Il Pescatore di Pierangelo Bertoli: dentro il significato del brano

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Cos’è successo al pescatore? Non quello di De André, il più celebre, che versò il vino e spezzò il pane – figura a metà tra il Cristo pescatore di uomini e il Cristo eucaristicoma il pescatore di Pierangelo Bertoli, povero disgraziato in balìa della tempesta, tanto sedotto dalla resa quanto atterrito dal crudele pensiero della morte.

Era il 1980 quando Bertoli smussava gli angoli di un testo pressoché perfetto, scritto magistralmente da Marco Negri e interpretato con altrettanta maestria dal cantautore emiliano. A quest’ultimo venne affiancata una voce femminile e la scelta ricadde su una giovane Fiorella Mannoia ancora poco conosciuta, che registrò la propria parte senza mai incontrare Bertoli. Una distanza evocativa, che rimanda a quella del pescatore e della sua moglie fedifraga, protagonisti popolari di una storia semplice e poetica. Storia di due personalità agli antipodi, accomunate da un analogo destino, il medesimo che dapprima li ha uniti e poi li ha gettati in mezzo alla tempesta, soli con se stessi. Passionale e figurata è la tempesta della giovane donna, reale e letterale quella del pescatore; il mare è l’elemento che li unisce, li innalza e li scaraventa a terra come polpi sbattuti da un mercante sul tavolo del pesce. È allora evidente il contrasto tra la debolezza della donna e il vigore dell’uomo, tra il docile abbandono della prima e la strenua resistenza del secondo. Un gioco di luci ed ombre che rende la canzone di Bertoli un piccolo capolavoro del cantautorato italiano.

Rimane ignoto il futuro del pescatore, celato da un finale aperto, che lascia l’ascoltatore fradicio in mezzo alla burrasca. L’epilogo è un dipinto segregato nell’immaginazione di ciascuno, ammesso che partorirne uno conti davvero qualcosa: un pescatore che torna a casa o un pescatore che riposa per sempre tra i fondali del Mediterraneo, come un’àncora incagliata tra le rocce.

Ciò che cantano Bertoli e Mannoia è altro e questo altro è il modo differente di affrontare la tempesta: combatterla per difendere un bene superiore, la vita o combatterla soltanto, senza aver nulla da proteggere. Le parole di Negri meritano l’esitazione di chi scruta oltre la superficie, di chi cerca nelle parole sfumature quasi impercettibili, che se colte raccontano più di una banale sinossi.

Getta le tue reti,
buona pesca ci sarà,
e canta le tue canzoni
che burrasca calmerà.
Pensa pensa al tuo bambino
Al saluto che ti mandò
E tua moglie sveglia di buon mattino
Con Dio di te parlò
Con Dio di te parlò

Con un esordio in medias res la voce di Pierangelo Bertoli squarcia il silenzio come un fulmine a ciel sereno o una ferita nella vela bianca di una zattera alla deriva, come quella di Gericault. Non c’è tempo, neppure per un’introduzione musicale, il pescatore è già in mezzo al mare e le parole sono appese alle labbra di un narratore onnisciente che con voce squillante sembra parlare un linguaggio picaresco, quello di storie madide di pirati, balene e tesori nascosti. La Mannoia è la donna, ma il pescatore non ha voce, Bertoli non lo interpreta, non si identifica nel personaggio ma ne narra le gesta e quasi lo incoraggia. Il pescatore non favella, Negri non gli mette in bocca neanche una parola, come se troppo impegnato a sopravvivere non avesse neppure il tempo di parlare o addirittura di pensare (“quando l’onda ti solleva forte / e ti toglie dal tuo pensare”). Una condizione diametralmente opposta a quella del primo ufficiale di Joseph Conrad, intrappolato in una guerra ancor più temibile della tempesta: la calma piatta che Baudelaire definirebbe “vasto specchio del nostro personale tormento”.

Dimmi dimmi mio Signore
dimmi che tornerà,
l’uomo mio difendi dal male
dai pericoli che troverà
Troppo giovane son io
ed il nero è un triste colore
la mia pelle bianca e profumata
ha bisogno di carezze ancora
ha bisogno di carezze ora

L’uomo è in mare e la moglie prega. Lo farà più volte, ma la prima supplica disvela già l’epilogo di una storia che ancora dev’essere raccontata. Nell’accorato rivolgersi a Dio è racchiuso il timore di una donna egotista, completamente piegata su sé stessa. Se i lineamenti fisici appartengono all’intimità di chi ascolta, il suo temperamento è racchiuso nelle parole della Mannoia, narratore interno. La moglie contempla un amore onanistico fondato esclusivamente sul bisogno e sul possesso e pertanto capace di esprimersi solo con aggettivi possessivi e in prima persona singolare. “Uomo mio” può esprimere l’intimo e tenero legame di una donna col proprio amato, ma in questo caso si rivela subito per quello che è, ossia ennesima testimonianza di un amore di comodo. “Troppo giovane son io” dice la donna, perché perdere il proprio uomo è un pensiero inconcepibile, foriero di un tragico ineluttabile risvolto: non la morte del pescatore, ma la lancinante solitudine che la dipartita le provocherebbe. In questo senso i versi successivi, oltre la loro declinazione poetica, rivelano un crudo cinismo nel frivolo, narcisistico ed autocelebrativo accostamento cromatico: il nero delle vesti funebri che stona con la sua pelle profumata color alabastro. Eccolo il turbamento della donna, mai così lontano dalla contrizione per un’eventuale perdita. Il timore è quello di non poter soddisfare un proprio bisogno, il bisogno di un amore nel fiore della giovinezza (“troppo giovane son io”), carnale (“ho bisogno di carezze ancora”) e indifferibile (“ho bisogno di carezze ora”). Pregiato altresì il gioco di allitterazioni, come quello che coinvolge le parole “mare” e “male”. Praticamente tutti i testi reperibili in rete trascrivono il verso cantato dalla Mannoia con “l’uomo mio difendi dal mare” che è certamente l’interpretazione più naturale, nonché quella adottata spesso da Bertoli e Mannoia dal vivo, ma a parere di chi scrive non quella originale.

Pesca forza tira pescatore
pesca e non ti fermare
poco pesce nella rete
lunghi giorni in mezzo al mare
mare che non ti ha mai dato tanto
mare che fa bestemmiare
quando la sua furia diventa grande
e la sua onda è un gigante
la sua onda è un gigante

La strofa più icastica del brano annuncia l’innalzarsi delle onde. Versi dinamici dai movimenti sconnessi e dai colori cupi e bagnati, come in Breaking the Waves di Lars Von Trier. La tempesta prende vigore, ma di quale tempesta si parla? La Mannoia passa il testimone a Bertoli e in un repentino cambio di scena dal sapore cinematografico – cambi di scena accentuati dai ripetuti cambi di tonalità del brano – la voce del cantante emiliano ci trascina nuovamente a decine di miglia dalla riva. “Mare che non t’ha mai dato tanto” canta Bertoli “mare che fa bestemmiare”. Un verso che sembra insignificante, ma che in realtà, come vedremo, ribadisce ancora l’onniscienza del narratore rivelandosi anticipatorio.

Dimmi dimmi mio Signore
dimmi se tornerà
quell’uomo che sento meno mio
ed un altro mi sorride già,
scaccialo dalla mia mente
non indurmi nel peccato
un brivido sento quando mi guarda
e una rosa egli m’ha dato
una rosa lui m’ha dato

Rosa rossa pegno di amore
rosa rosa malaspina
nel silenzio della notte ora
la mia bocca gli è vicina
no per Dio non farlo tornare
dillo tu al mare
è troppo forte questa catena
io non la voglio spezzare
io non la voglio spezzare

Eccola l’altra tempesta, raccontata nel cuore del brano, la seconda preghiera a cui l’autore ha eccezionalmente dedicato due strofe consecutive, derogando alla regola della strofa alternata. Ecco chi è il reale protagonista di questo brano. Non l’uomo, come il titolo suggerisce, ma la donna, di nuovo raccolta in preghiera. “Dimmi dimmi mio Signore, dimmi se tornerà”. Qualcosa è cambiato. L’ingresso di un terzo stravolge un equilibrio già precario. Nella supplica della donna si cela un decisivo seppur lieve cambiamento perché la congiunzione “che” della prima preghiera lascia ora il posto ad un ipotetico ed interlocutorio “se”: preziose minuzie letterarie di un brillante autore. Una tale irresolutezza avrebbe spedito l’uomo nelle gole delle onde, ma ad essere inghiottita dalla tempesta sarà la donna. Se il verso successivo suona spietato “quell’uomo che sento meno mio ed un altro mi sorride già”, in quello che segue traspare almeno una timida resistenza, ma a guardarla bene resistenza non è, semmai un inconscio atto di dolore, recitato in ginocchio nella penombra di un confessionale. Tutti sanno come andrà a finire. Lo sa lei, lo sa il narratore esterno al fianco del pescatore e ora lo sappiamo anche noi: “rosa rossa pegno d’amore, rosa rosa malaspina”.

La strofa successiva è quella del peccato e dell’adulterio che si sta per consumare. Adesso la moglie del pescatore è pronta per farsi trascinare dalle onde, troppo potenti perché le sue docili forze possano qualcosa. “Mare che fa bestemmiare”, diceva Bertoli nella strofa precedente, ora capiamo che l’imprecazione non è quella che esce dalle labbra del pescatore, o almeno non solo: “no per Dio non farlo tornare, dillo tu al mare”.

Pesca forza, tira pescatore
pesca non ti fermare
anche quando l’onda ti solleva forte
e ti toglie dal tuo pensare
e ti spazza via come foglia al vento
che vien voglia di lasciarsi andare
più leggero nel suo abbraccio forte
ma è così cattiva poi la morte
è così cattiva poi la morte

“Vien voglia di lasciarsi andare…”,mail pescatore resiste. È ancora lì l’uomo, Ulisse orfano di Penelope. I due differenti approcci si fanno ancor più chiari nella penultima strofa: combattere per qualcosa – come fa il pescatore difendendo la vita (“ma è così cattiva poi la morte”) – o semplicemente combattere contro qualcosa – come fa la moglie, nell’insostenibile battaglia dell’essere contro la tentazione del peccato.

Dimmi dimmi mio Signore
dimmi che tornerà
quell’uomo che sento l’uomo mio
quell’uomo che non saprà
che non saprà di me e di lui
e delle sue promesse vane
di una rosa rossa
qui tra le mie dita
di una storia nata e già finita
di una storia nata già finita

Chi tradisce, verrà tradito. La penultima strofa cantata dalla Mannoia è un inaspettato ritorno allo status quo ante. “Dimmi che tornerà”, dice la donna, esattamente come nella preghiera inziale. Il pescatore è ignaro e la donna è sola, lo scenario è lo stesso delineatosi dopo la loro separazione. In una mano stringe una rosa appassita con spine che fanno sanguinare, è il simbolo di un amore che fa male e che dura il tempo di qualche sospiro nella notte; nell’altra le rimane una manciata di “promesse vane” che scivolano via come sabbia tra le dita. Forse non è amore quello che la moglie prova nei confronti del pescatore, ma chi può giudicarla? La donna balla su un filo sottile, quasi impercettibile e quel filo è il labile confine tra amare e avere bisogno di qualcuno. Chiunque. Incarnando questo confine la moglie del pescatore toglie a tutti l’incombenza di un giudizio, perché se la distanza fra lei e il marito si fa incolmabile, quella fra i personaggi e l’ascoltatore è minima, un pertugio talmente stretto da impedire al biasimo di passarci attraverso. C’è spazio soltanto per un po’ di comprensione, che ha sempre forme più snelle e contorni più sinuosi.

Non è la canzone di un pescatore quella di Bertoli, è la canzone di una donna. Una donna troppo umana. Troppo vera. Troppo nostra.

Pesca forza tira pescatore
pesca non ti fermare
poco pesce nella rete
lunghi giorni in mezzo al mare
mare che non ti ha mai dato tanto
mare che fa bestemmiare
e si placa e tace senza resa
e ti aspetta per ricominciare
e ti aspetta per ricominciare

Federico Piccioni

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