Le migliori canzoni per (ri)scoprire Alice Coltrane

Era il 1966 quando McCoy Tyner abbandonò Coltrane. Se ne andò sbattendo la porta, saturo della “deriva free” che il leader aveva irrimediabilmente imboccato. Resistette prima ad Om, poi ad Ascension e a Meditations. Capolavori dell’atonale. Ma sul celeberrimo Live at The Village Vanguard troviamo seduta al piano certa Alice Mac Leod, poco dopo Alice Coltrane.

Scherzo del destino, questo lavoro che stravolge liberamente due classici del repertorio coltraniano, inizia proprio con Naima: dedicato nel ‘59 alla prima moglie del sassofonista.

Da allora com’è noto, Alice vide pioversi addosso l’antipatia di critica e pubblico; venne dipinta come una raccomandata di lusso indegna di sedere a quella tavola e definita la “Yoko Ono” del jazz, incolpata di aver distrutto dall’interno uno dei migliori combo esistenti, quello di A Love Supreme tanto per intenderci.

Ma il tempo è galantuomo (dicono) e a quasi di 50 anni di distanza, nel 2010, esce un lavoro per Warp che lascia tutti a bocca aperta. Si tratta di Cosmogramma di Flying Lotus, tanto indecifrabile quanto fascinoso, sempre nuovo. Lavoro fondamentale per l’elettronica moderna la cui ispirazione secondo l’autore è chiara: l’arpa suonata dalla zia.

Auntie’s Harp è infatti la 15a traccia ed è un campionamento da Galaxy in Turyia, ascetica composizione di Alice Coltrane: prozia di Steven Allison aka Flying Lotus, che è cugino di Ravi Coltrane (figlio di Alice e di John) e fondatore della Brainfeeder.

Un cerchio (cosmico) che si chiude. Perché proprio come World Galaxy (Impulse! Records 1972), Cosmogramma ripercorre l’idea della trascendenza, della rivelazione dell’anima (psichedelia) in forma moderna. Buon sangue non mente.

Dopo quel Live at The Village Vanguard si susseguirono velocemente avvenimenti che forgiarono la complessa struttura portante di una delle artiste più affascinanti ed ambigue di quel periodo, non solo musicale.

La morte improvvisa di John e l’eredità di un patrimonio troppo ingombrante, da gestire velocemente e senza la dovuta esperienza.

La conversione ad un induismo occidentalizzato, facilmente attribuibile ad una faticosa elaborazione del lutto e ad opera di uno dei numerosi “guru” che imperversavano negli anni 70 negli Stati Uniti, un movimento che proiettò poche luci e molte ombre.

Il nucleo della carriera di Alice si delinea precisamente proprio dopo questi avvenimenti, tra l’orchestrazione degli incompiuti del marito (John Coltrane: Infinity uscito nel 1972) fino alle litanie incise nell’Ashram, ovvero da Turiya Sings (1982) alle successive, raccolte in The Ecstatic Music Of Alice Coltrane Turiyasangitananda: musiche di accompagnamento cultuale durante le quale il piccolo Steven in visita alla zia, fraintese parole Cosmic Drama storpiandole infantilmente in Cosmogramma, battezzando il suo capolavoro di musicista adulto.

Tra il 1970 e il 1978 Alice pubblicò una serie di lavori trasversali, complessi e carichi di idee ancora lì da scoprire: sicuramente antesignani della globalizzazione della musica, già “world music” prima che esistesse, già “new age”, precursori dell’elettronica indiana e delle influenze arabe sull’Hip Hop.

Un fertile terreno che vide protagonisti eccellenti indossare abiti inusuali, da Joe Henderson a Charlie Haden, da Pharoah Sanders a Rashied Ali. Palestra in cui Alice mostrò al mondo la stoffa di cui era fatta e che la sostituzione di McCoy Tyner non fu priva di senso: un’artista dalla personalità forte, sperimentatrice dai tratti maturi e capace di codificare un linguaggio universale.

Un percorso se vogliamo intelligibile, per la cui lettura vi proponiamo cinque istantanee sonore, incise nello spazio e nel tempo.


Turiya and Ramakrishna:
ancora nel jazz, ma per poco

Dopo A Monastic Trio Alice Coltrane inizia a mostrare finalmente il suo volto con uno stile pianistico percussivo e personale, che miscela un fraseggio quasi Sheppiano e arpistico con la sensibilità di matrice blues delle sue origini. Facendo di questa rigidità una fonte espressiva incoraggiata dallo stesso Coltrane ai tempi delle loro prime collaborazioni. Qui siamo pienamente nel jazz, anche per merito di un Ron Carter in stato di grazia, ma inizia il decollo guidato da un co-pilota di lusso: Pharoah Sanders che si alterna alla profondità di Joe Henderson. Nello stesso lavoro la splendida Blue Nile. Ptah, the El Daoud è sicuramente il suo miglior disco


Isis and Osiris 1/2:
le radici tra Medio Oriente e Nord Africa

Sempre dentro alla cultura medio-orientale e nordafricana, con elementi ancora più marcati di musica hindu e indiana, Jouney in Satchinadandia vede il germe “cosmico” svilupparsi con composizioni più atmosferiche.


Universal Consciousness:
la trilogia sinfonica

Come annunciato dal titolo, inequivocabile, qui Alice cerca la deriva cosmica, inizialmente orientata verso il free di Sun Ra e la sua cosmologia. Disco meno meditativo del successivo World Galaxy e più dedicato all’impatto timbrico con lunghe incursioni dell’amato wurlitzer, sostenute dal muro percussivo creato da Jack de Johnette, Rashied Ali e Clifford Jarvis in contrasto ad una schiera di violini in chiave atonale.

Segue Galaxy in Turiya (da World Galaxy, 1972 – Impulse! Records) anticipato da Hare Krishna e Sita Ram in Universal Consciousness. Qui la potenza atmosferica, gli archi e la ricerca di stati mentali sono il nucleo del lavoro che apre e chiude con due stranite versioni di My Favourite Things e A Love Supreme, dove ancora Alice inietta massicce dosi di organo Wurlitzer, strumento che la accompagnò sempre e il cui timbro denso e ipnotico divenne caratteristica della sua firma.

La “trilogia sinfonica” si completa con Lord of Lords (1972 – Impulse! Records) che rispetto ai precedenti due lavori vede una ulteriore spinta trascendentale, soprattutto la finale Going Home scarica ogni tensione accumulata (Andromeda’s Suffering): non mancando lungo tutta la trilogia, una forte inclinazione al dramma (“Sri Rama Ohnedaruth”).

The Elements:
le collaborazioni

Alice Coltrane comparve in numerose session, portando la sua trasversalità in contesti più tradizionali. Da lavori concreti e importanti come il Joe Henderson di The Elements ad Illuminations a doppia firma Carlos Santana/Alice Coltrane: disco che in realtà ha tradito le intenzioni, ma testimone di quanto ruotava attorno alla sua figura.

Prema:
Cosmic Drama e trascendenza, l’abbandono della forma originale

Dopo un paio di lavori poco focalizzati come il confuso Eternity e il goffo Transcendence con cui debuttò in Warner Bros. e prima di dedicarsi definitivamente alla musica sacra induista, esce Transfiguration: un doppio live di assoluto valore. Con Reggie Workman al basso e Roy Haynes alla batteria, Alice sublima la sua esperienza e ci conduce in una dimensione dove la musica è soltanto la ricerca di quel connubio, A Love Supreme, che iniziò anni prima assieme al marito John.

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