Crêuza de mä: la world music d’autore inventata da Fabrizio De André

Posted by

Crêuza de mä è uno dei dischi più importanti, affascinanti e coinvolgenti della musica italiana e internazionale.

È stato inserito da David Byrne, fondatore dei Talking Heads e fine ricercatore non solo in campo musicale, tra i dieci dischi più importanti degli anni ottanta e definito primo album del genere world music. In effetti arrivò quattro anni prima di Passion di Peter Gabriel e due anni prima di Graceland di Paul Simon.

Crêuza de mä esce nel 1984 da un progetto comune condotto da Fabrizio De André e da Mauro Pagani, compositore, arrangiatore, polistrumentista, già fondatore, cantante, flautista e violinista della Premiata Forneria Marconi.

Un album rivoluzionario per gli anni ’80, decennio seduto, edonistico, commerciale e vacuo, per certi versi. De André, che era conosciuto come poeta e cantautore, decise di mettersi in gioco con musiche e suoni mai sentiti e fuori dalle logiche commerciali. Seguendo le direttive di Fabrizio, Pagani riversò in questo album tutto il suo lavoro di ricerca sulla musica etnica mediterranea: le arie si avvalgono infatti dell’apporto di strumenti della tradizione popolare mediterranea, dalle coste del Nord Africa, a quelle balcaniche, elleniche e mediorientali, per un’opera senza tempo e senza confini al di fuori di ogni regola del mercato discografico.

Ma De André fece anche di più… decise di cantare in una lingua inventata, una sorta di esperanto che racchiudesse il senso profondo del Mediterraneo. Si accorse, poi, di non dover inventare nulla di particolare e che il dialetto antico genovese poteva sintetizzare al meglio la tavolozza di suoni che aveva in mente, grazie ai suoi dittonghi, alla ricchezza di aggettivi tronchi che “puoi accorciare e allungare quasi come un grido di un gabbiano” come dichiarò lo stesso De André.

Con questo album disse, a tutti gli italiani, che non aveva senso fare le brutte copie di quello che si ascoltava oltreoceano o che veniva dall’Inghilterra. Avevamo le nostre radici, le nostri tradizioni e i nostri suoni e su questi si doveva investire e ricercare. Radici immerse nelle acque del Mar Mediterraneo, crocevia di storia e culture e caleidoscopio di immagini e suoni.

I tempi dei brani sono molto particolari, dispari, e riprendono le scansioni ritmiche tipiche del Nord Africa. Anche i suoni attingono alle diverse tradizioni: dal Marocco alla Grecia, senza dimenticare il pizzico di inventiva tutto italiano come il suono del ndelele (il violino suonato con il plettro e così battezzato da Pagani e De André), i barattoli di fagioli usati come shaker o le voci registrate al mercato del pesce di Genova.

Il disco è un romanzo d’avventure, una piccola Odissea, come è giusto che sia parlando di un album che vuole sintetizzare l’anima del Mediterraneo dal Bosforo a Gibilterra e della sua gente. Ci sono i marinai, i pescatori, c’è il sale e la salsedine, c’è il sole, il mistero del vicino Oriente e i colori caldi del deserto.

La title track racchiude, nel nome, la vita profonda dei pescatori che tornati al porto scaricavano le loro merci su carretti trainai e risalivano gli stretti e ripidi viottoli di mare, talvolta fatti a scalinata, che collegano il mare all’entroterra. La canzone si apre con un assolo di gaida, sorta di cornamusa in uso fra i pastori della Tracia. Il basso introduce le ritmiche dispari e rallentate cui si aggiungono sonorità mediterranee ottenute con intarsi di bouzouki, tipico strumento greco.

Il testo parla del ritorno a casa dei marinai dopo la pesca, ed è carico della rassegnazione di chi è costretto — come i marinai, come Ulisse — a un viaggio senza fine, un viaggio-condanna in cui le soste sono fonte di frustrazione e occasioni per ubriacarsi. Il brano sa evocare odori e profumi della terra ligure ma anche suscitare lampi di un Oriente lontano e misterioso.

I marinai tornano dal mare, poeticamente descritto come “un posto dove la Luna si mostra nuda” (cioè non ombreggiata da colline, piante o case), vanno a mangiare alla taverna dell’Andrea, alla fontana dei colombi nella casa di pietra, e pensano a chi vi potrebbero trovare: gente di Lugano poco raccomandabile e ragazze di buona famiglia. De André parla delle loro sensazioni, narra le esperienze provate sulla loro pelle, la crudezza d’essere in balìa reale degli elementi; affiora poi un’ostentata scherzosa diffidenza, che si nota nell’assortimento dei cibi immaginati, accettabili e normali (o quasi, per un vero marinaio), contrapposti ad altri, come le cervella di agnello, o il pasticcio di “lepre di tegole” (il gatto, spacciato per una sorta di coniglio), decisamente e volutamente meno accettabili, citati evidentemente per fare ironia sulla affidabilità e saldezza dell’Andrea e, forse, di tutto un mondo a cui sanno di non appartenere perché la loro vita è in mare e presto il loro destino li richiamerà. La terra ferma provoca in loro sempre un senso di diffidenza, ostilità verso un mondo che cambia, loro così abituati a un presente immutabile stretto nel fasciame dello scafo. E l’occhio sbieco osserva i “foresti” con diffidenza, quella “gente di Lugano, facce da tagliaborse, quelli che della spigola preferiscono l’ala” e le ragazze di buona famiglia, quelle dei quartieri alti, così sante e irraggiungibili “che puoi guardarle senza preservativo”. Il ritorno a casa è anche l’occasione per riassaporare il cibo per troppo tempo dimenticato, cibo povero, rimediato, ma gustoso…

“Finché il mattino… padrone della corda marcia d’acqua e di sale che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare”

Cover image estratta dalla mostra “Genova-Mediterraneo e ritorno: un viaggio a disegni animati attraverso Crêuza de mä”, di Matteo Valenti.

 

No votes yet.
Please wait...

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.