La Buona Novella di Fabrizio de André e l’allegoria del Cristo rivoluzionario

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Per qualcuno potrebbe forse risultare paradossale che l’anarchico de André considerasse La buona novella, album dall’afflato religioso indubbio e onnipervasivo, uno dei suoi lavori più riusciti, se non addirittura il migliore in assoluto. Se quello stesso qualcuno considerasse poi che l’anno di pubblicazione dell’LP è il 1970, e che quindi ci troviamo immersi in un clima di lotte studentesche, di grandi mutamenti sociali e di ideologie dalle tinte forti (e, spesso, dalle conseguenze drammatiche), si stupirebbe senz’altro di una scelta tematica tanto arrischiata e controcorrente.

Ed in effetti ci fu chi, per motivazioni ciecamente politiche o semplicemente perché poco propenso a confrontarsi col presunto “nemico” (il religioso in quanto tale), accusò il cantautore d’aver sfornato un album non schierato e anacronistico, privo di riferimenti all’attualità, una specie di antologia fiabesca che trae la propria linfa vitale da storielle di duemila anni fa. Scelta eticamente discutibile, insomma. Anni dopo fu lo stesso de André a parlare di questa sorta di delusione che colse alcuni dei suoi fan:

“Quando scrissi La buona novella era il 1969. Si era quindi in piena rivolta studentesca; e le persone meno attente – che poi sono sempre la maggioranza di noi, compagni, amici, coetanei – consideravano quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “cosa stai a raccontare della predicazione di Cristo, che […] noi facciamo a botte per cercare di difenderci dall’autoritarismo del potere, dagli abusi, dai soprusi”.

Per capire la scelta di de André, per opporsi ai suoi detrattori in maniera costruttiva, per non farsi trarre in inganno dalle argomentazioni di chi considerò La buona novella un assist per baciapile, vanno a mio avviso fatte alcune considerazioni. La prima è di natura storica: De André, benché iscritto dal 1957 alla Federazione Anarchica Italiana di Carrara, non era ancora certamente (ma lo è poi mai stato?) l’idealtipo del cantautore impegnato. La sua discografia, benché recepita a tratti come “blasfema” e irriverente nei confronti del potere costituito, ben poco aveva fino a quel momento concesso al politico in senso stretto. Nelle sue canzoni la protesta si esprimeva perlopiù attraverso le vicende di emarginati e disadattati, drogati e puttane, suicidi e papponi. L’ironia, benché amara, ne era componente essenziale e, nel complesso, anche i brani più incendiari erano ben lontani dal proporre una retorica smaccatamente ideologicizzata, propria ad esempio di un Canzoniere.

Seconda considerazione è che De André non era nuovo a trattare temi religiosi, il Cristo era infatti già stato protagonista (ma non è questo l’unico esempio) della canzone Si chiamava Gesù, contenuta in Volume 1. In questo brano la caratura rivoluzionaria del Cristo emergeva già abbastanza chiaramente, così come l’idea della sua essenza terrena.

Non intendo cantare la gloria, né invocare la grazia o il perdono/ di chi penso non fu altri che un uomo, come Dio passato alla Storia/ ma inumano è pur sempre l’amore, di chi rantola senza rancore/ perdonando con l’ultima voce, chi lo uccise tra le braccia di una croce […] E morì come tutti si muore, come tutti cambiando colore/ non si può dire che sia servito a molto, perché il male dalla terra non fu tolto/ ebbe forse un po’ troppe virtù, ebbe un volto ed un nome Gesù/ di Maria dicono fosse il figlio, sulla croce sbiancò come un giglio

La terza considerazione è invece di natura interpretativa e, direi, la più importante e decisiva. Mentre per i detrattori dell’album l’argomento religione riporta immediatamente ad un qualche conservatorismo di fondo, a un aprioristico snobismo che mira a scrollarsi di dosso i problemi e le incognite dell’attualità, per De André Gesù Cristo, e quindi la figura centrale della religione cristiana, è il primo vero grande rivoluzionario della storia. Scrive de André:

“Non avevano capito – almeno la parte meno attenta di loro, la maggioranza – che La Buona Novella è un’allegoria. Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell’autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali”.

Che piaccia o no, dunque, La Buona Novella è un’opera il cui cardine è la protesta di un uomo che per primo tentò di sfidare il potere morendo in nome del suo ideale, di un rivoluzionario che venne crocefisso perché portatore di un messaggio che andava a minare l’ordine costituito alla base. Ed è forse proprio per questo motivo, tra l’altro, che la Rai lo censurò senza averlo probabilmente neppure ascoltato, e che l’album, per un contrappasso davvero machiavellico, venne sdoganato e interpretato poco per volta proprio dalla Chiesa, che a quanto pare lo trovò meno eretico della DC (singolare come in Italia la Chiesa possa alle volte essere più “avanti” delle Istituzioni).

L’orizzonte e i riferimenti religiosi, pur se da leggersi in chiave allegorica, sono ovviamente ineliminabili dai dieci pezzi che compongono il disco, e traggono la loro linfa vitale dalla lettura che De André fece, assieme al paroliere Roberto Danè, di alcuni Vangeli Apocrifi (in particolare Il Protovangelo di Giacomo, scritto da uno dei figli di Giuseppe e quindi fratellastro di Maria, e Il Vangelo arabo dell’Infanzia). È anche vero, però, ed è proprio quel che non capirono quanti criticarono l’album, che De André compì una secolarizzazione del religioso (“avevo urgenza di salvare il cristianesimo dal cattolicesimo […] I vangeli apocrifi sono una lettura bellissima con molti punti di contatto con l’ideologia anarchica […] I personaggi del Vangelo perdono un poco di sacralizzazione a vantaggio, penso e spero, di una loro maggiore umanizzazione”), utilizzandone le narrazioni come allegoria del presente e quindi, in ultima istanza, destituendolo parzialmente del significato originario per renderlo una sorta di libello scagliato contro la società contemporanea.

Basti pensare a proposito al brano Il Testamento di Tito, in cui il cantautore fa ripercorrere a Tito, uno dei due ladroni crocifissi accanto a Gesù, i dieci comandamenti. Come disse lo stesso De André, che considerava questo brano il migliore da lui scritto in assoluto, Il testamento di Tito “dà un’idea di come potrebbero cambiare le leggi se fossero scritte da chi il potere non ce l’ha”. Nelle parole di Tito, che ha violato uno ad uno i dieci comandamenti, troviamo esplicitate esattamente le stesse ingiustizie e gli stessi paradossi che attanagliano il mondo di oggi, assieme a una feroce critica della sinonimia ontologica, troppo spesso data per scontata, tra legge e giustizia.

Onora il padre, onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone

Oppure si pensi a Via della croce, in cui i sentimenti anarchici di De André emergono in tutta la loro portata (“il potere vestito d’umana sembianza, ormai ti considera morto abbastanza / e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni, degli umili, degli straccioni / ma gli occhi dei poveri piangono altrove, non sono venuti a esibire un dolore / che alla Via della Croce ha proibito l’ingresso, a chi ti ama come se stesso”), o ancora al pezzo Ave Maria, in cui la maternità di Maria assume i connotati “carnali” di una qualsiasi gravidanza “terrena” (“Ave Maria adesso che sei donna, Ave alle donne come te Maria / femmine un giorno per un nuovo amore, povero ricco umile o Messia / femmine un giorno e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente”).

Nel cantare questa sorta di biografia della vita di Maria e del Cristo a partire da fonti non canoniche, attraverso una retorica evocativa e languidamente cupa, erede persino di un certo romanticismo alla Lyrical Ballads, De Andrè è accompagnato dalla band allora nota come I Quelli, che di lì a poco sarebbe diventata la Premiata Forneria Marconi. Gli arrangiamenti scritti da Gian Piero Reverberi e dallo stesso De André, azzeccatissimi e sempre performanti, non lasciano nulla al caso, ed evocano puntualmente luoghi ed eventi narrati nel disco, permettendo all’ascoltatore un’immersione completa in quel mondo distante duemila anni.

Un album immenso, questo, in cui la spiritualità e gli ideali anarchici di De André trovano un punto di saldatura, mostrandoci come le due cose non siano per forza in antitesi, ma possano essere coniugate assieme nel nome di un personaggio che, volenti o nolenti, aprì uno squarcio di luce nella storia.

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