I mondi paralleli di Murakami Haruki

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Murakami Haruki è tante cose: scrittore, saggista, traduttore, professore, maratoneta. Tuttavia una delle sue maggiori peculiarità è l’essere un creatore di mondi.

Detta così sembra quasi di imbattersi in un ghost writer della Marvel, eppure la sua penna è spesso un pennello che tratteggia trame oniriche e simboliche, come fosse invasato dallo spirito di Johann Fussli.

Qual è la chiave per penetrare nel suo mondo? Forse basta dare una rapida occhiata all’opera che conclude la “Tetralogia del Sorcio”, ossia Dance, dance, dance. Una riga, in particolare, apre un mondo sui pensieri di Murakami. Anzi, sarebbe più corretto dire una porta: “sempre le stesse due porte, una per entrare e una per uscire.” Qui è l’anonimo protagonista del romanzo che parla di se stesso, ma questo inciso si potrebbe applicare a una grossa fetta della poetica murakamiana.

Fatto salvo il filone più intimistico delle sue opere, in cui rientrano l’acclamato Norwegian Wood, A sud del confine e a ovest del Sole nonché L’incolore Tazaki Tzukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, gli intrecci narrativi di Murakami sono sempre costruiti come delle “Zone Morte” in cui si entra e si esce, si esce e si entra.

È legittimo chiedersi perché questo autore avverta una tale esigenza, evidentemente non solo narrativa. Il citazionismo, nel suo caso specifico, è talmente evidente che non è necessaria una caccia al tesoro per carpire le sue maggiori influenze. Tra i tanti spicca sicuramente Lewis Carroll, a cui è debitore anche del titolo di una sua opera, nel caso di specie La fine del mondo e il paese delle meraviglie.

Tuttavia anche il lettore disattento può facilmente notare come non vi siano mai una pluralità di mondi che navigano nelle acque murakamiane, ma sono sempre due, solamente due: ying e yang, o meglio un bianco e nero dove nuotano a pelo d’acqua personaggi grigi e incompleti.

Senza scomodare l’idealismo platonico o la psicologia freudiana, è evidente che in Murakami vi sia una volontà di rottura con quel passato celebrato da Yasunari Kawabata nel famoso discorso Io e il Giappone, pronunciato durante l’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura del 1968. Anno fatidico, tra l’altro, di un cambiamento radicale della società che non coinvolse solo la società occidentale, ma anche lo stesso Giappone, con quelle rivolte studentesche che riecheggiano nelle pagine struggenti del succitato Norwegian Wood.

Rottura, quindi. Ma non solo. La sottile critica di Murakami investe non solo il passato, ma anche il presente. Non è solo una questione di trame articolate contrapposte alle trame lineari del tradizionalismo nipponico, basti pensare al protagonista della Tetralogia del Sorcio, talmente insignificante e cinereo da non essere nemmeno degno di un appellativo personale. In una società costruita sull’ambizione e il successo, dove già da bambini vi è la necessità di eccellere, chi avrebbe mai potuto pensare di dare voce ad un personaggio così scialbo? Murakami Haruki, appunto. Un costruttore di mondi e un demolitore di società.

Non solo. Grande debitore di Lewis Carroll, ma ancora di più di Franz Kafka. Forse è questa la vera chiave di lettura per decodificare i mondi paralleli di Murakami.

In queste dimensioni, in cui regna sovrano l’archetipo classico del viaggio dell’eroe, decolorato da un bianco splendente ad un grigio sbiadito, echeggia sempre più forte, come la campanella nell’Assassinio del Commendatore, un grande quesito: siamo nel mondo in cui Gregor Samsa si sveglia insetto gigante o siamo in quello in cui si risveglia normalmente come grigio impiegato? A pensarci bene Gregor Samsa sarebbe perfetto per un romanzo di Murakami, se solo avesse due zampe.

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