The New Abnormal: esploriamo l’ultimo album degli Strokes

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Aprile 2020, è uscito il nuovo (attesissimo? ma da chi? mi domando e rispondo da solo) album degli Strokes.

A diciannove anni di distanza da quell’esordio folgorante che fu Is This It? (con Last Nite, Someday e Hard To Explain a comporre la santissima trinità dei loro singoli migliori di sempre) possiamo dire che la band capitanata dalla faccia d’angelo (e dall’ugola d’oro) di Julian Casablancas ha ormai dissipato tutto il credito che si era guadagnata nel tempo.

Se i due dischi successivi – Room on Fire (2003) e First Impressions of Heart  (2005) – si erano dimostrati meritevoli di sedere alla destra del (loro) padre grazie a un suono consolidato e a una serie di singoli da antologia (Reptilia, 12:51, You Only Live Once e Juicebox), sia il quarto album – Angles (2011) – che, soprattutto, il quinto – Comedown Machine  (2013) –  avevano di fatto spinto il gruppo sull’orlo del famoso adagio di Alberto Arbasino, cioè quello che porta “da belle promesse a soliti stronzi” – nonostante la luce di qualcosa di ancora grandioso si intravedesse anche lì sotto da qualche parte (Under Cover of Darkness).

È chiaro, quindi, che questo sesto disco, uscito nel bel mezzo di una pandemia mondiale dopo vari litigi e progetti solisti (cfr. The Voidz del 2014), doveva essere quello della resa dei conti, cioè quello del disfacimento totale della band o della loro possibile rinascita, anzi – visto il periodo – della loro resurrezione cristologica. Incredibilmente, proprio come un miracolo nel miracolo, l’album riesce nell’impresa impossibile di essere entrambe le cose, ovvero il racconto di un meraviglioso declino romantico che è al tempo stesso splendida caduta e possibile risalita (o ascensione). Parafrasando all’inverso i Massimo Volume di Emidio Clementi possiamo dire che per gli Strokes oggi forse “non è troppo tardi per organizzare il proprio sgargiante declino, ma lo è per non averne almeno un’idea”.

E i cinque newyorkesi, infatti, l’idea, non solo ce l’hanno, ma ce la sparano anche in musica, a suon di chitarre e sintetizzatori, insieme a tutte le altre delusioni della vita, come fossero fuochi d’artificio nella notte nell’ultimo capodanno (in)felice sulla terra.

Le canzoni

Nelle nuove canzoni ci sono tutte le frustrazioni e le recriminazioni contro il mondo dell’industria musicale e della stampa specializzata –They’ve been sayin’ you’re sophisticated / They’re complainin’ overeducated o ancora They will blame us, crucify and shame us / We can’t help it if we are a problem (da Adults Are Talking) –  tutte le decisioni sbagliate e le incompresioni con i fan e il resto della scena musicale – I’m makin’ bad decisions / really, really bad decisions […] You, you didn’t listen to me / But I, I didn’t listen to you (da Bad Desisions)e tutte le porte prese in faccia o sbattute dietro di sé – Run at the door / Anyone’s home? / Have I Lost it all? (da At The Door)And now the door slams shut / A child prisoner grows up (da Not The Same Anymore) .

Ma c’è anche e soprattutto quella sensazione che si ha in quel preciso istante in cui si è sulla soglia della porta e ci si ferma a guardare la fine di qualcosa che si è spezzato e che non si vuole abbandonare, ma tentare di mettere in salvo con un ultimo gesto disperato:

Suonami come un tasto dolente
Sono un brutto ragazzo
Che sorregge la notte
Da solo dopo la luce
Mi implori di non andare
Ma sto affondando come un sasso
Usami come un remo
Per arrivare a(lla) riva

da At The Door

Come dicevamo prima è la descrizione di un splendido naufragio, una fine che diventa – o potrebbe diventare – un nuovo inizio.

Come questo sia stato possibile per gli Strokes senza snaturare la propria cifra stilistica -cambiando per restare sempre fedeli a sé stessi – è difficile da spiegare e probabilmente è anche merito del tocco magico di Rick Rubin dietro la console, ma che fossimo davanti a qualcosa di miracoloso e di anomalo lo avevamo già anticipato e lo si capiva anche dal titolo dell’album The New Abnormal . Annunciato ai primi di febbraio, in tempi non sospetti, si è rivelato poi quasi una profezia autoavverrante di quella che è diventata oggi la nostra nuova quotidianità, o se preferite la nostra nuova anormalità. Alcuni versi riletti in questa luce sembrano davvero inquietanti e profetici: Put upthose gloves / Save us from harm.  Metti quei guanti / salvaci dal male

11 Settembre 2001 – 13 Aprile 2020

Come i fan più accaniti ricorderanno, il primo album degli Strokes sarebbe dovuto uscire negli Stati Uniti l’11 settembre del 2001, ma venne posticipato a causa dell’attacco alle torri gemelle (il che potrebbe farci desumere che forse gli Strokes portino un filino sfiga e del resto stiamo parlando di una band che ha deciso di chiamarsi “infarti”, ma questo è un altro discorso). L’album uscì ugualmente un mese dopo mentre gli Stati Uniti stavano ancora cercando di riprendersi da quella che a tutti gli effetti è stata una delle più grandi tragedie della nostra storia recente. Oggi questo nuovo disco esce nel bel mezzo di una nuova tragedia dalla quale stiamo cercando di risollevarci senza sapere ancora bene come e quando. La minaccia è diversa, ma la paura e il senso di smarrimento sono gli stessi di allora, così come la voglia di ricominciare a costruire qualcosa. Coincidenze? Io non credo. C’è qualcosa di inevitabilmente tragico e al tempo stesso di inafferrabile e di ineguagliabilmente sfavillante e luminoso nel nuovo e vecchio suono degli Strokes, è come una champagne supernova in the sky di gallagheriana memoria – sepolta, eppure ancora viva e vegeta, pronta a esplodere come la lava di un vulcano in eruzione al primo sussulto dei nostri cuori sotterranei. Una doppia anima che oggi mescola la furia grezza del garage rock con la romanticizzazione new wave e i sintetizzatori anni 80, amalgamati alla perfezione dalla voce di Casablancas e dal suo inconfondibile falsetto.

Gli anni 80

Il riferimento al suono degli anni 80 rivisitato in chiave indie-rock è talmente esplicito da fugare qualsiasi dubbio sull’eventualità di “plagi” o “scopiazzature” come si è letto da qualche parte.  Quindi sì, è verissimo che il singolo Bad Decisions riprende il riff di Dancing With Myself in maniera plateale – talmente plateale che infatti Billy Idol è citato nei credits della canzone – ma il tutto è fatto alla luce del sole e rielaborato in modo da innescare una nuova fotosintesi clorofilliana, una boccata d’ossigeno per la musica rock dei nostri giorni che genera una nuova epifania da un passato (or)mai dimenticato.

Certo, se ci si mette d’impegno i riferimenti sono molteplici:

Nella loro estate eterna ed eterea (Eternal Summer) – ad esempio – si annida quasi certamente il fantasma degli Psichedelic Furs (cfr. The Ghost In You) richiamati anche dal verso I can’t believe it / Life is such a funny journey / Psychedelic / This is the 11th hour.

Why Are Sundays So Depressing è la versione “blue” di Every Day Is Like Sundays di Morrissey suonata da Tom Petty con le chitarre del paradiso (e se ci avete mai fatto caso anche in Last Nite c’erano le chitarre della sua American Girl).  Così come anche nella bellissima traccia di apertura Adults Are Talking volendo si possono rintracciare lontane reminiscenze del Joe Jackson di Steppin’ Out, dei Modern English di I Melt With You o dei Cars più tirati.

Infine nel caso in cui il riferimento agli anni 80 non fosse ancora abbastanza chiaro, nella traccia numero tre – Brooklyn Bridge To Chorus  – che sembra un brano dei Pet Shop Boys o dei New Order rifatto dai Daft Punk, Julian (che coi Daft Punk aveva anche collaborato in Instant Crush) canta testuali parole:

And the ’80s bands? Oh, where did they go?

And the ’80s song, yeah, how did it go?

Insomma, per metterla giù in maniera più chiara ed esplicita di così forse bisognava mettere un cartello.

La copertina

E in effetti il cartello c’è ed è rappresentato dalla bellissima copertina dell’album per cui vale la pena di spendere qualche parola in più.

Bird on Money – Jean Michel Basquiat

Gli anni 80, infatti, vengono richiamati in qualche modo anche da quest’immagine che riproduce un dettaglio di un’opera dedicata al jazzista Charlie Parker da Jean Michel Basquiat – l’ex artista di strada newyorkese che proprio in quegli anni aveva trovato la sua fortuna a New York, prima di trovarci anche la morte per overdose.

Il duplice senso dell’album di Morte e Prigionia Vs  Vita e Libertà è rappresentato dall’immagine dell’uccello nero in primo piano, che è la traduzione iconografica del soprannome di Charlie Parker – morto anche lui per overdose – detto The Bird  oThe Yard Bird per la libertà con cui faceva volare le note sulle sue melodie.

Il lato oscuro di questo dualismo morte/vita è rappresentato anche dalle due scritte in basso, “Greenwood – il cimitero di New York dove è sepolto lo stesso Basquiat – e Para Morir (per morire in spagnolo), mentre il lato luminoso è dato dai colori accesi e intensi che colpiscono subito la vista e dalla disposizione casuale dei segni astratti e delle linee frenetiche che sono un richiamo alla vita eccentrica e all’arte sregolata di entrambi i protagonisti, il musicista oggetto del dipinto e il suo autore.

Il binomio Basquiat/Charlie Parker ritorna anche in altre opere, tra cui The Horn Players, dove, oltre alla rappresentazione fisica del jazzista, viene citato anche un suo famoso brano – intitolato Ornithology –  considerato da alcuni “l’inno nazionale del Bop”:

The Horns Playres – Jean Michel Basquiat

È proprio questo brano a darci una possibile chiave interpretativa del nuovo suono degli Strokes, che non si limita a riprendere quello degli anni 80, ma lo rielabora a suo piacimento, dando vita a qualcosa di nuovo. Il brano di Charlie Parker citato nell’opera di Basquiat, infatti, è in realtà un riadattamento di uno standard Jazz (dal titolo How High The Moon), dal quale ebbe inizio una vera propria rivoluzione sonora che portò alla nascita e allo sviluppo di un nuovo sound, meglio noto come” Bop” o “Be-Bop”. Tecnicmente Ornithology è quello che nel jazz viene chiamato “contrafact “, ovvero una nuova composizione musicale costruita usando la progressione di accordi di una canzone pre-esistente, che in pratica (e con le dovute proporzioni) è quello che fa Bad Decisions con Dancing With Myself.  

Infine non possiamo ignorare le vicende umane e artistiche (di caduta e rinascita) – che accomunano questi artisti:

Basquiat, ad esempio, era dovuto passare dagli agi della borshesia al vagabondare di notte facendo graffiti sui muri con l’acronimo SAMO (Same old shit), prima di vedere finalmente riconosciuto il proprio talento e poter esporre nelle gallerie d’arte – dove poi venne ribattezzato il “Picasso Nero”;

Charlie Parker, da canto suo, era stato umiliato pubblicamente durante un’esibizione (con il famoso “lancio del piatto” da parte del grande batterista swing Jo Jones) prima di impegnarsi e diventare uno dei più grandi sassofonisti e innovatori della storia del jazz.

Per molti senza il lancio di quel piatto non ci sarebbe stato Charlie Parker, così come molto probabilmente senza la disfatta degli Strokes non ci sarebbe stato questo nuovo (magnifico?) album degli Strokes.

Conclusioni

In conclusione non sappiamo che fine faranno adesso gli Strokes, se ci sarà un altro album o questo sarà il loro canto del cigno, ma in entrambi i casi The New Abnormal rimane un disco incredibile dentro il suo tempo e fuori dal tempo, capace di rappresentare nello stesso momento sia il crollo delle nostre certezze, sia la luce di una possibile via d’uscita fra le macerie.

Il futuro della band dipenderà soprattutto dall’accoglienza del pubblico che a giudicare dai primi riscontri sembra essere molto positiva.

Anzi, forse pure troppo. Se andate a leggere i commenti dei fan su youtube, infatti, potrete imbattervi in frasi iperboliche come queste:

  • Julian’s voice cured my Coronavirus
  • Strokes: 2001 Salvan al rock – 2020 Salvan al mundo
  • SUICIDE HAS BEEN CANCELLED 
  • I HAVE TO SURVIVE THE PANDEMIC TO SEE THEM LIVE
  • I’ll tell my children that the world was falling apart, then Julian said: “Drums please, Fab”, and everything went right.

È difficile stabilire se tutto questo entusiamo sia merito esclusivo dell’album o sia, almeno in parte, influenzato dal difficile momento che stiamo attraversando.  Molto probabilmente si tratta di una combinazione dei due fattori. Una volta un mio caro amico fu ricoverato per insufficienza di piastrine nell’organismo e dovette stare in ospedale a lungo perché non si riusciva a trovare una cura. Quando l’andai a trovare, non avendo idea di cosa fare, pensai bene di portargli da leggere alcuni fumetti di Video Girl Ai che adorava. In seguito, mi disse che mentre li leggeva spesso si era ritrovato a piangere anche nei punti meno commoventi perché in quelle condizioni era emotivamente più fragile e perché il cortisone che gli somministravano amplificava il suo livello emozionale. Ecco, molto probabilmente, in questo momento particolare, la musica degli Strokes produce in noi quello stesso effetto che amplifica le nostre emozioni come un cortisone dell’anima, come se ci avessero installato un amplificatore nel cuore che pompa a tutto volume i sentimenti nel petto fino a farli esplodere.

Naturalmente, avendo pure io un cuore di fan amplificato, non posso esimermi dal lasciare quello che è stato il mio primo commento a caldo sui social:

Per rinnamorarmi degli Strokes mi sono bastati i primi quattro secondi del disco. Non so bene come spiegarlo, ma avete presente quella scena di Jerry Maguire quando Tom Cruise corre da Renée Zellweger per riconquistarla, entra in salotto e gli fa tutto quel discorso sulla completezza del loro amore e su quanto gli manca e lei a un certo punto lo interrompe e gli dice “mi avevi già convinto al ciao”?  ecco appena ho messo su il disco, dopo pochi secondi, d’istinto ho pensato la stessa identica cosa, “ok mi avete già convinto al ciao”.

Mi sarebbe tranquillamente bastato quel saluto iniziale. Ma siccome sono voluto arrivare fino in fondo devo ammettere che è stato quello finale di Ode To The Mets a spezzarmi definitivamente il cuore:

Old friends, long forgotten
The old ways at the bottom
Of the ocean now has swallowed
The only thing that’s left
Is us, so pardon
The silence that you’re hearing
Is turning into
A deafening, painful, shameful roar

da Ode To The Mets

Come si può notare, nel commiato degli Strokes ogni frase sfuma in quella successiva senza soluzione di continuità, la fine di una diventa l’inizio dell’altra e così via fino all’ultimo (assordante, doloroso e imbarazzante) ruggito finale che – come il resto dell’album – è tutte e due le cose insieme: fine e inizio, inizio e fine.

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