Chi è Henry Miller e perché è il momento giusto per riscoprirlo

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Che cosa pensano i lettori di Henry Miller quando prendono in mano per la prima volta, che so, Tropico del Cancro? L’opinione diffusa e alquanto superficiale sullo scrittore americano è che sia un erotomane sboccato e senza alcun sentimento “alto”. È evidente si tratti dell’opinione di chi Miller non l’ha mai letto, letto veramente almeno.

Certo sarebbe difficile negare che alcuni suoi libri trabocchino sesso frase dopo frase, a volte in maniera così esplicita da indurre chi ha un minimo di spirito critico a domandarsi se quella ostentazione non sia di per sé un messaggio, e molto probabilmente lo è.

Il caso più lampante è quello di Opus Pistorum, gioco di parole tra opus che significa opera e pistorum che, come miller in inglese, significa mugnaio: l’opera di Miller o l’opera di chi pesta come in un mortaio… ok ci siamo capiti. Il libro narra le mirabolanti avventure del protagonista Alf, ben oltre il parossismo, così sporche che piuttosto che eccitare finiscono per essere comiche. Forse la chiave per leggere libri come Opus Pistorum o alcuni passi di Sexus è proprio questa: ridere di quanto siamo ossessionati dal sesso, quanto spazio occupi nei nostri pensieri senza mai risolvere le nostre vite a un livello profondo, lasciandoci con gli stessi tormenti di sempre a chiedere ancora più sesso quando in realtà vorremmo più vita. E non ce ne accorgiamo.

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Chi se ne accorge, invece, è proprio Henry Miller che della vita, della ricerca di senso, della verità ha fatto il suo verbo, persino in senso estetico. In un passo di Sexus Miller afferma quanto segue:

“Un giorno, ogni uomo sarà padrone dell’arte di sognare ad occhi aperti. Molto tempo prima che ciò accada i libri cesseranno di esistere, poiché quando gli uomini sapranno essere completamente desti e sognare, le loro capacità di comunicazione (gli uni con gli altri, e con lo spirito che tutti li muove) saranno così potenziate da far sembrare gli scritti qualcosa di simile ai farfugliamenti aspri e rauchi di un idiota.”

Quel giorno appare ancora molto lontano e noi, poveri derelitti in balia dei tempi, non possiamo fare a meno dei libri e degli aspri farfugliamenti di idioti come Miller. E proprio il suo modo di scrivere doveva sembrare ai suoi contemporanei come i discorsi del principe Myškin, l’idiota dell’omonimo romanzo di Fëdor Dostoevskij che spiazzava tutti per il suo modo di parlare puro e onesto, una specie di messia, un Cristo che tenta ancora una volta di salvare gli uomini da sé stessi. Più volte Miller parla di sé come un uomo nuovo in grado di mostrare agli uomini il proprio destino, di insegnargli a liberarsi dalle catene morali, intellettuali o sociali che gli impediscono di volare, di evolversi, usa proprio questa espressione per immaginare l’uomo che verrà. Questo impulso vitale e di liberazione si traduce in una scrittura pindarica, a tratti estatica e a tratti sordida, che si sporca le mani con le bassezze della vita, che si purifica attraverso rituali orgiastici per poi consacrarsi alla sua hybris autentica nei passi lirici e sognanti in cui si libera la potenza immaginifica e lo sguardo che può davvero essere definito messianico del Miller più alto e vero.

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Nel borsino delle leggende della letteratura l’epoca dei social network sembra aver lasciato indietro Henry Miller. Quando ciò accade è sempre utile domandarsene le ragioni, chiedersi se ciò sia dovuto all’obsolescenza dei bisogni incarnati da Miller e dalla sua scrittura. Probabilmente la sua spinta libertaria e il suo respiro anticonformista appaiono ai più superati nell’era delle libertà sessuali e delle infinite possibilità d’espressione.

A me sembra che in realtà, in questi tempi così opulenti e liberi, nessuno sia in grado di pensare davvero con la propria testa, mettere in discussione i propri valori e giudizi e di immaginare il mondo in modo ingenuo e romantico e vivere di conseguenza.

Ironia, sesso, viaggi e follia sono alcuni degli ingredienti della letteratura di Henry Miller, niente che non si possa trovare in centinaia di altri scrittori. Se non trovano posto nel mio personale pantheon letterario è solo perché non sono stati in grado di tenere insieme gli stessi ingredienti di sempre attraverso un’incrollabile fiducia nella vita, nelle possibilità dell’essere umano; non sono stati capaci di volare così in alto come Miller, sulle ali della spontaneità e di un lirismo genuino che da sempre inebria i suoi lettori.

Scrive il nostro Henry ne Il colosso di Marussi, libro magnetico e incomprensibilmente sconosciuto ai più, che “finché l’uomo non diventerà pienamente umano, finché non imparerà a comportarsi come un membro della terra, egli continuerà a creare dei che lo distruggono.” Sono questi falsi dei i suoi acerrimi nemici e dovrebbero essere anche i nostri.

Quanto detto finora dovrebbe essere sufficiente a convincervi a riprendere in mano quel vecchio libro di Miller che ormai avete abbandonato da tempo, probabilmente Tropico del Cancro, soffiare via la polvere e riprovare a leggere. È quello che farò io. Ora.

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