Bauhaus: l’arte di avanguardia che ispirò design e musica

La Loggia dei Muratori sorta nell’Europa medievale, era una Corporazione creata allo scopo di riunire artigiani e maniscalchi in grandi progetti edilizi come le cattedrali. Il suo nome era Bauhütte e dalle sue ceneri secoli dopo sorse la Scuola Bauhaus, dove confluirono diverse avanguardie che contribuirono a dare forma all’arte moderna.

Tradotto letteralmente in “casa di costruzione” fu fondata dall’architetto Walter Gropius nel 1919 a Dessau in Germania, come istituto delle arti applicate ma ben presto si trasformò in un movimento artistico sperimentale di vasta eco, caratterizzato da un approccio unico all’architettura e al design, attraverso un significativo recupero dell’artigianato, sulla spinta della sempre più marcata importanza della classe operaia all’interno della società. Di forte stampo progressista e figlia della Rivoluzione Industriale, fu la prima accademia a permettere anche alle donne di studiare arte ed ebbe come insegnanti artisti famosi come Paul Klee, Wassily Kandinsky, Lilly Reich e Oskar Schlemmer, al quale dobbiamo la creazione del celeberrimo logo in bianco e nero di un viso stilizzato inserito in un cerchio perfetto, simbolo della Scuola.

Un vero e proprio laboratorio multidisciplinare, dove si svilupparono, oltre alla pittura e scultura, anche arti fino ad allora considerate “minori”, come la ceramica e il cucito, insieme a tecniche nuove come la grafica pubblicitaria e la tipografia, nello stile Arts & Crafts inglese, tanto caro al critico John Ruskin.

Abbandonati i fronzoli barocchi appartenuti ad una polverosa aristocrazia in decadenza, si elabora un concetto di stile funzionale, rigoroso e semplice, ma soprattutto democratico. Un modello di abitazione  e di suppellettili  alla portata di tutti, sulla via del crescente Razionalismo ideologico. La bellezza della creatività acquista una connotazione politica e si fa “sociale”, in vista del successivo e inesorabile processo di meccanizzazione.

A distanza di decenni abbiamo visto le sue radici crescere e dar vita al moderno way of living,  nei più disparati ambiti, anche in quello musicale.

Alla fine degli anni 70 in Inghilterra, sono molte le bands influenzate dall’epoca post industriale, e l’atmosfera delle grandi città patisce i sulfurei profili grigi dati dalle fabbriche siderurgiche o di carbone.

A South Hampton, quattro giovani ragazzi decidono di mettere su un gruppo prendendo il nome dal celebre movimento tedesco, nascono i Buahaus. Peter Murphy, il frontman, spiega questa scelta:

“Non volevamo strettamente rappresentare il movimento in se, ma ci piaceva molto il nome, era qualcosa di potente, che ha lasciato una traccia forte sull’arte.”

Il sound dei Bauhaus è carico dell’ambiente in cui si sviluppa: metallico, sincopato e la voce di Murphy, vitrea e portentosa, insieme al suo allure vampiresco, lo consacra a carismatico leader dello stile goth, entrando nella leggenda con la partecipazione alla colonna sonora del film horror: Miriam si sveglia a mezzanotte.

In quel film di culto compare in veste di attore un’altra fulgida stella nel panorama musicale, David Bowie, che influenzerà parecchio il sound dei Bauhaus, ricordiamo la meravigliosa cover Ziggy Stardust.

Non è un caso che Bowie decide di rendere tributo all’avanguardia tedesca con i suoi abiti di scena, creati dal designer Kansai Yamamoto, giusto sull’impronta del famoso Balletto Triadico, firmato dal coreografo Oscar Schemmler, in cui predominano le figure geometriche in una performance di fascinosa danza robotica. Il cosiddetto Periodo Berlinese del duca bianco quindi non solo si riflette sulla sua produzione musicale e stilistica ma lo salva dal tracollo fisico dovuto ad una vita di eccessi condotta a Los Angeles. A proposito del suo soggiorno europeo afferma:

“Per molti anni Berlino fu per me un rifugio, un santuario. Avevo la possibilità di vivere nell’anonimato, collezionavo opere d’arte assiduamente, in più era anche una città economica per viverci..”

Nel 1987, il balletto triadico diventa fonte d’ispirazione per il surreale videoclip dei New Order, True Faith, singolo che entra felicemente nella top 40 e vince un BPI (British Phonographic Industry) come miglior corto musicale dell’anno. La stessa coreografia, nonché i costumi usati dagli artisti del video saranno utilizzati per la cerimonia d’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali ad Albertville nel 1992.

Un’altra band epocale si fa strada a cavallo degli anni 70 e 80 presentandosi nelle vesti di robots umanoidi: sono i tedeschi Kraftwerk, letteralmente “centrale elettrica”. Quattro studenti di conservatorio dalla città di Dusseldorf che forse per primi sperimentano le potenzialità della musica elettronica attraverso i sintetizzatori, utilizzando una grafica pubblicitaria nuovamente ricalcata sullo stile Bauhaus. Camicie rosse e cravatte nere inamidate fino alla rigidezza più assoluta, e pose altrettanto plastiche che ricordano i manichini, tanto che uno dei loro album più famosi si intitola: The Man Machine.

Piet Mondrian, l’autore de il Plasticismo nella Pittura, attua negli anni 20 una vera rivoluzione nel suo campo artistico: impiega i colori primari, rosso giallo e blu, in linee geometriche su tele bianche, dando vita al Minimalismo pittorico. Lui afferma:

“Costruisco combinazioni di linee e di colori su una superficie piatta, in modo da esprimere una bellezza generale con una somma coscienza.”

Quarant’anni dopo, lo stilista Ives Saint Laurent, folgorato dalla disarmante creatività di queste opere, ne rende omaggio con la famosa serie di “Abiti Mondrian”.

Nella città di Zurigo, possiamo ammirare l’ultima opera dell’architetto Le Corbusier, fautore di quel Razionalismo urbano anni 20, di cui tutta l’Europa trasuda ancora oggi.

Padiglione Le Corbusier, Zurigo

Abbiamo una bellissima testimonianza in forma di foto d’epoca, scattata da uno degli insegnanti della Bauhaus, che ritrae l’architetto Marcel Breuer insieme ad un gruppo di studentesse.

La compagnia ci offre un ritratto curiosamente divertente, poiché dal loro taglio di capelli e dallo sguardo fisso e un po’ perso, sembra di stare a guardare una delle tipiche band dark New Wave degli anni ’80.

Erich Consemüller, 1927: Marcel Breuer e il suo ‘harem’

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