Anime Salve: l’ultima solitudine di Fabrizio De André

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Un elogio alla solitudine nato nel 1966, a quattro mani, due di Faber e due di Ivano Fossati: Anime Salve è l’ultimo album in studio pubblicato dal cantautore ligure, scomparso nel 1999. Una sfortuna per chi verrà dopo, per chi non potrà “assaporare” un live di De André e migliorare la propria vita grazie a quelle vibrazioni umili, sincere e dirette che il cantautore mandava al pubblico.

La solitudine in questione secondo Fabrizio De André è una di quelle solitudini ottenute per scelta, per tenersi alla larga dalla maggioranza. Quella dell’innamorato di Dolcenera – il brano utilizzato come singolo per promuovere il suo tredicesimo lavoro in studio – afflitto da un amore non corrisposto che lo fa entrare in una sorta di sogno paranoico, o della ragazza del brano A Cumba, una “colomba” che cambia nido, che scappa dalla casa dei genitori per sposarsi e che alla fine verrà trascurata dal marito, isolata, a causa della continua voglia di divertirsi dell’uomo.

Le solitudini come si nota sono diverse, da quella del transessuale a quella del rom di Khorakané, passando per la solitudine del pescatore poco apprezzato. Per molti si tratta di un testamento artistico di Fabrizio De André, sia dal punto di vista musicale che spirituale. Lui era uno spirito solitario, un’anima salva, distante anni luce dai canoni imposti dalla società. Quando gli chiesero il significato del suo lavoro lui rispose in maniera molto diretti ed esaustiva, come era solito fare.

Anime Salve trae il suo significato dall’origine, dall’etimologia delle due parole ‘anime’ ‘salve’, vuol dire spiriti solitari. È una specie di elogio della solitudine. Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito. Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.

Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura.”

Fabrizio De André, Elogio della solitudine

 

Come detto in precedenza, il brano utilizzato per promuovere l’album è stato Dolcenera e non la canzone che prende il nome dall’omonimo lavoro: Anime Salve. Nel caso di De André bisogna soffermarsi a lungo su ogni canzone e in questo caso dare un po’ di spazio a questa. A quella che racchiude l’essenza stessa del lavoro. Spiega De André che il titolo dell’album e del brano in questione si rifà appunto al già citato spirito solitario: la salvezza di quest’ultimi, di queste anime irrequiete è riconducibile al loro essere diversi, solitari per scelta, liberi.

“Il titolo dell’album si rifà all’etimo delle due parole anima e salvo, e vuole mantenere il suo significato originario di spirito solitario. Nel verso ‘mi sono visto di spalle che partivo’ già si accenna al rifiuto dell’identità anagrafica, cioè del personaggio costruito da un’autorità che vuole imporre a ciascuno di stare al mondo o al proprio posto; la solitudine, che in questo caso consiste in una scelta autonoma, consente di non stare nel mucchio: la sola condizione idonea a non essere contaminati da passioni di parte è uno stato di tranquillità dell’animo che permette di abbandonarsi all’assoluto, alle sue immagini e alle sue voci, interiori ed esterne, senza marchi posticci.”

La scelta di essere soli per essere liberi, per mille anni al mondo e mille ancora, e che bello il mio tempo, che bella compagnia.

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