The Society: i significati sociologici della serie Netflix

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All’università statale di Port au Prince, ad Haiti, le lezioni si svolgono nei container, in mezzo alle macerie e ai graffiti. Stremati dal caldo, quattro studenti dormono davanti a una lavagna nera su cui c’è scritto: “Le esperienze politiche greche”. Ricordo questa immagine da un articolo recente riguardo la corruzione ad Haiti e lo scandalo Petrobras.

La questione, per i giovani, del capire finalmente da dove viene il cancro che si espande da secoli all’interno delle istituzioni, e imparare ripartendo da zero a non piangere, a non morire. Perchè qui si piange e si muore, si soffre e si perde tutti assieme. La perdita è sempre più estesa, le risonanze sempre più cosmiche. In questo senso The Society (Netflix, 2019) è anche narrativa sociologica.

Sono storie che l’Occidente non sa (più?) raccontare. Al suo meglio Game of Thrones era una bestia rara: un racconto sociologico e istituzionale in un formato solitamente dominato dai tratti psicologici e individualistici. George R. R. Martin è un maestro nel far evolvere i personaggi in risposta all’ampio contesto istituzionale, agli stimoli e alle norme che li circondano. Ma Hollywood conosce solo storie psicologiche e individualizzate. Non ha gli strumenti per le storie sociologiche. Sembra quasi che non sappia cosa siano.

Eppure, le persone adeguano la propria narrativa interna adattandosi ai contesti e nel frattempo giustificano e razionalizzano il loro comportamento. Se i racconti sono eccessivamente personali ci privano di una più profonda comprensione degli eventi e della storia.

L’elemento principale della narrativa sociologica è la sua capacità di farci immedesimare con tutti i personaggi, non solo con l’eroe o l’eroina. Non è solo una questione di empatia. Se riusciamo a comprendere meglio come e perché i personaggi prendono le loro decisioni possiamo anche pensare a come strutturare un mondo che incoraggi tutti a fare scelte più giuste (se non altro più eque).

The Wire di David Simon, che segue le vite di numerosi personaggi di Baltimora, sviluppando ogni stagione intorno a un’istituzione, come i sindacati, la scuola e la politica, e non a un personaggio, ne è (stata) un esempio. Lo spettatore può facilmente capire tutti, non solo i buoni (anche perché nessuno è completamente buono o cattivo).

L’effetto corrosivo del potere come dinamica psicologica fondamentale dietro ai grandi eventi storici e all’emergere dei mali della società. Proprio per contrastarlo abbiamo creato le elezioni, i meccanismi di controllo del potere e le leggi.

Ma i leader hanno l’abitudine di isolarsi, circondarsi di servitori e soccombere facilmente alla tendenza umana ad autoassolversi. Molti cominciano la loro parabola all’opposizione con le migliori intenzioni per poi trasformarsi in tiranni.

Probabilmente il dominio della narrazione psicologica basata sull’opposizione eroe/ antieroe è il motivo per cui non riusciamo ad adattarci all’attuale transizione tecnologica storica. Le serie tv, quali contenitori ideali, teste di ponte della narrativa moderna, se ne stanno accorgendo. Mentre la necessità di collettivizzare le risorse di fronte a minacce sempre più globali e semisconosciute forse sta iniziando a dirottare l’evoluzione dell’homo sapiens sapiens.   

La trama di The Society e i significati nascosti

The Society parla degli studenti liceali di una cittadina del New Hampshire, che al rientro da una gita annullata si ritrovano nella versione fantasma, nella copia disabitata della loro stessa città. Si accorgeranno subito che il mondo al di fuori delle mura urbane è un’immensa foresta nella quale è meglio non addentrarsi con leggerezza. Soprattutto prenderanno coscienza di essere l’ultimo baluardo di un’umanità apparentemente estinta.

La serie ha il merito di non concentrarsi esclusivamente su un genere: c’è il mistero da risolvere (che pare ispirato allo Stephen King di Under the Dome), il dramma delle lotte interne e la cooperazione per la sopravvivenza, ma è anche densa di quotidianità, dolcezza, dinamiche amorose e storyline secondarie, che mettono in scena un numero insolitamente alto di personaggi. Ci sono Sam Eliot e la sua omosessualità sofferta, Elle e Campbell e la loro relazione malata, Luke -il classico bravo ragazzo-, Garreth, colto, spiritoso e molto intelligente, e tanti altri.

Tra di loro emerge la leader del gruppo, Cassandra, che si prende la responsabilità di mettere ordine e dare regole per garantire la sopravvivenza.

L’antagonista principale, Harry, è uno stereotipato figlio di una ricca famiglia, incapace di rinunciare al proprio posto privilegiato nella società. Sarà lui, seppure indirettamente e involontariamente, a dare il via al primo reale atto di violenza, cioè l’omicidio di Cassandra. Ancora una volta Game of Thrones ha fatto lezione e abbiamo visto riproporsi più volte negli ultimi anni la costruzione e l’annientamento di un personaggio principale.

Non è però l’omicidio a determinare il “crollo della civiltà”, ma un episodio apparentemente meno significativo, che supera numerosi confini etici. Una rivale di Allie viene accusata ingiustamente di un crimine e, mentre è detenuta da due atleti, è costretta a spogliarsi e far fronte a un’esigenza intima davanti ai due, che si rifiutano anche di girarsi. Un abuso vero, lontano dallo sguardo dei più, che deve far riflettere.

Parte da questo evento la ribellione verso chi ha sostituito Cassandra, sua sorella minore Allie, colpevole di non aver ascoltato chi denunciava la lesione della propria dignità.

Il ribaltamento delle posizioni di potere, la minaccia di forze antiche che insidiano l’umanità superstite, l’esaurimento imminente delle risorse e la soluzione del mistero, sono solo alcune delle situazioni che verranno affrontate nella seconda stagione (già confermata). Non tanto per capire cosa avrà prodotto il colpo di scena finale. Soprattutto, per scoprire se come sosteneva Golding “l’uomo produce il male come le api producono il miele” o se c’è qualche speranza di salvezza, di armonia, oltre la guerra e le violenze di ogni tipo evocate e scatenate dall’uomo contro se stesso da sempre.

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