Nanni Moretti, Bianca: tra torte Sacher, Nutella e frasi storiche

Il disagio affettivo che in molti sentono per via di un imbarbarimento della società, che porta molto spesso i più timidi ad estraniarsi dalla vita di relazione, non è di certo argomento di oggi. Forse per via dei vari Social questo spazio si è ancora di più allargato, in un mondo dove conta sempre di meno l’essere a vantaggio dell’apparire. È proprio nell’Italia pacchiana degli anni 80’, che aveva definitivamente abbandonato l’impegno politico per creare un debito pubblico esplosivo, che nasce Bianca, la storia a tratti ironica ma anche sorprendentemente noir di Nanni Moretti.

Al suo quarto lungometraggio, Moretti interpreta nuovamente il personaggio di Michele Apicella (cognome preso dalla madre Agata), suo alter-ego, locuzione familiare a molti autori di pellicole e scrittori. Come un regista a cui Moretti si ispira vagamente soprattutto nei suoi primi lavori, strizzando l’occhio a quel Truffaut erede a sua volta del Neorealismo italiano e che sarà fonte di ispirazione per molti registi della futura “New Hollywood”. Il regista romano con l’aiuto dello sceneggiatore Sandro Petraglia, all’epoca con pochi lavori all’attivo, riesce a costruire una storia che rispecchia certamente alcuni lati caratteriali di Moretti. Infatti la meticolosità di Apicella, che osserva ed appunta tutte le abitudini delle coppie che osserva, compresi i suoi amici, rispecchia anche una immensa solitudine che contribuirà alla metamorfosi dell’uomo in qualcosa di inaspettato.

Questo cambiamento si era già notato tre anni prima con Sogni d’oro, rappresentando un avvicendamento anche nel cinema morettiano, che dai racconti di una gioventù italiana immersa nei discorsi autoreferenziali si tuffa in un personaggio decisamente più complesso e controverso. E proprio come Kant nel suo mondo morale dove non c’è spazio per la menzogna, nell’universo apicelliano la felicità deve essere per forza assoluta.

L’innamoramento che coinvolge il protagonista con la collega Bianca (interpretata da Laura Morante, già famosa all’epoca per aver lavorato sia con i fratelli Bertolucci che nel precedente film di Moretti) rispecchia nuovamente l’impossibilità del regista nel rapportarsi con le relazioni sociali, sempre incomplete, temporanee ed a volte miserabili. Così dopo un corteggiamento martellante Michele riesce nel suo intento, solo che ottenuta l’attenzione della bellissima insegnate di francese, improvvisamente la allontana reputandola come un zavorra per la sua esistenza. Il protagonista viene coinvolto anche dalle infedeltà di alcuni amici che, da rigorista severo, reputa scandalose.

C’è da dire che Moretti nonostante la sua militanza storica nel Partito Comunista Italiano muove un critica anche al 68’, ripudiando in questa pellicola anche una certa indulgenza tipica del periodo, ritornando a valori più canonici che all’epoca della rivoluzione sessuale venivano definiti prettamente borghesi.

Un film a varie tinte, che risulta godibile, con battute che tutt’ora sono presenti nell’immaginario collettivo, ad esempio la perfetta sintesi di come andrebbe mangiato un Montblanc, con conseguente imbarazzo sulla torta Sacher, e con quella “Continuiamo così, facciamoci del male” che forse dopo la famosissima “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” in Ecce Bombo è sicuramente la più nota delle frasi pronunciate da Nanni Moretti nella sua filmografia. Anche se il sogno con il mega barattolo di Nutella, che viene rispolverato ogni qualvolta si parla della famosissima crema spalmabile, rappresenta la ciliegina sulla torta di un regista in stato di grazia.

I rimandi cinematografici sono innumerevoli e tutti di un certo spessore, dalle paranoie esistenziali di un certo Alvy Singer, il Woody Allen di Io e Annie, alla Finestra sul cortile di Hitchcock. Nonostante la terribile amoralità delle azioni che si nascondono dietro il maniacale professore di matematica, non si suggellerà mai nello spettatore la voglia di vederlo assicurato alla giustizia, proprio perché la sofferenza che nasconde è profonda ed autentica. Inadatto a stare nella massa, Michele ha il dubbio amletico se far prevalere la ragione o l’impulsività, lui che a Villa Borghese legge Proust, quasi a rimandare il cinema di Luchino Visconti.

La musica che condisce il film ci conduce alla passione di Moretti per Franco Battiato con Scalo a Grado, una cittadina che aveva fatto innamorare anche Pasolini (che ci girò Medea) e che in pratica racchiude la storia dello scisma tricapitolino. Tutto questo con personaggi Battiateschi come teologi ed esarchi. Con la colonna sonora completa curata da Franco Piersanti, definito l’erede di Ennio Morricone, che in futuro non smetterà di lavorare con Moretti (e contribuirà alla riuscita di film di altri registi importanti nel nostro panorama nazionale, come il compianto Carlo Mazzacurati, Daniele Luchetti e Paolo Virzì).

Una pellicola che nonostante l’età continua a custodire un sarcasmo che racchiude una profonda malinconia, visionario, pensando alle piccole grandi solitudini del secolo zero, che conferma il regista romano come precursore anche di eventualità quasi impossibili. Chi avrebbe mai pensato che un Papa nell’era moderna di sarebbe dimesso? Lui c’è arrivato prima di tutti, anche per questo merita considerazione.

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