Il mio amico Eric: Ken Loach, tra middle class ed idoli di gioventù

Quante volte ci sarà successo nella vita di avere bisogno di una mano? Molti riescono ad ottemperare alla cosa camuffando i problemi con piccoli espedienti, altri adottano la tattica dei cari e tanto consolatori vizi, ma se per una volta ci venisse in soccorso il nostro idolo di gioventù, come la prenderemmo? Come per Woody Allen in Provaci ancora Sam, con accanto un dispensiere di consigli d’eccezione come Humphrey Bogart, anche per Il mio amico Eric, la ventunesima opera di Ken Loach, viene scomodato un grandissimo: a sentire lui, il re di Manchester ed il Dio del calcio, Éric Cantona.

Così, prima di tutte le manie di grandezza dei vari Ibrahimović, che alla fine a Manchester hanno durato una sola stagione, c’è stato un uomo capace di divertire il pubblico dell’Old Trafford in maniera talmente cristallina da essere amato ancora oggi. L’asso francese, con una discendenza sardo-catalana che ha fatto di lui l’entità fumantina che tutti hanno apprezzato (nel bene e nel male), si è confermato ad altissimi livelli proprio nello United, contribuendo alla rinascita del club negli anni Novanta e portandosi a casa quattro campionati inglesi e due FA Cup. Così, da immenso campione calcistico, Éric diventa proiezione onirica e cerca di aiutare il suo omonimo inglese (senza però l’accento sull’iniziale), che purtroppo ha un’esistenza alquanto complicata e grama di soddisfazioni.

I cosiddetti sconfitti, i deboli, sono il pane quotidiano per il regista, che riesce ad entrare nella psicologia e nei personaggi della ex-classe media britannica, falcidiata nei decenni prima dalla Thatcher e poi dai laburisti Blairiani. Questi ultimi incredibilmente vengono considerati ancora come salvatori anche nel nostro Paese, per una fazione politica che ha cessato di esistere, non appoggiando più alle problematiche del “proletariato”, a favore di cattivi imprenditori e delle grandi società finanziarie.

Decisamente uno strano abbinamento quello Loach&Cantona (quest’ultimo partecipa anche come produttore esecutivo), ma che funziona alla grande, con un misto di drammaticità e comicità quasi inedita per il regista. La sceneggiatura, scritta meravigliosamente da Paul Laverty, fedele collaboratore da sempre del regista, più che un senso di apprensione per la vita di Eric ci regala una vena decisamente buffa dell’uomo, afflitto da numerosi problemi, ma desideroso di riscattarsi agli occhi della figlia maggiore, cercando disperatamente di aiutare anche i figliastri, ereditati dalla seconda moglie.

Come disse una volta Loach descrivendo questo film: “una commedia non è che una tragedia con un happy end”, così anche l’intransigente regista britannico si abbandona ogni tanto alla leggerezza, nonostante alla fine la storia raccontata non sia di certo di agi e soddisfazioni. Da notare questa volta l’approfondimento maggiore non ad una fazione, ma solo al protagonista nella sua intimità dei discorsi con l’ex calciatore, che non può che farci tenerezza. Questa volta è proprio la comparsa dell’eroe senza macchia e senza paura, che grazie al suo talento non soltanto calcistico, ma di vero e proprio leader anche nella vita, esorta il suo nuovo amico a riprendere i fili della propria esistenza.

Il calciatore, nel corso della pellicola, ricorda anche il brutto capitolo conseguente la squalifica di nove mesi per aver colpito con una mossa di Kung-fu un tifoso del Crystal Palace, dopo un insulto da parte di quest’ultimo. Da lì probabilmente, nel mare di parole che proferì nei suoi anni mancuniani, una delle sue massime più ricordate: “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine.” Questo in riferimento ai tabloid e giornalisti delle terre d’Albione, che attaccati morbosamente alla vicenda non gli davano respiro, chiaramente un’apripista a quello che succede oggi, non soltanto in ambito calcistico.

La dignità riacquistata del protagonista è in perfetta simbiosi con quella del calciatore, con la classica sincerità di Loach, questa volta meno cruda e più artefatta di altre sue opere, ma ugualmente coinvolgente. La figura di Eric è sorprendentemente simile a quella di Peter Mullan nel film del Novantotto My name is Joe, sempre del regista inglese, anche se con esiti decisamente diversi e meno morbidi del nostro protagonista.

Se alla fine la classe operaia andrà in paradiso, come paventato da Elio Petri e Gian Maria Volonté, non ci è dato saperlo, quello che è certo che un’opera che affronta temi mai banali, con una semplicità unica ed a tratti divertente, merita di essere vista, anche se Loach, soprattutto negli ultimi anni è passato un po’ in sordina nel nostro Paese. L’opera ha suscitato interesse anche per l’Académie André Delvaux, ottenendo il premio Magritte. Un riconoscimento veramente notevole da un cinema in forte ascesa come quello belga, insegnando qualcosa anche al nostro di cinema, sempre più soffocato da commediucole, che servono soltanto a rimpinguare le tasche dei soliti distributori.

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