La poesia di Fabrizio De André, album dopo album

Quando si tratta della produzione artistica di De André non si può, come siamo soliti per la canzone cantautorale, scevrare il testo dalla musica, considerandoli gli unici componenti essenziali, se ben orchestrati, per una buona canzone.

Nel caso di De André l’addizione di musica e testo non può dare una canzone; perché egli supera gli accordi, va oltre la strofa, creando una miscellanea di mondi tutti tra loro comunicanti, dalla rappresentazione teatrale alla canzone popolare, dalla furbesca narrazione di giullare al racconto appassionato dell’ epopea silenziosa di gente comune.

Fabrizio de André nasce nel 1940 nel quartiere genovese di Pegli. La sua vita è intessuta e cesellata nella liricità dei suoi testi, o meglio, delle sue storie. Questo è Fabrizio De André, album per album, nel tentativo di inseguire la sua arte.

Tutto Fabrizio de André (1966)

È il primo album in assoluto di De André, che raccoglie tutta la sua produzione cantautoriale fino all’anno di registrazione dello stesso, con il fine di organizzarli e rilasciarli come singoli. I protagonisti sono tutti appartenenti alla schiera degli “ultimi”, che De André rappresenta traslandoli in inneschi fiabeschi. Peculiare la struttura della canzone, caratteristica unica nel cantautore: tanto più simili, come esplicano anche i titoli, alla “chanson” francese e alle ballate medievali. Il tema cardine è l’amore irruente, effimero e deleterio, affiancato a quello dilaniante dell’inconsistenza della guerra.

Volume I e Volume III (1967 e 1970)

Volume I è il primo e vero proprio album di inediti di De André, in cui il suo inconfondibile stile musicale, pur già ben delineato, si rinsalda. Forte è la componente religiosa, da Preghiera in Gennaio a Spiritual fino all’omaggio alla figura di Cristo in Si chiamava Gesù. Compaiono le celeberrime Boccadirosa e Via del Campo. Nel Volume III vengono proposte reincisioni di brani noti, con soltanto quattro tracce inedite, tra cui due riadattate da canzoni di Brassens (vero e proprio punto di riferimento, nonché fonte ispirazionale per De André) e un adattamento della lirica trecentesca S’i’ fosse foco di Cecco Angiolieri.

Tutti morimmo a stento (1968)

Come lo stesso De André disse, il tema principale dell’album è la morte, intesa tanto nel suo senso corporale quanto spirituale. L’esordio è affidato al “Cantico dei drogati”. La crudezza delle immagini e la disperazione delle voci ne connotano un’atmosfera tetra, spesso asfissiante (“E sopratutto chi/e perché mi ha messo la mondo/ dove vivo la mia morte/ con un anticipo tremendo?”, dal Cantico dei Drogati). L’ultimo pezzo, Girotondo, è una filastrocca ripresa direttamente dalla tradizione popolare bambinesca, deviata in un finale inquietante, in cui l’essere adulti coincide inevitabilmente con la guerra, e il Male.

La buona novella (1970)

De André si cimenta brillantemente con un’originalissima narrazione della “buona novella” prendendo come fonti i vangeli apocrifi. Le tracce si susseguono come una messa cantata, incipiente con un Laudate Dominum e che si conclude con un Laudate hominem. Si indugia con particolare dolcezza nella figura di Maria, che viene affidata a Giuseppe più come una figlia che come una sposa (“E fosti tu Giuseppe un reduce del passato/ falegname per forza padre per professione/ a vederti assegnata da un destino sgarbato/ una figlia di più senza alcuna ragione/ una bimba su cui non avevi intenzione”, da “L’infanzia di Maria”). Degna di nota la reinterpretazione contestatrice dei dieci comandamenti ne Il testamento di Tito.

Non al denaro non all’amore né al cielo (1971)

Costituito da 9 tracce, tratte dalla traduzione in prosa e musica dello stesso De André delle poesie dell’Antologia di Spoon River del poeta statunitense Edgar Lee Master. Ciò che contraddistingue i protagonisti di questa personalissima raccolta- un matto, un giudice, un blasfemo, un malato di cuore, un medico, un chimico, un ottico e infine, il suonatore Jones- è la fragilità come loro limite umano, che li rende colpevoli della loro stessa caduta. Tutti inseguono un’ossessione, che per quanto lirica, li condanna inesorabilmente all’incomprensione. È il suonatore Jones l’unico a farsi portatore di una dichiarazione di poetica, o proprio di vita: “Lui che offrì la faccia al vento/ la gola al vino e mai un pensiero/ non al denaro, non all’amore né al cielo.”

Storia di un impiegato (1973)

È l’album più controverso della sua intera produzione, perché cela in sé un’esplicita posizione politica. Ma ancora una volta, non si tratta, come generalmente accade per gli album musicali, di canzoni accomunate da una tema o una condizione, ma di un vero e proprio romanzo. De André intreccia le fila di una trama, da Canzone del Maggio a La mia ora di libertà, con protagonista un impiegato che incarna l’apoteosi del mito borghese. D’un tratto però, l’inetto decide di elevarsi al di sopra della sua mediocrità, infervorato dai canti studenteschi rivoluzionari del ‘68. Ordisce dunque un attentato, che fallisce goffamente. In carcere, rielabora l’ardore di cui è stato vittima, cogliendo del ‘68 la lotta collettiva piuttosto che l’esaltazione del mito individuale.

Canzoni (1974)

Consiste in tracce già proposte e incise da De André, con l’eccezione di tre inediti, ancora una volta tradotti e riadattati da Brassens. Via della povertà rappresenta la prima collaborazione fruttuosa con Francesco de Gregori, in cui riadattano il brano Desolation Row di Bob Dylan.

Volume 8 (1975)

Il duo De Gregori-De André si consolida tanto che Amico fragile e Giugno 73 sono gli unici due brani completamente scritti, sia per testo per per la musica, da De André. Proprio Amico fragile sarà ricordata dallo stesso De André come canzone autobiografica, fortemente critico della distanza che lo separa dall’alta società che lo circonda. Alla loro ipocrisia egli infatti oppone la semplice constatazione del suo ruolo di musicante: “E ancora ucciso dalla vostra cortesia/(…)/ pensavo è bello che dove finiscono le mie dita/ debba in qualche modo incominciare una chitarra”

Rimini (1978)

È il nono album di inediti di De Andrè, che collabora questa volta con Massimo Bubola. I testi, dei più diversi, sono tutti accomunati dall’irruzione fiabesca in un impianto narrativo reale. La giovane Teresa in Rimini raggiunge difatti Cristoforo Colombo; un giovane entra nel mondo degli adulti affibbiandosi il nome di un indiano pellerossa in Coda di lupo; un bandito fugge sul suo cavallo in Avventura a Durango. Torna sottilmente la contestazione politica, pure se non tanto esacerbata come in Storia di un impiegato. SallyVolta la carta, raffigurano ancora una volta il mondo popolare degli emarginati.

L’indiano (1981)

Otto tracce per stabilire un fresco parallelo tra il popolo pellerossa e il popolo sardo. Nel primo singolo Quello che non ho, si evidenziano le differenze, rinsaldate dalla civilizzazione, tra il popolo oppressore e gli autoctoni; la seconda traccia, Il canto del servo pastore è un inno alla simbiosi di un pastore con la natura incontaminata. Da ricordare la splendida Hotel Supramonte e l’inusuale inno Se ti tagliassero a pezzetti: “Se ti tagliassero a pezzetti/ il vento li raccoglierebbe/ il regno dei ragli cucirebbe la pelle/ e la luna tesserebbe i capelli e il viso/ e il polline di Dio/ di Dio il sorriso.”

Crêuza de mä (1984)

Crêuza de mä è una parola traducibile solo attraverso una circonlocuzione: definisce una sorta di “viottolo di mare”, tipico della regione ligure, che collega appunto l’entroterra con la costa. L’album, interamente composto e cantato nel gergo arcano del dialetto ligure, è considerato uno dei capolavori di De Andrè e dell’intera musica italiana. È difatti in posizione quarta nella classifica dei cento dischi più belli di sempre, e considerato pietra miliare degli anni ‘80. Ogni traccia trascina con sé un mondo, indistricabile da quello del mare, contribuendo ad un affresco vivissimo della realtà genovese, con i suoi protagonisti, i suoi miti e le sue leggende. L’autore delle musiche è Mauro Pagani.

Le nuvole (1990)

Il titolo dell’album trae spunto dall’omonima commedia di Aristofane. La prima traccia, Le nuvole, ricorda difatti un dialogo teatrale, con l’alternanza di una voce di una giovane e di una donna più anziana, senza che seguano la musica cantando. In Ottocento la voce di De Andrè ridicolizza, ironicamente, la voce impostata del cantante lirico, seguendo un improvvisato (e bizzarro) pezzo operistico. Don Raffaè, scritta in un impreciso napoletano, denuncia la sottomissione perfino delle carceri al cospetto della mafia (istituzioni rappresentate rispettivamente dal brigadiere Pasquale Cafiero e dal malavitoso Don Raffaè). È inclusa anche La domenica delle palme, brano denso e ricco in riferimenti, che vinse il Premio Tenco nel 1991.

Anime salve (1996)

Considerato suo testamento, e non solo perché fu il suo ultimo lavoro. Nato in collaborazione con Ivano Fossati, che ne cura prevalentemente la musica, De Andrè stesso lo definisce un “elogio della solitudine”, come deducibile dall’etimologia originaria del titolo in “spiriti solitari”. Influenzato dallo stile sudamericano, album guazzabuglio di popoli, lingue e temi, i suoi protagonisti sono

accomunati dall’epigrafe che il grande cantautore lascia ai posteri in “Smisurata preghiera”, ultimo pezzo della raccolta: “Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria/ col suo marchio speciale di speciale disperazione/ e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi/ per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità e di verità”.

Quella goccia che lui, senz’altro, è stato capace di donarci.

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