I fari marini: la storia, le leggende, gli esemplari più belli

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I fari sono fra le costruzioni che esercitano maggiore fascino sull’immaginario collettivo, per i luoghi in cui sono collocati, molto spesso solitari ed impervi, e per la simbologia a cui sono legati, cioè quella di portare luce e chiarezza a coloro che sono in difficoltà e per la funzione, quella di indicare il giusto tragitto ai naviganti.

Il faro è solitamente una struttura a forma di torre, alla cui sommità è posto un sistema in grado di emettere significativi segnali luminosi che costituiscono importanti punti di riferimento per la gente di mare. Il sistema più in uso è formato da una lampada ed un sofisticato sistema di lenti che è andato perfezionandosi nel corso del tempo, di pari passo con il progresso scientifico. Molti affermano che ormai i fari non hanno futuro, perché sempre più largamente sostituiti da particolari sistemi digitali, come il LORAN, il GPS etc., in utilizzo dai naviganti. Pertanto, i fari sarebbero destinati a far parte delle vestigia di un’epoca tramontata, relegati a rappresentare un sistema di protezione non più in linea con le moderne esigenze. La costruzione di nuovi fari è ormai pressoché ferma, mentre quelli ancora operativi stanno subendo un profondo sistema di trasformazione, in quanto vengono provvisti di innovativi sistemi di automazione, per ridurne in maniera incisiva i costi di gestione e di manutenzione. Si avvia sul sentiero del tramonto anche la romantica figura del guardiano del faro, quel personaggio solitario e misterioso che molto spesso ha ispirato interpretazioni nell’ambito letterario e cinematografico.

La storia e i fari più celebri

Il colosso di Rodi

Se analizziamo il significato del termine “faro”, dobbiamo tornare molto indietro nel tempo, fino ad arrivare ad Alessandria d’Egitto nel III sec. a.C., allora una delle più importanti metropoli del Mediterraneo. Nell’isola di Pharos, proprio di fronte alla città, era stata costruita una torre sulla quale ardeva in maniera continua un gran fuoco, in modo che i naviganti potessero seguire un percorso sicuro nella pericolosa palude del Mareotide. L’opera diventò così famosa per la tecnica avveniristica adoperata che fu annoverata tra le sette meraviglie del mondo antico. Ma la fama del Faro di Alessandria si diffuse a tal punto, da diventare simbolo semantico ed etimologico per tutte le costruzioni simili del tempo a venire.

Nell’età antica i primi fari rudimentali erano formati da falò di legna accatastata in particolari punti vicini alla costa, come punto di riferimento nella rotta dei naviganti, allo scopo soprattutto di indicare le zone di pericolo o di approdo. Successivamente, lungo i tratti più frequentati e, a seguito della nascita dei veri e propri porti, furono costruite alcune strutture in legno o ferro, sulle quali si innalzava un braciere metallico contenente materiale combustibile, mediante un sistema di carrucole. Tuttavia, bisogna attendere all’incirca il 300 a.C. per trovare le due costruzioni, tra le più celebri dell’area Mediterranea: il faro di Alessandria, di cui abbiamo parlato prima, ed il Colosso Rodi, un altro capolavoro annoverato tra le sette meraviglie del mondo antico. Si tratta di una statua alta 32 metri che, secondo Plinio il Vecchio, rappresentava Elio, il dio del sole, con un braciere acceso in una mano, posizionata sopra l’entrata del porto. L’imponente statua, però, ebbe una vita molto breve, perché fu distrutta progressivamente da vari terremoti disastrosi.

I Romani, poi, disseminarono il “mare nostrum” di numerose costruzioni a forma di torri che emettevano segnalazioni luminose. Si stima che, prima della definitiva caduta dell’impero romano d’occidente, più di trenta torri fungessero da guida ai naviganti, come il faro di La Coruna, l’antica Brigantium, in Galizia. Con le invasioni barbariche, anche i fari andarono in malora e si tornò alle vecchie segnalazioni mediante bracieri accesi, perché la navigazione notturna era sconsigliata ed anche quella diurna era limitata alla parte costiera. 

Nell’epoca medioevale si diffuse la consuetudine, lungo le coste inglesi e francesi, da parte delle torri dei monasteri eremitici, di svolgere la funzione di fari, con fuochi ricavati da fascine di legna accesi sulla cima. Un esempio pittoresco e suggestivo di questa tipologia di faro è quello di Hook Head, collocato sulle coste orientali dell’Irlanda, edificato nel 1172 da un nobile normanno che lo utilizzava anche come fortificazione. Nello stesso periodo, anche in altre parti del mondo, furono costruite torri luminose per i naviganti, come minareti e pagode medioevali in prossimità delle coste del Golfo Persico ed in Estremo Oriente.

Una svolta decisiva si ebbe con la ripresa dei traffici commerciali del XIII secolo, grazie soprattutto all’intensa attività delle Repubbliche Marinare. Ed infatti, tra gli esempi di fari più significativi ed importanti, è d’obbligo annoverare la Lanterna di Genova, il Fanale di Porto Pisano, nell’odierna Livorno e la Torre delle secche della Meloria. È curioso osservare che al mantenimento dei fari contribuivano le stesse navi in entrata nei porti, mediante il pagamento di una tassa ad hoc.

Nel periodo rinascimentale e barocco si attribuì al faro un’importanza soprattutto di carattere estetico ed architettonico, cioè, oltre a svolgere la propria funzione di segnalamento, doveva rappresentare un monumento che colpisse l’immaginario collettivo e celebrasse il prestigio dei committenti. Uno degli esempi più emblematici è costituito dal faro di Cordouan in Francia, situato nel bel mezzo del mare della Gironda, edificato all’inizio del diciassettesimo secolo. Il re di Francia lo concepì come un vero e proprio palazzo, provvisto di uno scalone monumentale e di una cappella ricca di sculture, lastre di marmo e vetrate a mosaico. Ma la meraviglia non finisce qui: la costruzione può essere considerata una vera e propria prodezza tecnica, in quanto poggia su un banco di sabbia che è coperto dall’acqua in caso di alta marea, innalzandosi, invece, di ben 69 metri sul livello del mare, in caso di bassa marea. Al giorno d’oggi questo capolavoro architettonico non solo può essere ammirato, ma risulta ancora in funzione.

Un passo decisivo nell’innovazione tecnologica fu compiuto con il bruciatore circolare inventato nel 1782 dal fisico svizzero Aimè Argand. Il sistema prevedeva 10 stoppini alimentati ad olio con un’autonomia di 10 giorni, unitamente alla possibilità di far uscire i fumi per rendere la luminosità più intensa. Nello stesso periodo, lo svedese Jonas Norberg inventò un ingegnoso sistema che prevedeva specchi parabolici ad azionamento manuale, a cui si aggiunse l’importante modifica alla lampada di Argand che fu utilizzata fino all’ideazione delle lenti di Fresnel. Il vero e proprio secolo dedicato alla “farologia” fu, senza dubbio, il XIX secolo, con il diffondersi dell’espansione marittima inglese. Si poté assistere alla costruzione di meraviglie ingegneristiche come il faro di Eddystone in Scozia, con un altezza di 49 metri ed una portata di 22 miglia), il faro di Longships in Cornovaglia (altezza 35 metri, portata 18 miglia), nonché quello di Fastnet in Irlanda (altezza di 54 metri ed una portata di 27 miglia). Fu però la Francia il primo Paese ad avere un sistema completo di fari lungo la costa. Soltanto nella penisola del Finistere, in Bretagna, si contano attualmente più di 50 fari e se ne contano centinaia su tutte le coste francesi. In particolare si distingue il faro di Kereon, in Bretagna, evidenziando interni preziosamente decorati in legno, malgrado sorga in una posizione isolata in pieno mare a vari chilometri dalla costa bretone. 

Il faro di Ar-Men

Una menzione speciale merita il faro di Ar-Men al largo dell’ile de Sein, denominato non a caso “l’inferno degli inferni” per la sua posizione estremamente pericolosa: è infatti edificato su una roccia completamente immersa nell’acqua a più di venti chilometri dalla punta occidentale della Bretagna. Non si può dimenticare, inoltre, il faro dei Roches Douvres, collocato a 40 chilometri dalla costa settentrionale della Bretagna e, pertanto, ha il primato come faro europeo più lontano dalla terraferma. 

Anche in Italia vi sono numerosi fari che risalgono pure ad epoche antiche. Il Regno delle due Sicilie fu il primo stato preunitario a dotarsi di un vero e proprio sistema di fari. Dopo l’unificazione del 1861, i fari disseminati nella penisola non superavano i 50, ma nel 1916 diventarono già 512. Al termine della seconda guerra mondiale, un programma di ammodernamento dei segnalamenti ne aumentò sensibilmente il numero, fino ad arrivare ai circa 1000 attuali.

I guardiani del faro e le leggende

Nell’immaginario collettivo è stata sempre presente la figura del “guardiano del faro”, spesso circondata da un alone di fascino e di mistero. Con ogni ragionevole probabilità, nelle epoche antiche, i “primi guardiani” furono schiavi che avevano il gravoso compito di raccogliere ed accatastare legna, nonché quello di alimentare per tutta la notte il fuoco. Nel Medioevo, come già si è accennato in precedenza, la funzione, soprattutto in Francia e in Inghilterra, veniva svolta dai monaci in maniera volontaria, prestando assistenza alle navi di passaggio. Ma soltanto nel diciannovesimo secolo, con l’aumento del numero dei fari, quella del “guardiano” diventò una vera e propria professione.

Le funzioni principali consistevano nel rifornire il combustibile della lampada, accendendola e spegnendola; tenere puliti i vetri delle lenti e delle finestre. Con l’invenzione della valvola solare del 1907 che consentiva lo spegnimento e l’accensione automatica della lampada con la luce del sole, la necessità del lavoro del guardiano andò man mano perdendo di importanza, fino ai giorni nostri in cui, come si è detto all’inizio della presente trattazione, ormai la figura del guardiano è quasi pressoché sparita. 

Il faro ha anche ispirato le produzioni cinematografiche, come il recente film The Vanishing- Il mistero del Faro del 2018, un thriller psicologico ispirato ad una leggenda reale, non ancora risolta, ambientato in Scozia nelle isole Flannan. Nel film, tre guardiani del faro sono in procinto di prendere servizio in questa isoletta remota al largo della costa scozzese. Dopo un inizio apparentemente normale, i tre scoprono un baule pieno d’oro, portato sull’ isola da un naufrago in fuga. Ciò provocherà una escalation di violenza, prima per difendersi, poi per avidità, alla fine solo accecati dalla rabbia e dall’odio. Nel film sono stati utilizzati per le scene ben quattro fari. Per gli esterni è stato adoperato il faro di Mull of Galloway, per la scala interna ed il giardino laterale quello di Killantrigan, mentre il faro di Corsewall è stato utilizzato per una sola ripresa interna ed, infine, per le scene sulla scogliera appare il faro di Cloch, non più attivo, ma in ottimo stato di conservazione. La regia è a cura del danese Kristoffer Nyholm che, dopo aver diretto numerosi episodi di di show televisivi di successo, con The Vanishing compie il balzo verso il grande schermo. 

I fari più belli

In merito ai fari più belli e suggestivi del mondo sono state elaborate tante classificazioni: ne abbiamo menzionati alcuni nel corso della breve rassegna storica, ma è d’obbligo fare qualche altro riferimento, anche se la lista non sarà certamente esaustiva.

Cominciando dall’Italia, nella maggior parte delle guide internazionali è presente la torre luminosa di Capo Spartivento in Sardegna, edificata nel 1856 e collocata in un luogo da sogno a picco sul mare, dove la macchia mediterranea profuma di mirto e di ginepro. Dopo anni di abbandono, è diventato un albergo di lusso, mantenendo la sua struttura originaria ma perdendo, inevitabilmente, il suo fascino selvaggio.

Il faro di Tourlitis

Di particolare pregio è il “Tourlitis” in Grecia, una costruzione davvero spettacolare che dal 1897 sorge su uno sperone roccioso a forma di spirale al largo dell’isola di Andros, la più settentrionale dell’arcipelago delle Cicladi. Nella stessa area geografica in Turchia, ad Istanbul, troviamo la “Kiz Kulesi”, una torre il cui nome è già di ispirazione romantica, vuol dire infatti “torre della ragazza”, anche se è più conosciuto come la “torre di Leandro”. Questo faro risale all’epoca bizantina e fu costruito per controllare i movimenti delle navi sul Bosforo, anche se più volte rimaneggiato nei secoli successivi.

Uscendo dal Mediterraneo, si possono annoverare altri celebri fari, come il “Faro Monumental de la Serena” in Cile, che sembra quasi un maestoso castello medioevale, non lontano dalla capitale Santiago. E ancora non si può dimenticare il “Green Point Lighthouse”, in Sudafrica, il faro a strisce bianche e rosse di Città del Capo, che crea un suggestivo contrasto cromatico con il verde lussureggiante della natura e con il blue intenso dell’oceano. Sembra poi uscito da un romanzo fantasy, il “Cape Reinga”, in Nuova Zelanda, che illumina due mari: il faro, infatti, si trova nel punto dove si incontrano l’oceano Pacifico ed il mare di Tasmania. Secondo un’antica leggenda maori, le acque turbolente davanti al faro sono il risultato  dell’incontro tra il “mare maschio” ed il “mare femmina”, in grado di generare onde altissime e tempestose. Si tratta di un luogo suggestivo, quasi da “fine del mondo”.

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I fari, per la loro posizione isolata e romantica, hanno ispirato tanti racconti e numerose leggende, a seconda della differente epoca storica e della diversa collocazione geografica. Alcune storie hanno riguardato i famosi “guardiani”, o anche presunti “fantasmi”, così come creature angeliche o demoniache. La figura del “guardiano del faro”, ormai, come già in precedenza illustrato, in via di estinzione, che accende la lanterna al tramonto e la spegne all’alba, verificando che tutto funzioni e proteggendo la vita dei naviganti in maniera accorta e silenziosa, ha sempre stimolato l’immaginazione di letterati e di visionari. 

Il faro, pertanto, rappresenta l’emblema del nostro inconscio collettivo, sempre votato alla ricerca di più vantaggiose e sofisticate innovazioni tecnologiche, ma pur sempre legato agli archetipi ancestrali del mito e del mistero.

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