Cinderella Man: l’ascesa di James Braddock negli anni della grande depressione

Questo articolo racconta il film Cinderella Man di Ron Howard in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

La Grande depressione del 1929, avvenuta oltre che per le crisi cicliche del Capitalismo, è figlia principalmente della economia speculativa senza alcun controllo. La sovrapproduzione di beni, senza un adeguato aumento dei salari, creò una conseguente economia precaria, oltre che enormi disparità tra le varie classi sociali. Questo contribuì anche ad un calo enorme della domanda, frenando le esportazioni e creando una recessione. Vi ricorda qualcosa? Ovviamente tutto ebbe inizio negli Stati Uniti d’America, per poi propagarsi come un morbo in tutto il Vecchio continente, e che in alcune nazioni in cui i debiti di guerra erano altissimi, contribuì in modo determinante alla formazione di dittature sanguinarie, che fecero ricadere il mondo in un conflitto ancora più orribile di quello del 1914-1918.

In questo periodo di forti contrasti e privazioni come sempre vengono a galla non soltanto sentimenti gretti ed egoistici, ma storie di grande rivalsa sociale che infondono quella salutare speranza alle persone. È qui che entra in gioco Ron Howard, che ama questo genere di storie americane di riscatto. Il regista di Duncan è sempre riuscito a raccontare con naturalezza, storie anche molto complesse: come non pensare al suo capolavoro A Beautiful Mind del 2001, ispirato alla vita del matematico e premio Nobel John Forbes Nash Jr. o ad un Tom Hanks in Apollo 13 impegnato nel difficile ritorno sulla terra nel 1995.

A Beautiful Mind gli fruttò quattro Oscar, di cui due come miglior film e miglior regia, in pratica il massimo riconoscimento per un cineasta. Questo particolare attaccamento a determinate storie, lo rende simile al duro del cinema americano Clint Eastwood, anch’egli con una particolare predilezione per le storie di riscatto umano, con una vena però più adrenalinica, figlia della sua natura più irruenta. Così dopo quattro anni dall’Oscar, il vecchio “Richie” Cunningham ci riprova con Cinderella Man, la vera storia del pugile professionista James J. Braddock, che dopo fortune alterne nella box, negli anni bui della Grande depressione si reinventò come portuale per poi ritornare alla ribalta contro il campione dei pesi massimi Max Baer. Quest’ultimo aveva una fama terribile, nonostante, come spesso succede i fatti fossero altri, ma perché? Baer durante un incontro uccise Frankie Campbell, ed in seguito per conseguenze dovute ad i suoi colpi anche il pugile Ernie Schaaf. Ovviamente la stampa ci andò a nozze e lo dipinse sempre come cattivo, questo segnò in seguito la stessa vita dell’atleta che era riuscito a battere il mitologico Primo Carnera. Ci furono anche delle critiche nei confronti di Howard per come dipinse il pugile di Omaha. Lui si difese dicendo che aveva riportato i fatti né più né meno della stampa di quegli anni.

Il ruolo del protagonista fu quasi subito affidato a Russell Crowe, che con la sua fisicità, ma anche con l’espressività tipica dell’attore di Wellington, impersona alla perfezione il pugile nato ad Hell’s Kitchen. La pellicola, anche grazie ad una fotografia a tratti “seppiosa” e con molti chiaroscuri, che imprimono bene nello spettatore l’epoca in questione appassiona sempre, senza periodi lenti. I complimenti vanno al direttore della fotografia Salvatore Totino, nato a New York, ma originario di Gioiosa Ionica.

Nonostante le certezze economiche di Braddock e della sua famiglia si assottiglino sempre di più, colpisce con un’enorme senso di dignità l’approccio dell’uomo alle difficoltà, che fa di tutto per non perdere la sua famiglia senza mai sacrificare la morale. In tutto ciò, il maggiore merito di Howard è quello di non rendere la storia mai ridondante, raccontando i fatti in maniera schietta. Un campione improbabile, definito dallo scrittore Damon Runyon per l’appunto “Cinderella man”, l’uomo Cenerentolo, che riscattò una intera classe sociale il 13 Giugno 1935 quando al Madison Square Garden batté Baer ai punti, laureandosi campione del mondo dei pesi massimi.

Accanto a Crowe emerge deciso un altro caratterista del cinema come Paul Giamatti, abile manager con una spiccata empatia. Stona purtroppo Renée Zellweger, che non convince affatto nei panni di Mae Braddock, moglie di James, un po’ troppo asettica in un ruolo che avrebbe richiesto più ardore. La pellicola, nonostante abbia soltanto quindici anni, è già annoverabile tra i classici del cinema americano, ed insegna dei valori ritenuti così tanto inutili oggi, come fare il proprio dovere, ma sopratutto la dignità nell’agire nonostante le immense difficoltà: tanto per dire, Braddock appena guadagnati i primi soldi con gli incontri, restituisce il sussidio statale. Russell Crowe, che con questi ruoli esprime sempre il meglio di sé, conferma ancora una volta come si fa a fare l’attore, non cedendo per denaro sempre e comunque alle grandissime produzioni, perlopiù povere di contenuti e ricche di effetti speciali, dimostrandosi uno dei capisaldi del cinema moderno. 

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