Massimo Pericolo: le frasi e i testi per capire la sua poetica

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La musica, ancor prima di essere un’espressione generazionale, è spesso la più sincera narrazione del contesto sociale in cui viene prodotta. Il sound che nell’ultimo anno dalla provincia di Varese si è diffuso in tutta la penisola ce lo sta dimostrando. A guidarlo c’è Alessandro Vanetti, in arte Massimo Pericolo.

Un giovane di provincia arrabbiato, che nel video del suo singolo 7 Miliardi brucia la tessera elettorale, ma non ha paura di mostrarsi genuino e senza maschere abbracciando i nonni durante un’intervista. Non rincorre i grandi marchi dell’immaginario trap degli ultimi anni, ma indossa con grande street credibility marchi da squadre di calcio provinciali come Zeus. “Una tuta di un fratello che mi tiene al caldo, tiro su questa cerniera che è un abbraccio”. Come il rapper casertano Speranza, ha scelto la via dell’onestà intellettuale per scrivere una nuovo capitolo della storia del rap italiano.

Massimo Pericolo è nato a Gallarate nel ’92, in un contesto familiare tanto difficile quanto tumultuoso, perché “mamma e papà si sono amati solo prima che nascesse”. Il suo percorso all’interno dell’ambiente musicale, iniziato nel 2011, è stato interrotto nel 2014. La procura di Varese arrestò, attraverso l’inchiesta giudiziaria Scialla Semper, 30 persone con l’accusa di spaccio di droga, tra cui Massimo Pericolo. Il rapper all’epoca aveva solo 22 anni e un evento di tale portata ha segnato profondamente il suo percorso, sia umano che musicale. Durante il periodo di detenzione ha cercato di tenersi impegnato sfogando la sua rabbia in alcune lettere. Ha incanalato il suo particolare vissuto nella scrittura mentre era ai domiciliari. La sua esperienza in carcere gli ha offerto una particolareggiata chiave di lettura della società e il suo rapporto con l’ambiente penitenziario ricorre spesso nei suoi testi, tanto che l’album con cui è tornato sulla scena prende proprio il nome dall’inchiesta che l’ha portato in prigione: Scialla Semper.

“Ne ho combinate un paio, e ho fatto l’operaio, coi soldi su un solaio, mai stato in un solarium, coi giudici non parlo, e ho preso più di un anno, l’onore nel mio caso vale più del mio guadagno”

Il pubblico non ha impiegato molto a riconoscere il suo talento e la sua autenticità (tralasciando i primi brani pubblicati estremamente intimi e struggenti, ma rimasti sconosciuti alla maggior parte dei suoi ascoltatori). Nell’ultimo anno il successo lo ha investito in brevissimo tempo: dal singolo 7 Miliardi, che ha fatto esplodere il fenomeno, al suo ingresso nel Machete mixtape 4 a fianco dei più grandi nomi della scena sono passati solo alcuni mesi.

Massimo Pericolo è estremamente abile nel mettere d’accordo un pubblico assolutamente eterogeneo, non è musicalmente ascrivibile a nessuna categoria. Si avvicina alla nuova scuola con l’autotune e la visione materialistica del denaro, ma rimane ancorato alla vecchia per l’autenticità; si potrebbe quasi dire che non aderisca a nulla di preciso. È uno dei massimi manifesti dei giovani della provincia italiana, perché, proprio come quest’ultima, è precario, complesso e contraddittorio: “sono il futuro, ma senza un futuro”. Nonostante ciò non risulta provinciale, ha anzi esportato il racconto della sua realtà nelle grandi città. Questo perché la percezione della marginalità, anche se con dinamiche differenti, è propria anche di chi abita le metropoli. È riuscito a rendere il senso di precarietà della provincia un sentimento universale; arrabbiato, disilluso, volgare, esplicito: testimonianza concreta del tempo che stiamo vivendo.

Ma c’è una cosa precisa che distingue Massimo Pericolo dal resto della scena musicale e che probabilmente farà sì che il suo successo non svanirà come una bolla di sapone: ha piena consapevolezza di ciò che fa, delle modalità con cui si esprime e di ciò di cui parla.

Il minimalismo feroce con cui ci racconta le sue difficili esperienze passate è il più sincero sfogo della sua vita vissuta. Nonostante la sua produzione musicale risulti assolutamente immediata, è in realtà sorretta da un ingente studio di modalità espressive, che la fanno apparire alle orecchie dell’ascoltatore così cruda e autentica. Massimo Pericolo è sapientemente brutale e volontariamente volgare, perché decide di raccontare uno spaccato di società con il linguaggio e le espressioni che sono proprie di quel contesto.

La sua credibilità è garantita dalla spontaneità, ma c’è una buona dose di solidità nella sua narrazione della realtà, data, come ha dimostrato, dal suo background culturale.

Il singolo estremamente autobiografico Sabbie D’oro ha visto la pubblicazione del suo video a marzo 2019. L’ultima scena senza voce, come Massimo Pericolo stesso ha dichiarato a Noisey, rimanda esplicitamente alla scena di Gomorra in cui i giovani Marco e Ciro sparano in acqua entusiasti delle armi conquistate.

Con questa citazione il cantautore accosta implicitamente i giovani influenzati dal contesto malavitoso in cui sono cresciuti, che faticano a trovare la linea di demarcazione tra gioco e guerra, con i giovani della provincia, inghiottiti dalla mancanza di prospettive per il futuro, persi nel confine tra predestinazione e libero arbitrio.

Ma c’è dell’altro, con Gomorra Massimo Pericolo sta compiendo una sua personale dichiarazione di poetica: aderire ad un realismo estremo, parlare di ciò che realmente investe l’ambiente che lo circonda. Si allontana dagli argomenti decantati dalla trap negli ultimi anni. Non vuole il successo, lo guida solo il sentimento di riscatto che accomuna tutti i ragazzi di provincia. Lo urlava già nel brano che lo ha reso conosciuto, 7 Miliardi, una traccia tanto aggressiva quanto esplicita, in cui l’ultimo verso ribalta l’intera canzone mostrando una sincerità disarmante. “voglio solo una vita decente” La meta narrazione di Massimo Pericolo si ritrova in realtà anche in brani meno recenti.

Nel singolo Cella Senza Cesso pubblicato a settembre 2017, al minuto 2:46 viene inquadrato un libro: Tutta colpa dell’acido di Irvine Weslh. I più non avranno probabilmente fatto caso a questo sfuggente fotogramma, ma quel nome nel video ha un significato che non deve passare inosservato.

Irvine Welsh è lo scrittore scozzese reso celebre dal successo del romanzo Trainspotting. Un autore estremamente controverso che ha sempre prediletto nelle sue narrazioni situazioni e personaggi borderline. A caratterizzarlo la sua personale capacità di raccontare contesti, spaccati di vita reale, personaggi e sentimenti in modo crudo, ma inequivocabilmente reale, senza censure. Mette a nudo vizi e virtù dei suoi contemporanei, dando dignità letteraria ai tossici, alcolizzati, disadattati del sobborgo di Leith e soprattutto al loro linguaggio. “La mia vita è come un film, tratto da una storia vera”, Massimo Pericolo nella sua musica aderisce in pieno alla lezione di Welsh, attualizzandola nell’Italia contemporanea. È senza filtri, parla di contesti difficili, di situazioni al margine, in cui lo stato e le prospettive sono assenti e dove, proprio per questo, si insinua la delinquenza. “L’occasione fa l’uomo ladro, ma il ladro farebbe altro c’avesse l’occasione.”

Le sue opere hanno anche una portata sociale. In Massimo Pericolo c’è molto di più della retorica di “odio” populista verso le forze dell’ordine che indigna e irrita chi si ferma al primo ascolto. Racconta il suo carcere, il fallimento del sistema penitenziario italiano, che non riesce ad essere rieducativo; espone, senza timore, le immagini di Stefano Cucchi e Giuseppe Uva. Ha espresso in un breve video solidarietà a due prigioniere politiche dell’ambiente anarchico di Torino. Ma come lo stesso rapper ha ribadito più volte, nelle sue canzoni o nelle sue affermazioni non vi sono messaggi politici. Si sente estraneo e non rappresentato dalla classe dirigente, “non voto, che tanto non serve”. Nonostante ciò è identificabile come un personaggio contro corrente rispetto alla de-politicizzazione a cui l’ambiente hip-hop sta andando incontro negli ultimi anni. Il disimpegno non è certo proprio di Massimo Pericolo. Ha, fin da subito, preso con coraggio una posizione di denuncia dei soprusi nascosti dietro la maschera della legalità, delle ingiustizie sociali, della povertà, della mancanza di prospettive per il futuro della sua generazione; “Mi fa tutto quanto schifo, ma mi piace dirlo”.

La sua musica è un urlo di rabbia, un grido disperato, che diventa lo specchio dell’introspezione dell’ascoltatore. Perché ancor prima di raccontare l’ambiente della provincia, i suoi brani cantano una generazione, quella di Massimo Pericolo: i Millennials. Fa parte di una gioventù disillusa, diffidente nei confronti dello stato e della società. Racconta i figli di un’educazione neo-liberale, indottrinati verso una morale materialistica, intrappolati nelle logiche di dettami che non riconoscono come propri; “lavorare per vivere e sentirsi morto”. L’autore fa parte di una generazione cresciuta nelle logiche del capitalismo, in una società dove non si scorge alcuna alternativa al sistema in cui si è immersi. L’iperconnetività diventa sinonimo di solitudine e aumento esponenziale delle malattie mentali tra i giovani; “Col vuoto dentro non si sente il riverbero, si può essere depressi e non sapere di esserlo

Con Massimo Pericolo il rap italiano è pronto a mostrare i lati più oscuri della società di cui è figlio. Ha visto il disagio degli scenari che lo circondavano, la solitudine, le ingiustizie e i gap sociali, trovando nella scrittura una via di redenzione. Poi nel rap ha trovato una voce, una voce per arrabbiarsi, una voce per urlare ed è esploso.

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