vetro. Il profeta rock dell’armonia tra le creature e delle battaglie sociali, che dichiarava “la guerra è finita, se tu lo vuoi”, l’essenza creativa e colui che iniziò insieme ad altri 3 adolescenti di Liverpool la strada verso i vertici della storia della Musica: John Lennon.

“I miei libri sono una fredda dose di realtà”, disse Goldman nel 1988, non appena gli si scatenò contro l’Universo Mondo all’indomani della pubblicazione di The lives of John Lennon (in Italia pubblicato come John Lennon).

Qualcuno aveva già obiettato che questo docente di letteratura, con un dottorato alla Columbia University che da molti anni dissertava di rock come fosse una disciplina accademica, approfittava dell’assenza terrena dei suoi “beniamini” per scovare collaboratori, musicisti, ex fidanzate ed altri che, al sicuro da qualunque ritorsione dell’interessato, potessero raccontare cose e fatti personali fino ad allora taciute.

Ancora oggi questo libro – fino a qualche anno fa quasi introvabile nella traduzione italiana ma ora reperibile sul web – brucia. Tantissimo. Non nel senso bradburyano del termine ma per la stilettata al cuore che infligge a qualunque fan dei Beatles e a tutti quelli che hanno considerato e soprattutto voluto Lennon icona pop della pace e dei diritti di tutte le popolazoni, donne comprese. Anoressico, bisessuale, drogato, paranoico e quasi psicotico sono solo alcuni degli aspetti che emergono dalle pagine di Goldman, tratti amplificati da una presenza innegabilmente tossica al fianco del già tormentato John: Yoko Ono.

Eppure Goldman mostra sincero rispetto per i successi musicali di Lennon con i Beatles e il suo periodo da solista, ne riconosce l’assoluto talento. Lo caratterizza come un “genio” offrendo pagine e pagine di analisi del suo miglior lavoro in cui ne esalta l’originalità e l’audacia, l’ineguagliabile intuito sulla direzione che la musica stava prendendo e dove si trovava nel suo proprio sviluppo, così come per il grande coraggio che mostrò nel tagliare in due la cultura popolare con il suo sentimentalismo specioso e un’ironia lessicale con la quale voleva imitare l’uso ardito delle parole tipico di James Joyce, il suo autore preferito, che tentò di emulare con un paio di libercoli. (A spaniard in the words e In is Own words).

Mi sono imbarcato nella mia “vita di Lennon” pieno di ammirazione per il suo personaggio e poi ho vissuto una profonda disillusione quando ho scoperto la sua vera natura” tentò di giustificarsi Goldman, rispondendo alle spietate critiche nei suoi confronti che lo accusavano di essersi inventato tutto per denigrare un uomo che non poteva difendersi “Anche il lettore più negligente del mio libro capisce che ritengo Lennon di gran lunga superiore agli altri Beatles in termini di talento, intelletto e audacia, sebbene fu Paul McCartney a procurare l’energia e l’iniziativa ai Beatles nell’ultima fase.

Tutto vero: tra l’altro, molti anni prima, Goldman testimoniò volontariamente in tribunale a difesa di Two Virgins (imbarazzante esordio solista di Lennon con signora) accusato di oscenità. Sempre Goldman fu chiamato dalla CBS all’indomani dell’omicidio di John dove si prodigò in un commosso e rispettoso ricordo. Ma lo studio prolungato ed attento dell’intera vita e cerchia di Lennon, fondato sulla testimonianza di centinaia di persone che lo conoscevano in ogni sorta di connessione, lo persuase che Lennon non era affatto l’uomo che aveva immaginato. Lungi dall’esultare per questa scoperta, ne rimase sbalordito.

C’erano vasti tratti della vita di John praticamente vuoti: non si sapeva quasi nulla di sua madre e ancor meno di suo padre, che la famiglia aveva diffamato e consegnato all’oblio; le relazioni tra il giovane Lennon e sua madre adottiva, la zia Mimi, erano state nascoste perché – disse Goldman, mai smentito – le era stata data l’opportunità di strappare qualsiasi cosa che non le piaceva dalla biografia autorizzata scritta da Hunter Davies; il lato più oscuro del soggiorno dei Beatles ad Amburgo non era mai stato divulgato; la sorprendente inettitudine di Brian Epstein e l’intero fiasco dei rapporti d’affari dei Beatles non erano mai stati esposti se non per sommi capi; la lunga e molto interessante storia della Ono prima di incontrare Lennon era in gran parte sconosciuta; la vita dei due insieme prima e dopo il matrimonio fu vista solo dall’esterno e solo come loro volevano fosse vista. E così via.

Le “avventure” negli Stati Uniti prima e dopo il cosiddetto “Lost Weekend” erano rimaste in gran parte ignote; soprattutto i suoi ultimi anni, quando si immerse nelle spire del Dakota House, furono così misteriosi che li chiamarono”gli anni mancanti”. E le assurde buffonate della Ono, che sembrano uscite dal Flying Circus dei Monty Python, erano assenti da qualunque pubblicazione o dichiarazione. (esilarante, a questo proposito, la proposta di vendere un Rembrandt – anzi, un “Lemblant” – ad un famoso mercante d’arte).

Lennon è presentato nel libro come un uomo di talento ma profondamente imperfetto che ha manipolato le persone e le relazioni per tutta la vita, gettandole da parte quando non gli erano più utili, ma che della manipolazione restò vittima a sua volta.

Era davvero un grande tossicodipendente, come è stato riconosciuto dalla maggior parte delle persone che lo conoscevano bene, tra cui la prima moglie Cynthia: . “Ogni singola persona è stata annientata – disse – chiamava me “spaniel” e mia madre “bulldog”. Dentro di me pensavo ‘preferisco essere uno spaniel che un Rottweiler’, che è quello che era lui”.

Altre fonti primarie supportano anche le affermazioni di Goldman sulla tendenza di Lennon alla violenza, una tendenza che lo stesso John confermò in un’intervista con Playboy, senza suscitare particolare indignazione nemmeno tra le femministe più agguerrite.

Molti sono gli episodi di angherie domestiche che la Ono comunque gli fece pagare a caro prezzo. Era di fatto un uomo debole, che amava le donne forti ma le puniva e le picchiava salvo poi sentirsi in colpa ed espiare nei modi più umilianti. Ono lo sapeva, sopportava tutto ben sapendo che sarebbe arrivato il momento in cui avrebbe potuto approfittarne. Gli diede perfino l’illusione di essersi liberato di lei quando, durante il già citato Lost Week end (che in realtà durò 18 mesi) gli mise letteralmente nel letto la sua segretaria, la fidata May Pang, con la quale lui comunque instaurò un affetto pulito e profondo tanto che i due si frequentarono fin quasi alla fine. May Pang, per anni riluttante all’idea, scrisse lei stessa un libro che racchiude tutta la vicenda.

Ma la storia più struggente e disprezzabile riguarda il piccolo Sean: uno dei temi principali del libro è quello di sfatare l’idea che Lennon si ritirò dall’industria musicale per cinque anni, dal 1975 fino alle prove per il suo album di ritorno del 1980, Double Fantasy, per vivere una serena e pacifica vita familiare, papà affettuoso e marito esemplare che si prende amorevolmente cura del tanto agognato pargolo mente la madre si occupa a tempo pieno– ca va sans dire – degli affari: Goldman afferma che in realtà un Lennon ormai schiavo degli stupefacenti, regolarmente consegnati da un pusher che ormai non aveva neanche più bisogno di giustificarsi agli austeri ed eleganti portieri in divisa del Dakota House, si è ritirato in una stanza isolata e buia del prestigioso edificio di Manhattan a guardare la televisione tutto il giorno, ogni giorno, lasciando i domestici a prendersi cura del piccolo, mentre Ono alimentava la di lui abitudine cronica all’eroina e gestiva la sua parte dei profitti dalla musica dei Beatles.

Questa rappresentazione è supportata dal libro Nowhere Man: The Final Days of John Lennon, basato sui diari di Lennon che narrano dei mesi e delle settimane precedenti il ​suo omicidio. Insomma: quel figlio tanto desiderato e sbandierato alla sua nascita, al quale è dedicata una delle più belle canzoni di Double Fantasy (Beautiful boyDarling boy) altro non era che un impiccio, un esserino che ogni qualvolta gattonava per giocare con mamma o papà veniva immediatamente prelevato dalla tata giapponese raggiunta da ordini perentori e trasferito in un’altra stanza dell’immenso appartamento del Dakota House. Per non dare fastidio.

Prima ancora, mentre Lennon precipitava nell’apatia e nell’accidia, fior di musicisti venivano arruolati per gli album della moglie. Uno su tutti Dave Spinozza che, ricoperto d’oro, collaborò con lei all’inizio ma poi si negò al telefono per le successive chiamate.

Credenze mistiche, cartomanti e maghi, giri del mondo al contrario per alleggerire il karma si susseguirono negli anni, perpetrati dalla Ono che così teneva “stretto” il coniuge ormai incapace di reagire, afflitto dalla sua proverbiale e mai negata pigrizia, aspetto che artisticamente emerge innegabilmente dalla sua produzione solista.

Lennon non voleva incidere un nuovo album, non ne aveva voglia, non era ispirato e non aveva obblighi contrattuali. Il suo sempre più inerte ozio gli impediva di alzarsi dal letto con una reale motivazione ma lei lo convinse. Non potendo più incidere da sola, visto che aveva messo sul mercato un flop dietro l’altro, volle legittimarsi nel grande ritorno del marito, piazzando nella metà del disco i suoi deliri inascoltabili. Lennon, per la verità, non si sforzò moltissimo a parte un paio di casi. Ma c’era la voce, c’era lui, ed era una speranza per una grande ripresa. Quel disco andò maluccio: la critica, delusa, lo stroncò, le vendite stagnavano, i negozi di dischi erano pronti ai resi ma, come sappiamo, John morì e Double Fantasy arrivò rapidamente in cime alle classifiche. Dopo 8 mesi, la vedova pubblicò il suo nuovo album Season of glass, con la macabra copertina che mostrava la foto degli occhiali insanguinati del marito da lei scattata personalmente. Foto che vendette all’asta nel 2002 e della quale resta ancora qualche copia. Non si sa mai: qualcuno con il gusto dell’orrido si trova sempre.

Nel novembre del 1988, Goldman disse a Gino Castaldo di Repubblica:

“Lennon è uno di cui ci siamo fidati. Era molto intelligente ed incline alle piccole confessioni ma questo è pericoloso. Un vero biografo sa che quando qualcuno dice qualcosa di cattivo su se stesso probabilmente sta dicendo una bugia. Lennon era un narcisista e un narcisista non è qualcuno con un grande ego, è qualcuno senza ego ed è per questo che era così ossessionato: non possedeva se stesso”

Qualcuno degli interpellati la cui testimonianza compare nel libro in seguito smentì, ma la maggior parte non lo fece. Gli ex compagni di band si unirono al coro indignato nei confronti di Goldman che, piaccia o meno, di certo fu molto coraggioso: screditare e demolire umanamente l’autore di Imagine? Working Class Hero? Woman is the nigger of the world? Sacrilegio. Molto più facile, anche per l’opinione pubblica, smentire e relegare a spazzatura un lavoro “monstre” sulla vita di una delle divinità musicali di tutti i tempi. Più facile e più confortante credere che niente fosse vero piuttosto che farsi delle domande ed avere dubbi ed abbandonare la visione romantica di un Lennon mite, ispirato, in odore di santità.

Fu comunque il suo più grande successo editoriale. Milioni di copie vendute in tutto il mondo nonostante le critiche ferocissime, nonostante la vedova abbia cercato in tutti i modi di bloccarne l’uscita (fu poi sconsigliata dagli avvocati, ma lei disse che non voleva fare troppa pubblicità al libro…) nonostante la detrazione di Paul McCartney, Bono Vox ed altre grandi rockstars (non leggetelo, è tutto falso): non sarà che, nonostante l’immagine ossequiata da più parti, un po’ ce lo aspettavamo che John Lennon non fosse poi questo “Angelo caduto dal Cielo” ?

Prima della sua improvvisa scomparsa, a causa di un infarto che lo colpì mentre era in volo da Miami a Londra nel 1994, stava scrivendo la biografia del leader dei Doors. Phil Rosenthal, firma prestigiosa del Daily News, affermò “Al momento della sua morte, Goldman stava raccogliendo le ossa di Jim Morrison per l’ennesimo libro”. Non esattamente un bel saluto.

Comunque la si pensi, The lives of John Lennon è un documento sulla vita più esaustivamente – e ossessivamente- messa a fuoco di una pop star mai pubblicata. Forse Goldman ha diviso troppo nettamente le vittime ed i carnefici (Lennon, alla fine, era entrambe le cose) ma fu John Lennon a dire “ci sono stronzi e stronzi”.

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