Bullitt: il poliziesco che ha fatto epoca

La narrativa poliziesca è stata sempre oggetto di curiosità, a volte a limite dell’ossessivo. Molte storie, dopo il successo editoriale, si sono donate a piene mani al cinema per raggiungere ancora di più l’agognata immortalità. Negli ultimi decenni il pubblico è stato colpito da alcuni capolavori presi da storie vere, come Zodiac, tratto dai libri di Robert Graysmith e portato su pellicola da David Fincher. Oppure, pur tornando indietro di quasi due decenni, è doveroso ricordare James Ellroy ed il suo L.A. Confidential. Quest’ultimo andato al cinema solo un anno dopo la sua pubblicazione come romanzo, con un cast a dir poco stellare, e che consegnò al regista Curtis Hanson l’Oscar come miglior sceneggiatura non originale.

Ma in una miriade di polizieschi, e ancor di più così intricati e cervellotici, emerge uno dei capostipiti del genere, che donò ulteriore lustro ad uno degli attori più rappresentativi non solo della Hollywood che fu, ma anche di uno stile di vita e di un modo di fare che non esiste più. Prima della violenza e la disillusione che contraddistinse gli anni Settanta, Peter Yates, al suo esordio statunitense, mise in scena grazie al romanzo di Robert L. Fish, il poliziesco che lo renderà immortale: Bullitt. La tensione, che data dalla sceneggiatura grama di dialoghi, raggiunge picchi inenarrabili, si tiene in piedi anche grazie ad un montaggio ben congegnato ad opera di Frank P. Keller, ma soprattutto grazie all’attore più rappresentativo di quegli anni, il cosiddetto “King of the cool”: Steve McQueen. L’anticonformista per eccellenza con questo ruolo darà il via a diversi suoi emulatori: da un Charles Bronson in versione giustiziere, diretto da mostri sacri della regia come Terence Young e anche dal nostro Sergio Sollima, all’ispettore Callaghan di Clint Eastwood, che scomodò registi del calibro di Don Siegel e Michael Cimino.

Spesso il “Potere” ha cercato appoggi in ogni anfratto disponibile, in questo caso sono ben comprensibili le abilità di quest’ultimo ad inserirsi in contesti mafiosi anche grazie alla Polizia collusa e che rinuncia al suo compito per un pugno di lenticchie: solo qualche anno dopo Sidney Lumet e Al Pacino daranno ancora più enfasi alla corruzione dei pubblici ufficiali nel film Serpico. Il cast neanche a dirlo, contribuirà a far fare carriera a grandi interpreti del cinema americano come Robert Duvall (Oscar nell’Ottantatré per Un tenero ringraziamento), alla stupenda Jacqueline Bisset, musa anche di Truffaut. Senza dimenticare quel Robert Vaughan già conosciuto per la serie tv Organizzazione U.N.C.L.E., che darà ispirazione a Guy Ritchie per la sua rivisitazione nel 2015.

La malinconia che permea tutta la pellicola non può di certo risparmiare il tenente della squadra omicidi Frank Bullitt, che ovviamente, grazie all’attore di Beech Grove risulta superbo, monopolizzando tutta l’attenzione su una trama costruita per lui. Risulta indimenticabile l’inseguimento per le strade di una San Francisco dal vago sapore primaverile, che coinvolgono Steve Mcqueen, già avvezzo alla velocità e all’amore per le auto, con la sua Ford Mustang GT390 Fastback di un verde scuro metallizzato iconico, e lo stuntman Bill Hickman al volante di una Dodge Charger R/T nera. Ironia della sorte, la Mustang usata per le riprese scomparve subito dopo l’uscita del film, venne però ritrovata qualche anno fa nel New Jersey, parcheggiata allegramente in una rimessa qualsiasi di una famiglia, che l’ha tenuta nascosta per quasi cinquant’anni.

Le musiche sono curate dal compositore argentino Lalo Schifrin, che donerà la sua arte anche alle atmosfere al limite della tensione della saga dell’ispettore Callaghan ed in classici come Brubaker e Nick mano fredda, con l’indimenticabile Paul Newman. Un film che non si concede certamente distrazioni, che non ti lascia rifiatare, ripercorrendo un’epoca in cui i buoni ed i cattivi erano forse più riconoscibili di quelli odierni, lasciandoci con quel mesto romanticismo di quegli uomini senza macchia e senza paura alla Bogart, e che hanno tessuto le basi stesse di un genere che ancora oggi viene abbondantemente saccheggiato e riproposto. La pellicola nonostante le premesse, ma con una trama si interessante, ma che difetta di loquacità, porta a casa un premio Oscar per il montaggio. Perché è proprio questo il bello di questo classico, con poche parole, un montaggio asciutto ed innovativo ed una grande interpretazione, riesce a rimanere negli animi del pubblico, che magari sogna nella vita, di vivere almeno un giorno come il tenente Frank Bullitt.

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